Quelli dispiegati dall’Unione Europea al confine tra Ciad, Repubblica Centroafricana e Sudan nel quadro della sua prima vera e propria missione militare, Eufor Chad/RCA, consacrata in particolare, come si legge nella risoluzione Onu che l’autorizza, “alla protezione dei rifugiati e facilitare l’arrivo degli aiuti umanitari”. Il teatro coperto dalle forze militari europee risultava tra i più caldi sul pianeta con centinaia di migliaia di profughi ammassati nei campi di confine e in fuga dai conflitti che continuano a dilaniare l’area, in particolare la regione sudanese del Darfur. Il mandato di un anno è scaduto domenica 15 marzo, data in cui con tanto di cerimonia ufficiale il comando delle operazioni è tornando nelle mani dell’Onu, malgrado una buona parte dei soldati europei (circa 2mila) proseguirà la propria missione pur cambiando di casacca. Tempo di bilanci insomma per la prima iniziativa militare dell’Unione al di fuori dell’ombrello della NATO. Sul piano strettamente strategico, la presenza delle forze europee può a buon diritto essere giudicata come un successo, dacché il dispiegamento militare ha in effetti ben assolto al compito di fungere da deterrente contro possibili incursioni banditesche delle truppe irregolari che infestano l’area. Tuttavia, molti dubbi permangono sul reale significato politico della missione, sponsorizzata e in buona parte amministrata dalla Francia, i cui interessi nella zona, un tempo colonia, e i rapporti con il governo del Ciad rischiavano di comprometterne la neutralità. Quanto al suo valore aggiunto per quel che concerne l’integrazione europea, è vero che il varo delle operazioni nell’ottobre del 2008 ha marcato una cruciale novità per la PESC (Politica Europea di Sicurezza e Difesa), il terzo pilastro comunitario finora luogo di dissenso più che di accordo tra gli stati. Tuttavia certe differenze non sono state in alcun modo superate nella misura in cui un numero sensibile di membri non ha partecipato alla missione e, in fondo, il 60% delle truppe era composto da militari francesi. La strada per una vera coordinazione militare europea insomma è ancora piuttosto lunga e travagliata. Il Trattato di Lisbona mette in campo meccanismi legislativi meno farraginosi e in grado di migliorare dunque la situazione. Non a caso una delle ragioni della vittoria del “No” al referendum irlandese è proprio la paura che l’isola, con il nuovo trattato, rischiasse di perdere la propria tradizionale neutralità militare.
(Foto: rockcohen; fonte: flickr.com)