Bilancio 2014-2020 : salta l’accordo

A Bruxelles Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ha esordito mostrando un cauto ottimismo, subito demolito dai conflitti tra i « potenti » giunti al vertice straordinario tra i 27 Paesi membri

Tema di discussione è stato il bilancio pluriennale per il periodo 2014-2020 : l’incontro non ha portato il raggiungimento di un’intesa. Come era lecito attendersi, ognuno ha cercato di favorire (con proposte più o meno ragionevoli) il proprio Stato d’appartenenza, a volte anche a discapito degli altri, i quali hanno minacciato gravi ripercussioni. In questo clima di tensione generale, si è preferito rimandare il tutto a data da destinarsi per evitare rotture definitive. I maggiori problemi sono sorti a causa delle posizioni di Germania e Gran Bretagna, che hanno richiesto un ulteriore aumento dei tagli. Anche l’Italia si è opposta a questa soluzione, soprattutto quella proveniente da Londra.


« L’Italia è pronta a mettere il veto se l’accordo sul bilancio Ue 2014-2020 non sarà equo per i nostri cittadini e gravoso per il nostro Paese. Se la proposta per il bilancio 2014-2020 fosse catastrofica per l’Italia, questo ci porterebbe a non mettere il nostro voto all’unanimità necessaria per approvare l’intesa ». Questo il pensiero di Moavero Milanesi, Ministro per gli affari europei, il quale denuncia abbastanza chiaramente la posizione dell’Italia al vertice. Il fatto ha sorpreso un po’ tutti, considerando l’atteggiamento particolarmente europeista tenuto da Monti e dal suo governo fino ad ora. Tre i punti che hanno fatto scaturire una reazione tanto dura : fondi per l’agricoltura, fondi per la coesione ed i meccanismi di ripartizione.

« Non accetteremo soluzioni che consideriamo inaccettabili. L’Italia finora è stata sproporzionatamente penalizzata. Per noi non è importante, come per altri, un limite al totale del bilancio, però è essenziale che l’Italia ottenga risultati migliori di quelli prospettati oggi per quanto riguarda la coesione, agricoltura, e meccanismi di ripartizione ». Una presa di posizione abbastanza forte da parte di Monti. Il problema maggiore riguarda la modalità di approvazione del programma : per far sì che questo entri in funzione, c’è bisogno del consenso di tutti i 27 paesi membri. Con queste premesse un lieto fine sembra eufemisticamente lontano.

I punti di disaccordo

Il più importante forse riguarda i capitoli di spesa, cioè i soldi che in un lasso di tempo uno Stato elargisce all’Unione europea in modo che possano essere finanziati svariati progetti e/o programmi. Questi riguardano vari campi, dall’agricoltura alle infrastrutture, passando per le spese amministrative. La somma che ogni Paese destina all’Ue varia in base a tanti fattori, dal PIL alla popolazione : si passa, infatti, dalla spesa minima di Malta (€56 milioni) a quella massima della Germania (€19,6 miliardi). A prima acchito sembrerebbe che lo Stato ci rimetta in un’operazione del genere. Ma in realtà non è così. I progetti che l’Ue andrà a finalizzare comprenderanno ovviamente anche i Paesi che hanno donato la somma richiesta. Insomma si tratta di una sorta di investimento. O almeno così dovrebbe essere. Qui infatti sorge la questione : i « contribuenti netti » sono denominati coloro i quali non rientrano della spesa, cioè che hanno guadagnato meno di quello che hanno dato. Si capisce che in tempi come quelli attuali situazioni del genere sono paradossali e difficilmente accettabili dagli Stati europei, i quali osservano sempre con una certa preoccupazione la casella riguardante le uscite. A questo punto i Paesi che sono stati « svantaggiati » (nel 2010, tra gli altri, in questa poco invidiabile lista sono presenti Germania, Francia, Gran Bretagna ed Italia) iniziano a chiedere rimborsi o tagli all’Ue.

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Dalle indiscrezioni che sono trapelate, sembra ci sia stato un sostanziale gelo tra alcuni capi di Stato, in particolare tra Angela Merkel e François Hollande. I due, a differenza delle altre volte, sono arrivati separatamente e raramente si sono trovati a contatto. La Merkel sembra infatti sia stata più vicina a David Cameron, Jiri Katainen e Mark Rutte. Anche questo sembra essere un sintomo della pesante aria creatosi a Bruxelles nei giorni precedenti.

A proposito della Merkel, i Paesi che hanno chiesto i maggiori tagli sono stati proprio la Germania e la Gran Bretagna : in particolare la seconda ha posto condizioni francamente fuor da ogni logica. Basti pensare che la Commissione europea ha sollecitato ad un taglio di circa €1.048 miliardi, mentre la Gran Bretagna ne ha richiesto uno non superiore agli 886 miliardi, inflazione inclusa (e la posizione sembra abbastanza inamovibile). Questo diktat imposto da Londra avrebbe ripercussioni abbastanza prevedibili sull’Unione europea : vorrebbe dire riduzione dei principali capitoli di spesa, tra i quali si trovano le telecomunicazioni, i trasporti e l’agricoltura. La situazione è di abbastanza difficile risoluzione, la netta presa di posizione della Gran Bretagna ha stupito addirittura la Germania, che segue una linea più o meno analoga, ma molto meno intransigente. Johnson, il sindaco di Londra, ha invitato a prendere da esempio Margaret Thatcher, la quale si oppose fermamente all’Ue negli anni ’80 fino ad ottenere il rimborso da parte di essa, proprio quello che chiede la Gran Bretagna adesso.

Il Consiglio europeo ha cercato in qualche modo di andare incontro alle richieste di riduzione dei tagli, scendendo di circa €75 miliardi dall’iniziale richiesta della Commissione. A quanto pare però non è ancora sufficiente : i Paesi nordici, con in prima fila la Svezia, chiedono ulteriori tagli, almeno altri 25 miliardi. La situazione è sempre più complessa.

Ulteriore motivo di disaccordo giunge sono stati i fondi per l’agricoltura : anche qui la Gran Bretagna svolge il ruolo del « cattivo ». Da Londra chiedono un risarcimento di €3,5 miliardi annui, visto che il Paese si basa essenzialmente sui servizi e che i fondi destinati all’agricoltura non vengono utilizzati. Su questo punto la Gran Bretagna ha scatenato reazioni da Germania, ma anche Italia e Francia. Quest’ultima ha addirittura minacciato di richiedere una modifica del rebate britannico (approvato proprio dalla Thatcher) in caso di approvazione della richiesta. La Gran Bretagna, forte delle sue convinzioni, non sembra però intenzionata a tirarsi indietro e pone metaforicamente l’Unione europea con le spalle al muro.

Il prossimo vertice per l’approvazione del bilancio 2014-2020 dovrebbe svolgersi nel 2013, visto che ormai il 2012 sta per concludersi e le questioni irrisolte sono molteplici. I problemi sono molti, le parti da unire di pensiero a volte opposto, ma vista l’importanza della questione c’è un’unica soluzione possibile : un compromesso che accontenti tutti e che permetta all’Ue di poter finalmente firmare il bilancio 2014-2020 in modo da poter programmare il futuro in maniera ancor più approfondita.


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Manuel MALIGNO

Iscritto al corso di laurea in Scienze della Comunicazione presso l’Università di Roma Tor Vergata.
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