Dal 7 al 18 dicembre la capitale danese ospiterà il COP-15, la Conferenza sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite incaricata di trovare un degno successore al protocollo di Kyoto, in scadenza a fine 2012. Presenti con le loro delegazioni i 188 paesi che hanno ratificato la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (più molti altri nel ruolo di osservatori o non ancora firmatari), il primo trattato internazionale ambientale concertato alla fine del «Summit della Terra» del 1992 a Rio de Janeiro nel cui solco si collocano tutti i successivi accordi.
Le istanze al tavolo dei negoziati del COP-15 abbonderanno, le divergenze per ora anche, ma l’obiettivo unitario e cardinale del vertice resta la sottoscrizione di un quadro giuridico vincolante che porti nei prossimi decenni a una drastica riduzione delle emissioni di gas serra. Il protocollo di Kyoto, adottato l’11 dicembre 1997, ha certamente segnato un grande salto qualitativo negli sforzi per contrastare gli effetti del riscaldamento globale ma gli occhi del presente ce lo rivelano parco di ambizioni (i paesi firmatari s’impegnavano ad una riduzione delle emissioni del 5.2% rispetto ai livelli 1990), senza contare la defezione dei grandi soggetti inquinanti, Stati Uniti e Cina in testa.
Undici anni dopo, la lotta al cambiamento climatico è ormai assurta a priorità politica ineludibile in quanto fenomeno comprovato dalla scienza e drammaticamente esperito dalle popolazioni di molte aree del pianeta.
Copenaghen potrebbe, e dovrebbe contrassegnare l’inizio di una nuova stagione d’impegno globale in favore del clima. Un vero e proprio spartiacque storico. L’Europa si presenta all’appuntamento forte di una strategia unitaria, sanzionata l’anno passato dal noto “20-20-20”, che le offre una piazza d’onore, se non il ruolo di pioniere in materia di politiche ambientali.