La presidenza danese sotto tiro
Spesso famosi per la loro capacità di costruire compromessi, i danesi, che presiedono in questo momento la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (COP15), hanno cominciato la settimana con grande fatica. La loro proposta di accordo, rivelata già il secondo giorno di negoziazioni (martedì 8 dicembre), ha suscitato una levata di scudi da parte degli stati del G77 (paesi emergenti e paesi in via di sviluppo) e di una schiacciante maggioranza delle associazioni ambientaliste rappresentate a Copenhagen.
Il testo danese che è venuto a conoscenza della stampa (anche se i pareri divergevano sul carattere volontario o meno di questa fuga di notizie) non conteneva in effetti nessun riferimento al protocollo di Kyoto, unico strumento giuridico vincolante nella lotta contro i mutamenti climatici. Il testo prevedeva anche una limitazione delle emissioni di gas serra del 50% di qui al 2050, rispetto ai livelli del 1990, in modo da limitare a 2° C l’aumento della temperatura globale. Tale testo avvantaggerebbe i paesi sviluppati, autorizzandoli ad emissioni medie per abitante due volte superiori ai paesi in via di sviluppo. Inoltre, il testo, prendendo in considerazione un’istanza degli Stati Uniti, non indicava un obiettivo in termini quantitativi per il 2020. Il più rilevante oggetto del contendere resta comunque l’entità dei finanziamenti per gli aiuti ai paesi in via di sviluppo, posto che il testo danese menzionava soltanto un ammontare complessivo di 10 miliardi di dollari tra il 2010 e il 2012 ma non conteneva riferimenti all’ammontare totale dell’impegno sul medio e lungo periodo.

- La manifestazione del 12 dicembre
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(Fonte : adopt a negotiator ; www.flickr.com)
I paesi del G77, guidati dalla delegazione cinese, non hanno impiegato molto a rispondere alla proposta danese, rendendo pubblico il testo del BASIC (dalle iniziali di Brasile, Sudafrica, Sudan – presidente del G77 nel 2009 – India e Cina) il 9 dicembre. A differenza del testo danese, quello del G77 fa esplicito riferimento al protocollo di Kyoto e chiede che sia mantenuto in vigore anche dopo il 2012. Il documento prevede, infatti, che i paesi industrializzati (inclusi gli Stati Uniti) assumano nuovi impegni in materia di riduzione delle emissioni di gas serra dopo il 2012. Al contrario, nessun impegno vincolante sarebbe previsto per i paesi in via di sviluppo, anche se il testo contiene il riferimento ad azioni di tali stati che seguano “linee guida” elaborate dalla comunità internazionale. In materia di finanziamento degli aiuti ai paesi in via di sviluppo, il documento prevede la creazione di un fondo globale per il clima, posto sotto il regime della Convenzione delle Nazioni Unite.
Venerdì 11 dicembre, mentre i ministri dell’ambiente entravano nella danza delle negoziazioni, un progetto di compromesso tra il testo danese e quello del G77 è stato distribuito alle delegazioni. Quest’ultimo, pur lasciando aperti numerosi punti di disaccordo tra il Nord e il Sud, dovrebbe comunque servire come base per la negoziazione.
L’UE non tiene botta
A Bruxelles il Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre ha permesso ai capi di Stato e di governo dell’UE di accordarsi sulla somma di 7,2 miliardi di euro di aiuti rapidi ai paesi poveri, ripartiti su tre anni, vale a dire 2,4 miliardi per il 2010, 2011 e 2012. Questa posizione comune doveva permettere all’Unione di serrare i ranghi e di presentarsi in ordine di battaglia alla seconda settimana di negoziazioni a Copenhagen, dove giungeranno i 27 capi di Stato e di governo e José Manuel Barroso, Presidente della Commissione europea.

- Il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt all’uscita del vertice europeo del 10 e 11 dicembre.
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(Fonte : Gunnar Seijbold/Regeringskansliet)
L’annuncio dell’impegno europeo è stato tuttavia accolto con freddezza dai rappresentanti del G77 e delle ONG ambientaliste, che hanno insistito sulla mancanza di ambizione dell’UE. La “leadership” europea in materia di mutamento climatico (l’UE si è già impegnata a ridurre le sue emissioni del 20% di qui al 2020 e sarebbe pronta a giungere sino al 30% se anche i paesi in via di sviluppo assumessero impegni vincolanti) appare indebolita e circolano dubbi sulla capacità dell’UE di incidere sull’esito di quello che si configura sempre più come un duello tra paesi del Nord (USA e UE) e del Sud (paesi emergenti e paesi in via di sviluppo).
Clima arroventato al COP15
Questa prima settimana del COP15 è stata segnata anche da una mobilitazione senza precedenti nelle strade di Copenhagen e in seno alla “contro-conferenza” (COP15 off) organizzata dalle ONG. Oltre al successo ottenuto dai dibattiti e dalle conferenze organizzati al DGI Byen (quartier generale delle ONG durante il COP15), la manifestazione di sabato 12 dicembre, che ha riunito tra 30.000 e 100.000 persone, è stata la più grande mai organizzata in materia di mutamento climatico. Anche la seconda settimana del COP15 si annuncia assai intensa sul fronte “off” : nuova manifestazione il 16 dicembre, “Summit dei sindaci delle grandi città per il clima”, concerti gratuiti nel centro di Copenhagen (nel quadro di “Hopenhagen”), etc.
Purtroppo, e come ci si aspettava, scontri tra forze dell’ordine e manifestanti sono scoppiati in coda al corteo nel quartiere di Amager e la polizia danese ha effettuato più di 950 arresti nel corso della manifestazione del 12 dicembre. Numerose organizzazioni hanno aspramente criticato le condizioni di fermo dei manifestanti, tenuti per ore al freddo e senza accesso ai servizi igienici. La tensione era ancora palpabile domenica 13 dicembre, con incidenti scoppiati nel quartiere di Østebro ed altri 200 fermi. Il dispiegamento delle forze dell’ordine a Copenhagen è impressionante : impossibile muoversi in città questa domenica senza incrociare un furgone della polizia o senza notare la presenza degli elicotteri che solcano costantemente il cielo.
Se la prima settimana del COP15 è stata calda, la seconda si annuncia rovente, sia al Bella Center, sede delle negoziazioni ufficiali, ove sono attesi i capi di Stato e di governo, che nelle strade della città di Copenhgen.
Traduzione a cura di Guido Sala Chiri
(Logo : campagna di Greenpace all’aeroporto di Copenhagen ; foto di Pierre Roca)












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