Si prefigge di rilanciare lo spinosissimo dossier della cooperazione militare. Chiede (e ottiene) di presenziare ai summit dell’eurogruppo pur non avendo ancora adottato la moneta unica. Stigmatizza urbi et orbi l’emergere di un nuovo euroscetticismo più subdolo di quello tradizionale, individuato “nel comportamento di alcuni politici che, pur supportando più integrazione all’interno dell’Unione Europea, allo stesso tempo lavorano per indebolirla”. Un limpido riferimento agli arroccamenti susseguitisi negli ultimi mesi su governance economica e spazio Schengen.
La Polonia ha esordito lo scorso 1 luglio il semestre di presidenza europea con armi spuntate e idee estremamente chiare. Risoluta, cioè, a vivere il mandato da protagonista, trasformandolo in definitiva consacrazione sul palco comunitario.
Di spazio per riscattare la credibilità dei paesi membri un tempo satelliti dell’Urss, dopo il semestre anodino della Slovenia e quelli travagliati di Ungheria e Repubblica Ceca, ce n’è a sufficienza. Di fronte alle tensioni e le divisioni che serpeggiano tra i pilastri della vecchia Europa, Varsavia può in effetti issarsi a locomotiva di un rilancio della solidarietà comunitaria. Francia e Germania sono avvertite. “Dobbiamo essere sicuri che non sfruttino le loro dimensioni in modo inappropriato”, le ha messe in guardia il primo ministro polacco Donald Tusk.
Le premesse per una presidenza all’insegna della grandeur, insomma, non mancano. Il cielo è terso e luminoso sull’economia polacca. Nel 2009, mentre il resto dell’Europa brancolava tra le macerie della recessione, il paese ha registrato una crescita dell’1,3%. Le stime per il 2011 tratteggiano una perfomance economica a ridosso del 4%. A Varsavia regna da quattro anni una formazione dalle solide credenziali liberali e europeiste, agl’antipodi rispetto alle incontinenze euroscettiche della passata amministrazione in mano alla ditta Kaczyński.
La Polonia giocherà il tutto per tutto per ridare ossigeno a vertenze cadute nell’oblio o incagliatesi sugli scogli delle convenienze nazionali, quali l’indipendenza energetica dalla Russia o ancora le relazioni con gli stati che lambiscono i confini orientali dell’UE, a cominciare da Ucraina e Moldavia.
Eppure, almeno due istanze potrebbero mettere il bastone tra le ruote ai progetti di gloria polacchi, minandone la spinta riformatrice ed euroentusiasta tanto sbandierata in questi giorni.
La prima è legata alle reazioni che potrebbe suscitare in Europa una petizione popolare appena presentata al Parlamento nazionale. L’esposto, sottoscritto da oltre 450mila cittadini, domanda un’ulteriore stretta sull’aborto, estendendo il bando sull’interruzione di gravidanza anche alla manciata di eccezioni ancora ammesse dalla normativa corrente: incesto, stupro, rischi medici.
L’iniziativa è pilotata dall’opposizione cattolica che, per quanto divisa, continua a esercitare un forte ascendente sulla periferia rurale del paese. Ma pare non dispiaccia neanche a una parte della maggioranza. Secondo le ultime notizie battute dai media locali, il Parlamento ha già avviato l’iter di conversione in legge. Che, se dovesse essere approvata, evenienza assai probabile, attirerà per certo feroci critiche d’oltreconfine.
Non che l’UE sia competente sulla materia, tanto meno sembra intenzionata a prendere posizione su un tema così controverso. Eppure si aspetta al varco il contributo indignato di stampa e parlamento europeo, facendo presumibilmente montare il caso. Cosicché Tusk e compagni si troverebbero sulla difensiva, alle prese con una vistosa patacca sul loro ecumenico programma per il semestre. La Polonia scalzerebbe inoltre Malta e Irlanda in cima alla classifica dei paesi UE più proibizionisti nei confronti dell’interruzione di gravidanza, dando ulteriore slancio al fiorente business nazionale degli aborti illegali. Al quale, secondo le ultime stime, nel solo 2009 hanno fatto riscorso non meno 120mila donne.
Una seconda incognita sulla Presidenza polacca sono le elezioni politiche nazionali, fissate per il prossimo ottobre. La popolarità di Tusk e del suo partito, la Piattaforma Civica, dovrebbe in teoria garantire una agevole riconferma al potere, non ponendo alcun problema alla continuità del semestre.
Tuttavia, l’opposizione ha già cominciato ad affilare le armi, in uno scenario politico mai pienamente pacificato. Fuor di metafora, significa che la ventura campagna elettorale potrebbe distrarre il governo polacco dalla sua missione comunitaria costringendolo viceversa a concentrarsi sul contesto nazionale per parare le bordate dei suoi detrattori politici, a partire da Giustizia e Libertà, la formazione di Kaczyński.
Se aborto ed elezioni incarnano minacce interne, altri pericoli sono in agguato a Bruxelles, dove nervosismo e disaccordi sono ormai all’ordine del giorno. Varsavia potrebbe sempre scivolare sulle perpetue frizioni che scandiscono ormai l’attività del Consiglio, finendo per restarne vittima per mancanza di esperienza politica o, per converso, eccesso di ambizione. Un sinistro avvertimento lo ha lanciato nei giorni scorsi il Presidente della Commissione europea José Barroso: “il mio messaggio alla presidenza polacca è: preparatevi perché qualcosa potrebbe accadere”. Infausto vaticinio o sibillino messaggio augurale?


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