Nel frattempo, la Merkel deve anche tenere unita la coalizione di governo, che rischia di spaccarsi sul voto per la concessione di nuovi crediti alla Grecia; numerosi deputati della FDP, il partito liberale alleato di governo della CDU, hanno dichiarato che voteranno contro ogni nuovo fondo di salvataggio per il paese ellenico. Potrebbe essere solo una manovra politica per recuperare consenso, visto che la FDP è in caduta libera nei sondaggi, ed è stata severamente punita dagli elettori nelle ultime consultazioni regionali. D’altra parte, l’opinione pubblica tedesca è fortemente contraria a ulteriori esborsi, e i liberali si possono presentare come gli interpreti – al governo – della “vox populi”.
Da Amburgo a Brema...

- Uno scorcio di Amburgo
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Fonte: www.flickr.com © dmpop
Le due grandi metropoli del nord distano meno di 400 chilometri; ma ci sono voluti tre mesi per percorrerli, passando per la Sassonia, la Renania e il Baden-Würrtenberg. Non stiamo parlando della versione teutonica del Giro d’Italia, bensì delle tornate elettorali che hanno avuto luogo in Germania nel 2011. Ovunque con un risultato pressoché identico: impennata dei Verdi, crollo dei liberali, socialdemocratici che mantengono le posizioni, CDU che arretra vistosamente. L’ultima è stata Brema; risultato scontato, si dirà. Dalla fine della guerra, la città-stato è governata ininterrottamente dalla SPD, che infatti si è riconfermata al parlamento regionale. Già, ma anche il Baden era un feudo dei cristiano-democratici, e ha eletto il primo Presidente Grünen della storia tedesca. In tutto, il partito della Merkel è riuscito a rimanere al governo solo in Sassonia, in coabitazione con la SPD; un pareggio, appunto, e quattro sconfitte.
Le prossime sfide si disputeranno in Meclemburgo-Pomerania e soprattutto nella capitale, entrambe a settembre. Al momento, Berlino è guidata da una coalizione rosso-rosso, ovvero SPD e Die Linke, con un sindaco socialdemocratico: Klaus Wowereit, noto per aver fatto outing qualche anno fa, divenendo così il primo leader di un Land tedesco dichiaratamente omosessuale. E la partita per la capitale, terza e più grande città-stato della Germania (le altre sono Amburgo e Brema) potrebbe diventare fondamentale.
...per arrivare a Berlino
La città cambia a ritmo vorticoso, questo si sa. Negli ultimi anni c’è stato – come in tutta Europa – un forte rincaro degli affitti, che anche dopo il crollo della DDR erano stati calmierati, mantenendosi quanto mai bassi; ma all’ombra della Fernsehturm, la torre della Tv che svetta da Alexanderplatz, i cambiamenti potrebbero essere ben più rilevanti. L’allarme rosso è già suonato per il Tacheles, storica Kunsthaus del centro: gli artisti si sono organizzati come una fondazione, per impedirne la chiusura, e c’è una forte mobilitazione popolare. La stessa che c’era stata in febbraio in occasione dello sgombero di un palazzo occupato a Friedrichshain (di cui hanno dato notizia anche gli Euros). Ma i progetti per cambiare il volto della capitale non finiscono qui: sempre a Friedrichshain, un’altra Kunsthaus è a rischio, la LA54, mentre il progetto Mediaspree prevede la risistemazione di un ampio tratto delle rive della Sprea, eliminando molti spazi pubblici.
Insomma, le elezioni di settembre rappresentano una svolta fondamentale, tanto per il futuro volto della capitale quanto per capire se la CDU riuscirà a convogliare il voto di scontento dei berlinesi.
Una coalizione in trappola
La coalizione è l’alleanza giallo-nera (liberali e cristiano-democratici) che guida la Germania. La trappola è quella che il più autorevole quotidiano economico tedesco – die Handesblatt – ha definito “Euro-Falle”: la trappola dell’euro.
