Gli spettri di un secondo, letale schiaffo irlandese al Trattato di Lisbona tornano ad agitarsi tra le percentuali rese pubbliche da un nuovo sondaggio targato TNS mrbi e apparso sull’Irish Times, principale quotidiano del paese, giovedì 3 settembre. L’isola di smeraldo è chiamata alle urne il prossimo 2 ottobre per dare il proprio nullaosta al nuovo testo europeo, un anno e tre mesi dopo che il primo referendum, obbligatorio secondo costituzione, aveva riportato una vittoria di misura del fronte del “NO” (53,4%) mettendo sotto scacco l’intero iter di ratifica (già portato a termine o comunque di lì a concretizzarsi in quasi tutti gli Stati membri). Il sondaggio TNS, il primo su larga scala da quando la campagna per il secondo voto popolare ha debuttato, inchioda la percentuale dei favorevoli a un preoccupante 46%, dopo che tutti i rilevamenti dei mesi scorsi ne avevano sempre fissato l’asticella oltre la metà del campione esaminato. I “NO” convinti continuano senza particolari variazioni a flottare attorno al 25% mentre il paniere degli indecisi si allarga perigliosamente. Proprio quest’ultimo dato preoccupa oltre misura gli ambienti di Bruxelles dal momento che la storia più recente dimostra come l’ampia zona grigia di incerti, tale e quale nelle settimane precedenti alla prima consultazione, ha illo tempore gambizzato ogni possibile chance di successo sull’onda di una straripante astensione o, peggio ancora, tramutandosi all’ultimo momento in voti contrari. Eppure le circostante questa volta indicavano un risultato diverso, senz’altro favorevole all’Europa. In prima istanza la crisi economica, chiudendo la propria morsa sull’isola, aveva rammentato con una certa urgenza agli irlandesi i benefici dell’appartenenza all’eurozona quanto al mercato unico. Inoltre, il primo ministro Brian Cowen aveva infine persuaso il Consiglio europeo ad allegare al Trattato di Lisbona un protocollo completo di significative deroghe per il paese riguardo le politiche sociali e del lavoro e la cooperazione in materia di politica estera, ovvero le principali inquietudini popolari dietro la vittoria del “NO”. L’altra decisiva concessione ottenuta dall’Irlanda in cambio dell’organizzazione di un secondo referendum riguardava i commissari europei, la cui riduzione d’un terzo rispetto al numero dei paesi mebri prevista dal Trattato semplificato è stata informalmente abolita in base al nuovo accordo. La diplomazia di Bruxelles potrebbe tuttavia non bastare. Malgrado la quasi totalità dello spettro partitico irlandese sia impegnato in una indefessa campagna per il “SI”, il record d’impopolarità toccato negli ultimi tempi dal Fianna Fail, il partito di governo, sembra proiettarsi in maniera determinante sull’orientamento di voto del referendum. Il 2 ottobre una nuova crisi istituzionale europea potrebbe accendersi. Senza contare che all’appello della ratifica, seppur per ragioni diverse e che nulla hanno a che vedere con le reticenze popolari, mancano ancora Polonia, Repubblica Ceca e Germania.
(Foto: informatique; fonte: flickr.com)