[1]La parola d’ordine dei negoziati, iniziati informalmente nel biennio 2006-2007, è stata per lungo tempo “porte chiuse”. Prima che un paper di discussione dell’ACTA, [2] consegnato in via confidenziale ad un selezionato gruppo di imprese multinazionali, fosse anonimamente pubblicato su WikiLeaks nel maggio 2008, nessuno eccetto gli Stati fautori dell’accordo era a conoscenza di quanto stesse accadendo. È facile immaginare lo shock degli altri soggetti interessati alla definizione delle norme internazionali di protezione della proprietà intellettuale—i Paesi non coinvolti, l’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il WTO, le ONG di settore, e soprattutto i cittadini—nello scoprire di essere stati esclusi dalla redazione del testo sino alle sue fasi conclusive.
Il trattato à attualmente aperto all’adozione dei Paesi che vorranno aderirvi sino a maggio 2013, ed entrerà in vigore al momento del deposito della sesto strumento di ratifica. Nel mentre, il progetto ACTA ha suscitato una forte reazione da parte della società civile, culminante in una serie di manifestazioni tenutesi in decine di città europee tra gennaio e febbraio 2012. Il risultato ? La Polonia ha già annunciato di non voler ratificare l’accordo, mentre Germania e Repubblica Ceca esamineranno il testo del trattato “al microscopio” prima di manifestare il proprio assenso. Queste esitazioni potrebbero decidere il destino dell’ACTA in Europa poiché la Commissione Europea ha proposto che l’accordo, qualificato giuridicamente come misto, venga firmato sia dall’Unione che da ciascuno dei singoli Stati membri. Il “no” polacco potrebbe dunque bloccare la sua entrata in vigore a livello comunitario.
Ma perché questo nuovo progetto di trattato suscita tante controversie ?
La risposta è meno scontata del previsto, e va ricercata al di là delle prese di posizione ideologiche. Essenzialmente, l’ACTA obbliga gli Stati membri ad adottare una vasta gamma di sanzioni e rimedi legali nei confronti delle persone, fisiche o giuridiche, che si rendano responsabili di violazioni dei diritti di proprietà intellettuale. Ad esempio, ogni Stato è tenuto ad introdurre delle fattispecie di reato e ad istituire delle apposite procedure penali per condotte quali la violazione intenzionale di copyright (a prescindere dal fatto che da essa derivi o meno un vantaggio economico per il trasgressore), la contraffazione di prodotti protetti da marchi, e così via. Sotto il profilo civile, i detentori di diritti di proprietà intellettuale avranno a disposizione un’ampia serie di tutele processuali ed amministrative a difesa dei propri interessi—incluse le possibilità di ottenere una misura cautelare, di chiedere il risarcimento dei danni patrimoniali e di pretendere, ove possibile, la consegna dei beni “incriminati” ai fini della loro distruzione. Oltre alle sanzioni in senso stretto, l’ACTA prevede anche una notevole espansione dei mezzi di sorveglianza dei cittadini contro possibili violazioni. Ad esempio, le autorità doganali potranno, su richiesta motivata dei detentori di diritti di proprietà intellettuale, confiscare alla frontiera qualsiasi bene sospettato di infrangere un copyright, un brevetto, un marchio, etc., nonché segnalare ogni potenziale violazione ai rispettivi titolari. Inoltre, i provider di servizi internet avranno il dovere di segnalare alle autorità competenti ogni violazione commessa sui propri server e di irrobustire—ma non vi è ancora certezza su questo punto—i sistemi tecnologici di controllo sui propri utenti. È facile intuire come, in virtù della loro severità, le disposizioni ora esaminate suscitino la preoccupazione di estese fasce della società civile, in particolare dei movimenti associativi a tutela del diritto alla libertà di espressione. Non è un caso che il collettivo Anonymous abbia già preso una netta posizione a sfavore dell’implementazione dell’ACTA ed abbia, secondo la sua illegale e censurabile prassi, sferrato attacchi informatici contro la Federal Trade Commission ed altre agenzie governative americane. Tuttavia, concentrarsi esclusivamente sugli aspetti repressivi dell’ACTA comporta il rischio di non comprendere appieno le complesse problematiche sollevate dall’accordo, e di guardare al proverbiale dito che indica la luna.