A turbare i pensieri della Kanzlerin Merkel, infatti, non sono soltanto i deludenti risultati ottenuti in tutte le cinque elezioni regionali dell’anno. Anche nel Bundestag la maggioranza rischia di perdere i pezzi, con la FDP che cerca di svincolarsi dalla politica di assistenza al debito sovrano degli stati dell’eurozona. Da parte sua, in un recente incontro con la stampa estera, la cancelliera ha dichiarato che la Germania è pronta ad aiutare la Grecia; ma servono modifiche al Patto di Stabilità, ha ribadito, tali che i meccanismi siano più rigidi e le sanzioni più automatiche.
Finora, degli 80 miliardi erogati paesi della zona euro (cui vanno aggiunti i 30 provenienti dal Fondo Monetario Internazionale, per un totale di 110 miliardi) per il piano di salvataggio della Grecia, la somma più elevata è stata concessa proprio dalla Germania, con un prestito di 8,4 miliardi. E l’Unione ha creato un fondo di 78 miliardi di euro da destinare al Portogallo. “And the next winner is......?”, si chiedono i tedeschi. A chi andranno nostri talleri la prossima settimana?
Anche la Merkel, tuttavia, ha stigmatizzato il trasferimento di ricchezze da un paese all’altro: il Patto di Stabilità non prevedeva che le difficoltà di un singolo diventassero un problema per tutta eurolandia, e una nazione non può essere responsabile per i debiti di un’altra. E intorno alla cancelliera sembra ricompattarsi la CDU: il ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, precedentemente su una posizione “morbida” – prolungare i termini di pagamento dei titoli di Stato greci – in una recente intervista ha dichiarato che una ristrutturazione del debito greco “sarebbe accompagnata da rischi rilevanti”.
Le opinioni di manager e imprenditori
La CDU fa quadrato intorno alla Merkel, mentre il cittadino medio non ne vuole sapere di concedere ulteriore credito. Ma cosa ne pensa il mondo imprenditoriale dell’atteggiamento del governo sulla questione del debito sovrano? Secondo un sondaggio dell’Handesblatt, condotto nella prima metà di maggio, la metà dei business-men tedeschi si dichiara d’accordo con l’azione di governo; il 37% ritiene che si potrebbe fare meglio e solo il 7% è decisamente contrario. Le cose cambiano, tuttavia, se andiamo a vedere le opinioni sulla possibilità di concedere crediti ad altri paesi dopo il Portogallo, la Grecia e l’Irlanda: solo il 30% dice di essere favorevole, mentre il 62% ritiene che un altro sostegno debba essere ben valutato, e solo “eventualmente” concesso. Una percentuale che aumenta prendendo in considerazione solo le risposte delle grandi imprese, che arrivano a 66 punti percentuali.
Ma lo scarto più evidente fra piccole e medie imprese da una parte, e le grandi aziende dall’altra, è sulla questione della partecipazione dei creditori privati alle misure di salvataggio: al momento, sono obbligati a prenderne parte solo se nelle precedenti trattative politiche si è accertato che il paese non potrà pagare il suo debito. Il 70% delle piccole e medie imprese ritiene sbagliata questa posizione, e sarebbe favorevole a far partecipare in ogni caso i creditori privati; non così le maggiori compagnie, i cui manager si dichiarano al 50% d’accordo con l’attuale regolamento.
In conclusione, accanto alle tematiche ambientali, la “Euro-Falle” tiene banco in Germania; e naturalmente ha forti riflessi sul resto dell’Unione. Berlino è chiamata a non venir meno al suo storico ruolo di “locomotiva d’Europa”, a ribadire l’impegno all’interno della UE, a fronteggiare all’interno e all’esterno la questione dei debiti sovrani e al contempo a ritrovare la fiducia e i voti di un elettorato che finora ha lanciato messaggi molto chiari. “Die Lokomotive” comincia forse ad avere troppi vagoni da trainare.


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