Due anni dopo, la politica economica della zona euro è al contrario distrutta. La crisi del debito in Grecia ha messo in evidenza la debolezza di una combinazione tra una politica monetaria a livello europeo e le politiche fiscali a livello nazionale. Le divergenze tra i governi degli Stati Membri sugli obiettivi economici comuni sarebbero dovute essere chiare sin dall’entrata in vigore dell’euro. E mentre finora la BCE è stata in grado di attenersi al suo obiettivo, mantenendo un’inflazione pari al 2%, i governi nazionali non sono stati in grado di seguire il Patto di Stabilità e Crescita con lo stesso rigore. Negli ultimi dieci anni il rigore dei conti pubblici è stato abbandonato, e non soltanto dalla Grecia o dal Portogallo. Nel 2002 Francia e Germania hanno riscritto le regole del Patto nel modo a loro più consono. Inoltre, le riforme strutturali a livello nazionale (attraverso la cosiddetta Strategia di Lisbona) o a livello europeo (attraverso l’approfondimento del mercato unico) non sono state prese seriamente in considerazione. Gli stati membri dell’Unione Europea hanno spesso continuato a portare avanti i loro interessi nazionali, perfino in quei settori di competenza dell’Unione Europea.
Dieci anni dopo, una riforma delle politiche sull’euro
L’accordo raggiunto il 16 maggio, ha dato un ultimo scossone al consenso di Bruxelles- Francoforte nella zona euro. Per difendere l’euro, la BCE ha abbandonato la sua priorità, ovvero la stabilità dei prezzi, acquistando titoli di stato ; creerà l’inflazione iniettando liquidità a breve termine o ricapitalizzando il bilancio sempre più debole a lungo termine. Come risarcimento per la Germania che accetta l’indebolimento della BCE, ai paesi con un alto deficit come Spagna, Francia e Italia viene chiesto di tagliare i loro bilanci in modo drastico. Ma è probabile che tutto ciò vada a deprimere ulteriormente la crescita economica, proprio adesso che i primi segnali di ripresa economica erano iniziati.
Non è ancora chiaro cosa di fatto implichi questa nuova politica. L’accordo che permette alla BCE di acquistare i titoli di stato e iniettare liquidità potrebbe essere destinato a ridurre il debito ricorrendo all’inflazione. E la forte riduzione del deficit richiesta dai paesi più indebitati potrebbe costituire un modo per deflazionare queste economie, e permettere che riacquistino competitività. Non ci sono soltanto dubbi sulla possibile riuscita di questa formula dal punto di vista economico, ma ci sono anche dubbi sul fatto che questa tipo di politica sia effettivamente realizzabile dal punto di vista politico.
La politica economica costruita a tavolino è la chiave del fallimento
Cosa vuol dire chiedere dei sacrifici alla Grecia o alla Spagna, in cambio di aiuto da parte della BCE e di altri stati membri ? Dal punto di vista politico è possibile chiedere alla Grecia di suicidarsi, economicamente parlando, per i prossimi vent’anni ? Ed è possibile mantenere la solidarietà all’interno dell’Europa con una politica economica fatta di sacrifici ? Sembra che si tratti di battibecchi politici piuttosto che di una politica economica. La domanda fondamentale sorta agli inizi dell’Unione Monetaria Europea (UME) non è ancora svanita : quanto potrà ancora durare un’unione economica senza un’unione dal punto di vista politico ? Un paese non ha bisogno di avere la propria valuta, ma esistono alcuni motivi per cui non esistono valute senza uno stato.
Una moneta comune impone vere e proprie restrizioni alle politiche economiche che devono essere adottate da ogni stato membro. Imporre rigidità in termini di bilancio e flessibilità attraverso politiche deflazionistiche è difficile in Europa. Ciò non implica soltanto politiche impopolari con grandi effetti politici. È compromettente sotto il profilo economico, e impone inutilmente un alto costo alla società. Ed è anche contrario allo spirito del mercato unico e allo scopo di un’integrazione più stretta. In questo modo mina alla base la convinzione per cui l’integrazione politica ed economica è benefica per i cittadini dell’UE. La vera sfida per l’Unione Europea è sul piano politico piuttosto che economico. Nonostante i primi passi già fatti con il Trattato di Lisbona, non esiste ancora un orientamento politico per il bene comune dell’Europa.
Una domanda a questa risposta è urgente. I mercati hanno continuato a finanziare i deficit negli ultimi dieci anni, in parte per l’ambiente economico vantaggioso, e in parte per la prospettiva futura di una mix di politiche stabili che puntassero ad una crescita a lungo termine. Ma la crisi ha fatto vacillare la convinzione per cui i politici europei siano fermamente decisi a subire le conseguenze di un’integrazione sempre più stretta. Le indecisioni politiche relative al Trattato di Lisbona hanno dovuto mostrare chiaramente che l’Europa resta divisa nei suoi obiettivi economici e politici. Le esitazioni di Angela Merkel, l’inattività dei governi dell’Europa meridionale, le continue discussioni sulle riforme, l’esiguo conferimento di poteri al Consiglio Europeo nel corso della crisi, hanno mostrato chiaramente l’incapacità, da parte dei governi europei, di battersi per un’ulteriore integrazione. Nessun pacchetto di misure anticrisi di una qualsiasi entità è in grado di risolvere questo problema. Fa soltanto guadagnare tempo. Ma la domanda non può essere rimandata all’infinito, e il consenso politico all’interno dell’UE non può essere messo a tacere con quantità sempre maggiori di denaro preso in prestito dagli USA o dalla Cina.
Grandi passi per governare l’Europa ed evitare il peggio
Il più grande pericolo per l’UME è forse l’esitazione a voler avanzare con determinazione verso un’unione politica. Purtroppo il tempo a disposizione sta finendo, e ora non c’è tempo per discutere per altri 20 anni su un altro trattato. Per risolvere questo problema, un importante passo avanti deve essere fatto nell’ambito di una governance economica della zona euro. Governance economica non vuol dire soltanto controlli più rigidi sul budget con un monitoraggio indipendente e sanzioni più dure. Fondamentalmente una governance implica una politica in grado di bilanciare le instabilità economiche di tutta l’Europa. Ciò implica un’ampia tassazione europea, con un budget significativo a livello europeo (con la possibilità di emettere eurobbligazioni) come strumento per la stabilizzazione delle fluttuazioni economiche. Una politica economica comunitaria richiede anche un governo economico che non si basi sull’insieme di particolari interessi nazionali, ma sull’interesse europeo comunitario, un governo guidato preferibilmente dalla Commissione Europea. Se questi provvedimenti non potranno essere presi, bisognerà prepararsi ad assedi alle banche in alcuni stati membri, a banche sempre più in crisi, a una caduta a picco dell’euro, a turbolenze politiche e forse alla secessione in alcuni paesi dell’UME o, per concludere, alla fine dell’euro.
(Foto logo : mammal su Flickr.com)


Newsletter
Euros du Village
Gli Euros
Die Euros
The Euros
Los Euros
Ajouter un commentaire
Ajouter un commentaire
Ten years after its start, the fall of the Euro ?
Sorgenkind Euro : Keine politische Union, nirgends

(7)
