Come risolvere questo difetto di funzionamento, come permettere alle elezioni europee di acquisire questa dimensione continentale di cui difettano così clamorosamente? L’esperienza lascia pensare che, a differenza di quanto si pensava all’inizio, non si tratti solo di un problema di pratica, che dovrebbe risolversi gradualmente, grazie ad un processo di maturazione della democrazia europea e di sviluppo delle competenze dell’Unione.

- Poul Nyrup Rasmussen
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L’ex primo ministro danese e attuale presidente del Partito socialista europeo (PSE) è una figura assai rispettata nella sfera politica europea. Se ne parla come eventuale candidato degli oppositori alla riconferma di Barroso alla testa della Commissione se una maggioranza di centro-sinistra dovesse emergere dalle elezioni. Tuttavia, è una scelta che il PSE, che pure avrebbe potuto farlo, non ha voluto compiere sino in fondo: Rasmussen non è stato presentato come candidato prima delle elezioni. Una bella occasione persa, ma anche per lo stesso PSE, che avrebbe potuto strutturare e politicizzare una campagna che oggi non è ancora decollata. (Foto: Chourka Glogowski, flickr.com)
In effetti, poiché il quadro nazionale è tuttora visto dalla maggior parte dei politici ambiziosi come più importante e prestigioso di quello europeo, i dirigenti dei partiti nazionali vogliono logicamente conservare le loro prerogative di designazione dei candidati e mantenere il Parlamento europeo in una posizione di inferiorità. Sembra piuttosto illusorio, dunque, attendersi da parte loro la costituzione di liste e programmi transeuropei. Ciò in effetti non si è mai davvero realizzato sinora, fatta salva l’esperienza del «Dream Team» transnazionale dei Verdi nel 2004 (con capilista comuni per tutta l’Europa), micro partito europeo senza eletti. Paradossalmente, il primo gruppo di rilievo a cercare di creare una reale piattaforma paneuropea –seppur molto eterogenea e superficiale – è Libertas, populista ed euroscettico.
Al fine di permettere alle elezioni europee di articolarsi attorno a veri e prorpi programmi di governo, e di interessare nuovamente i cittadini ad un progetto europeo dal quale si allontanano sempre più, è dunque urgente varcare questa soglia: costituire liste davvero transnazionali, che non siano unicamente alleanze piuttosto lasche tra partiti nazionali, ma derivino da una riforma più profonda, la costituzione di una circoscrizione unica paneuropea.
L’agorà europea non interessa più alla Commissione
Le iniziative in tal senso non mancano: nel 1998 il Parlamento europeo aveva lanciato l’idea di stabilire liste transnazionali su scala europea per il 20% dei seggi… idea seppellita del Consiglio, posto che i capi di Stato e di governo sono spesso capi di partito e cercano di mantenere le proprie prerogative di designazione dei candidati. Nel 2008, il Parlamento europeo propone l’idea della creazione di una circoscrizione unica paneuropea, ancora una volta insabbiata dal Consiglio.
Anche Jacques Delors, ai suoi tempi, immaginava che ciascun partito proponesse un candidato per il posto di Presidente della Commissione: l’idea, appoggiata dal PE, era di provocare un vero dibattito europeo. Nello stesso spirito, una proposta a favore di liste europee parzialmente transnazionali, sostenuta dalla Commissione Prodi, era stata avanzata dai rappresentanti del PE alla Convenzione sull’avvenire dell’Europa che redigeva il Trattato costituzionale. Oggi, questi progetti non beneficiano più del sostegno della Commissione, e Jose Manuel Barroso è ad essi completamente contrario. Conta più di tutto la sua seconda nomina, e così non bisogna troppo urtare la suscettibilità dei capi di Stato e di governo, che sono loro stessi leader di partito.
E’ una delle caratteristiche dell’attuale presidente della Commissione: non far ombra agli Stati membri, non proporre idee istituzionali o politiche troppo audaci, non tentare di difendere il messaggio europeo negli Stati membri in qualche maniera. Così, il silenzio della Commissione è stato assordante in occasione delle campagne referendarie in Spagna, Francia, Paesi Bassi o Irlanda. Risultato: la Commissione, una volta motore dell’integrazione europea e promotrice della democratizzazione dell’Unione, non partecipa più alla creazione di una «agorà» europea. Resta il solo PE a difendere la costituzione di liste transnazionali.