La questione centrale dell’ACTA è, paradossalmente, ciò che il trattato non dice. Il progetto attualmente all’esame degli Stati non definisce chiaramente che cosa si intenda per proprietà intellettuale, quali siano esattamente i diritti che vi rientrano, né quale ne sia la portata sostanziale. Ad esempio, se dovessimo limitarci a leggere il testo dell’ACTA, non conosceremmo la durata di un copyright, l’estensione geografica di un brevetto, e così via. Ecco allora che entra in gioco la norma generale posta in apertura dell’accordo, quella che ne rappresenta il nodo essenziale : i diritti di proprietà intellettuale protetti dall’ACTA sono quelli definiti in ogni altro trattato internazionale esistente in materia, in primis l’Accordo TRIPS del 1994. In altre parole, l’ACTA non si regge in piedi da solo, ma mira a fornire unghie e denti a norme stabilite altrove nel quadro più ampio di un sistema di strumenti internazionali pensato per estendere progressivamente la protezione della proprietà intellettuale a livello globale.
Questo complesso sistema si regge su un meccanismo basato, secondo una celebre definizione di Laurence Helfer, sullo spostamento continuo delle sedi di negoziazione da parte dei Paesi industrializzati. Per tutto l’Ottocento ed il Novecento, le norme di proprietà intellettuale sono state definite a livello mondiale da un pugno di accordi, quali le Convenzioni di Parigi e di Berna. Tuttavia tali strumenti non prevedevano alcun meccanismo di controllo vincolante sull’implementazione da parte degli Stati, che dovevano dunque ricorrere ad un complicato sistema di accordi bilaterali con partner animati dal medesimo desiderio di protezione.
Un primo, radicale mutamento di forum avvenne con l’adozione, nel 1994, dell’Accordo TRIPS, per mezzo del quale tutti gli Stati membri dell’allora nascente WTO s’impegnavano, per la prima volta, ad implementare al loro interno norme di proprietà intellettuale vincolanti—brevetti di durata ventennale su ogni tipo di invenzione, diritti d’autore di durata non inferiore ai settant’anni e marchi registrabili su qualsiasi segno distintivo—sotto l’occhio vigile di un’istituzione internazionale incaricata di sorvegliarne l’attuazione. Le proteste che seguirono all’attuazione del TRIPS, guidate da un gruppo di Paesi in via di sviluppo e da numerose ONG, portarono, nel 2001, alla cosiddetta Dichiarazione di Doha, tramite la quale i Membri del WTO riconoscevano i rischi legati ad una tutela eccessiva dei brevetti in materia di accesso a farmaci generici a basso costo, e si impegnavano a adottare una certa flessibilità politica ed ad implementare alcune garanzie legali volte a non ostacolare la produzione e la commercializzazione internazionale di tali medicinali. L’entusiasmo derivante da questa “vittoria” è stato, però, di breve durata. Ben presto gli Stati industrializzati, USA ed Europa in testa, hanno iniziato ad includere clausole relative alla proprietà intellettuale nei trattati commerciali bilaterali e regionali stipulati con i Paesi in via di sviluppo. Tali accordi, detti “TRIPS+” perché impongono standard di protezione ancor più stringenti di quelli già fissati dall’Accordo TRIPS, segnano un ulteriore slittamento del forum negoziale e consentono ai governi degli Stati più avanzati di rompere il fronte diplomatico degli Stati più poveri, recalcitranti all’innalzamento continuo delle norme di tutela.
