Uno dei fiori all’occhiello della politica estera di Nicholas Sarkozy, l’Unione per il Mediterraneo ha lo scorso 14 luglio tagliato il traguardo del primo anno di vita praticamente nell’oblio. Dodici mesi dopo le fanfare del summit di Parigi in cui, con il presidente francese a fare da gran cerimoniere, gli Stati membri dell’UE e un nutrito plotone di paesi arabi della sponda opposta avevano ufficialmente congiunto le proprie forze nella realizzazione di un’ambiziosa piattaforma politico-economica di cooperazione, i risultati sono a dir poco impercettibili. Qualcosa deve essere andato storto se il quartier generale del novello organismo internazionale, collocato in quel di Barcellona, lavora ancora a ranghi ridotti per l’assenza di risorse finanziarie; se un accordo non è ancora stato trovato sulla nomina di un segretario generale e di un suo vice; se, in parte per effetto di queste cruciali carenze organizzative e strutturali, in termini concreti l’Unione per il Mediterraneo ha prodotto poco o nulla. Il 7 luglio una nuova riunione tra i paesi membri ha provato a fare il punto della situazione dopo mesi di sopore, in parte imposto dal riacutizzarsi del conflitto mediorientale e dalle divergenze diplomatiche al riguardo. Ma ogni tentativo di rianimare un corpo che sembra già votato alla disgregazione appare poco fecondo finanche agli occhi degli stessi diplomatici francesi che hanno alacremente lavorato all’iniziativa. Le ragioni di questa annunciata debacle sono plurime. Di certo il pletorico numero di paesi coinvolti (43: l’UE, gli Stati nordafricani e i 22 della lega araba), la loro eterogeneità, rende le procedure decisionali in seno all’organismo estremamente complicate e lunghe. Secondariamente, la preminenza data sin dall’inizio alla cooperazione economica su quella politica svilisce il ruolo che l’UE avrebbe potuto giocare nella promozione di una maggiore sensibilità democratica tra le sue controparti arabe e africane. La latitanza di alcuni dei maggiori Stati membri dell’UE ha inoltre infierito almeno in termini di soft-power. Su di tutti la Germania, dopo aver persuaso con le buone e con le cattive Nicholas Sarkozy a includere nella rosa dei membri tutti gli Stati dell’UE (compresi quelli che non hanno alcun rapporto georgrafico con il Mediterraneo) si è come molti data alla macchia facendo dunque venire meno il suo essenziale appoggio politico e diplomatico allo sviluppo del progetto. Poco resta da dire se non che l’Unione per il Mediterraneo e la sua fallimentare biografia dovrebbero impartire una lezione importante all’UE. Dietro le foto di gruppo e le altisonanti parole dei raduni diplomatici, un’inziativa politica di questa magnitudo necessita di forze e risorse titaniche, quanto di coerenza. L’UE dovrebbe tenere presente questa basilare verità nella gestione della Eastern Partnership, nuovo piano di cooperazione tra gli stati membri e i suoi vicini dell’Est.
(Foto: Nicholas Sarkozy; fonte: servizio audivisivo della Commissione Europea)