- Porte aperte al Parlamento europeo a Bruxelles
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Lo scorso 9 maggio, festa dell’Europa (in ricordo della «Dichiarazione Schuman» del 1950) il Parlamento europeo, e le altre istituzioni europee, hanno organizzato una giornata di porte aperte. I’iniziativa non è clamorosa, ma è senza dubbio con una maggiore apertura ai cittadini europei (invece di una poco efficace strategia di comunicazione) che l’UE potrà rendersi più interessante ai loro occhi. E in questo senso la costituzione di liste transnazionali sarebbe di grande aiuto. (Foto: Parlement européen, flickr.com)
Questa strategia perseguita dal presidente della Commissione europea implica tuttavia una serie di effetti collaterali negativi. Rinforzando, per non dire creando, le condizioni della propria debolezza politica, la Commissione porta acqua al mulino dei suoi detrattori e alimenta le accuse di scarsa legittimità che le sono mosse: perché mai sarebbe essa legittimata a prendere questa o quella decisione ignota ai cittadini europei e mai discussa durante la campagna elettorale europea?
Liste transnazionali per un’Unione più legittimata, ma sotto quale forma?
I cittadini hanno diritto ad un dibattito europeo pubblico tra differenti liste che non sia una mera sovrapposizione di 27 dibattiti nazionali, ma che risponda a delle questioni di fondo: che farà un certo candidato alla presidenza della Commissione in materia di politica industriale, regionale o estera? Per questo, liste transnazionali rappresenterebbero una soluzione adeguata, poiché permetterebbero alla Commissione di essere il prodotto di una deliberazione a europea e di assumere un ruolo politico.
Se la necessità di organizzare liste transnazionali è ormai chiara, le opinioni restano divise quanto alla formula concreta da adottare: bisogna accontentarsi di una revisione del modello attuale o compiere il grande salto verso una circoscrizione unica paneuropea? Nella prima ottica, il fatto che differenti partiti nazionali facciano campagna elettorale nei rispettivi Stati ma su temi federatori, quali la designazione di un candidato alla presidenza della Commissione e un vero manifesto comune, e la messa in opera di quote transnazionali sulle liste nazionali, sarebbero sufficienti per far emergere un dibattito europeo. Da questo punto di vista la campagna 2009 è a mezza strada: ci sono iniziative comuni tra partiti nazionali (nell’ambito del Partito socialista europeo o dei Verdi europei), liste che presentano in posizioni rilevanti candidati non nazionali (Verdi, ALDE), candidati designati alla Presidenza della Commissione (PDE), ma i grandi partiti (PSE, PPE), non hanno né proposte politiche significative, né candidati alla presidenza della Commissione.

- Jacques Delors e Jose Manuel Barroso
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Jacques Delors e Jose Manuel Barroso Il più celebre presidente della Commissione europea e l’attuale: simboli di due concezioni differenti della politica europea. Il primo, strenuo difensore di un’integrazione accelerata, cercava di affermare il potere della propria istituzione e non esitava a scontrarsi con quegli Stati membri ai quali invece il secondo, sostenitore del basso profilo, liscia il pelo per la maggior parte del tempo. Ne derivano due visioni diverse della democrazia europea: mentre Delors immaginava un presidente della Commissione eletto, come un leader partitico, mediante un’elezione transnazionale e politicizzata, Barroso si guarda bene dall’incoraggiare il dibattito politico sulla sua successione, posto che sarebbe ben contento di restare… e sicuro di perdere nel caso contrario? (Foto: Servizio audiovisivo della Commissione europea)
Seguendo la seconda alternativa, la conditio sine qua non dell’emergere di un dibattito europeo è l’istituzione di una circoscrizione unica paneuropea. Nel quadro di questa circoscrizione, le liste paneuropee si affronterebbero su questioni di portata europea. Gli ostacoli politici sono senza dubbio numerosi: dirsi socialista o liberale non ha lo stesso significato ovunque in Europa, e produrre una posizione politica comune e una lista paneuropea per ciascuna famiglia politica europea sembra in effetti molto difficile a breve termine. Le difficoltà attuali di ciascun partito a designare dei candidati per la presidenza della Commissione o a lanciare campagne comuni sono la prova che il grande salto federalista non è all’ordine del giorno. Tuttavia, le numerose disillusioni vissute sin dalle prime elezioni a suffragio universale diretto nel 1979 e le sempre forti reticenze dei partiti nazionali spingono a constatare che l’aggiustamenti marginali non potranno essere sufficienti. Così questo risulta l’orizzonte politico lontano di chiunque speri nell’emergere di un vero dibattito politico europeo, vera condizione di una (ri-)legittimazione dell’Unione.
(Traduzione di Guido Sala Chiri)
(Foto logo: www.flickr.com)


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EUROPEENNES: A quand des listes véritablement transnationales ? 

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