Il tratto fondamentale dell’intero disegno, di cui l’ACTA non è che un tassello, è che ogni nuovo trattato può solo estendere e mai derogare ai livelli di protezione della proprietà intellettuale fissati dagli strumenti internazionali precedenti, in un vero e proprio crescendo senza fine. Che cosa significa tutto questo ? Prima di giungere a conclusioni politiche affrettate, occorre essere chiari : l’istituzione di forme di proprietà sulle idee e le creazioni non è di per sé un male, ma rappresenta anzi un potente incentivo economico all’innovazione tecnologica ed artistica, in un mondo in cui la conoscenza è la chiave dello sviluppo. Basti pensare ai brevetti sulle invenzioni : se non esistessero, un’impresa che, meritoriamente, investa ingenti quantità di tempo e risorse in ricerca e sviluppo non sarebbe in grado di recuperare il costo del proprio investimento, perché qualsiasi concorrente sarebbe libero, fin da subito, di “copiare” il nuovo prodotto o procedimento e di trarne un vantaggio economico senza aver contribuito ai costi di ricerca. Parimenti, ove fosse possibile contraffare impunemente prodotti recanti un marchio noto come “Apple” o “Barilla”, i consumatori sarebbero tratti in inganno circa le caratteristiche dei prodotti acquistati, con conseguenze drammatiche per la sicurezza, la libera concorrenza e, in definitiva, la qualità dei prodotti stessi. E così via.
Tuttavia, le esperienze degli ultimi vent’anni ci hanno insegnato che una tutela acritica ed assoluta della proprietà intellettuale è suscettibile di ostacolare, invece di promuovere, il pieno godimento di determinate facoltà umane, nonché d’impedire l’esercizio di certi diritti fondamentali. Pur senza voler ridurre un dibattito così complesso a poche righe, basti pensare al già citato problema dell’accesso ai farmaci essenziali. Dato il fatto che i medicinali brevettati costano generalmente di più di quelli generici—proprio per accordare alle case farmaceutiche le rendite economiche necessarie a rientrare nei costi di ricerca—, le fasce sociali più svantaggiate rischiano, specie nei Paesi del Sud del mondo, di veder drasticamente ridotte le proprie possibilità di accesso a farmaci salvavita quali gli antiretrovirali contro l’AIDS o le cure a malattie come malaria e tubercolosi. Un altro esempio può essere rinvenuto nella cultura tradizionale delle comunità indigene sparse per il globo : solitamente ignari dei meccanismi giuridici messi a disposizione dagli Stati di appartenenza, questi popoli rischiano di vedere le proprie conoscenze predate da soggetti meglio in grado di avvalersi di tali meccanismi e di non poterne trarre vantaggio economico qualora decidessero di convertire i propri modelli tradizionali in business. Infine, è opportuno menzionare le numerose problematiche legate alla libertà di accesso ai contenuti della Rete, che potrebbe venire seriamente limitata da un’estensione eccessiva del copyright accompagnata da strumenti di sorveglianza troppo stringenti.
Due considerazioni a guisa di conclusione. Primo, l’appropriazione delle idee non dovrebbe costituire un fine a sé stante, da proteggere ad ogni costo, bensì un semplice mezzo per raggiungere obiettivi di carattere sociale, economico e politico, e per contribuire al benessere delle società in cui essa si iscrive. Secondo, il dibattito intorno all’ACTA è eccessivamente polarizzato tra due fazioni apparentemente incapaci di comunicare e di comprendere le ragioni dell’altro—da un lato i negoziatori del Nord del mondo, che fingono d’ignorare le implicazione sociali che le politiche da loro perseguite possono comportare ; dall’altro le associazioni della società civile, che non fingono di non comprendere i benefici sistematici derivanti dalla proprietà intellettuale e si allineano acriticamente alle posizioni dei governi del Sud del mondo, visti come i garanti dell’umana moralità.
Anche qualora entrasse in vigore, l’ACTA non sarà certo l’ultima battaglia nello scontro globale in corso : altri strumenti provvederanno sicuramente a dettare i prossimi movimenti della sinfonia. Ancorché legittime, le proteste non bastano : la definizione della proprietà intellettuale e dei suoi limiti costituisce uno dei nodi centrali per lo sviluppo economico e per una più giusta ripartizione delle risorse nel mondo che verrà, e i prossimi passi dovranno essere discussi in modo più collegiale e partecipativo, al di là di sterili guerre di religione.


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ACTA sunt servanda ?
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