La Conferenza sul Cambiamento Climatico di Copenhagen ha dunque chiuso i battenti sotto i peggiori auspici, gettando alle ortiche di una diplomazia litigiosa e inconcludente la possibilità di un accordo storico. Quindici giorni di serrate negoziazioni – e una fiumana d’incontri tecnici preliminari nei due anni precedenti – il cui obiettivo principe era di offrire un successore all’altezza all’ormai anacronistico protocollo di Kyoto, non hanno partorito nemmeno un topolino. Le ultime 24 ore del meeting hanno visto al contrario materializzarsi un documento di appena cinque pagine e dal frasario volutamente vago concertato in camera caritatis da un ristretto sinedrio di stati; tentativo miserabile di mascherare un fallimento ormai nell’aria che, come da copione, ha sulle prime indispettito, in alcuni casi fatto letteralmente incollerire molte delegazioni presenti alla conferenza.
Il miniaccordo, se tale possiamo chiamarlo, fa in effetti scempio finanche delle aspettative più modeste: si limita a riconoscere la necessità di tenere l’innalzamento della temperatura al di sotto della soglia dei due gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali ma glissa con garbo sugli impegni a ridurre le emissioni di gas serra; recepisce la proposta di Obama di destinare 100 miliardi di euro ai paesi in via di sviluppo e sottosviluppati per fare fronte agli effetti del riscaldamento globale ma non profferisce una sola parola sul chi e sul come aprirà il portafoglio per far fronte ad un simile onere finanziario; ogni riferimento temporale, anche il più remoto, è stato espunto dal testo. A prescindere dal contenuto, il documento resta anche dubbio sul piano della rilevanza giuridica. Pur prendendo atto della sua esistenza, l’organismo decisionale della conferenza (a cui partecipano tutte le delegazioni) ha scelto di non adottarlo ufficialmente. Significa che l’accordo si posiziona al di fuori dei confini della convenzione ONU sul clima e per il momento non può tecnicamente fungere da base giuridica per un trattato a venire sotto l’ombrello delle Nazioni Unite. In soldoni, manca di legittimità.
Fuori i colpevoli
Che il COP-15 passerà alla storia come un vero e proprio fiasco, almeno in relazione alla coltre di attese e speranze che ne ha avvolto la vigilia quanto lo svolgimento, è fuor di dubbio. Ben più difficile appare identificare i veri responsabili di questa terribile bancarotta diplomatica, coloro sui quali pende la spada di Damocle di un fallimento etico prima ancora che politico. Il principio del concorso di colpe vale come canone principale per evitare la tentazione di una demonizzazione unilaterale di questo o quell’altro attore.
In linea generale l’implosione di Copenhagen è figlia in prima battuta del persistente e ormai critico confronto tra economie sviluppate e paesi in via di sviluppo o poveri. Le prime, ancora in convalescenza dopo che la peggiore crisi economica dal dopoguerra ne ha messo a dura prova inizialmente la reputazione domestica poi le finanze pubbliche, non hanno potuto, o voluto, garantire sufficienti aiuti finanziari in favore delle aree sottosviluppate del pianeta colpite dal riscaldamento globale e in alcuni casi i loro piani di taglio alle emissioni di gas serra sono apparsi poco convincenti. Quanto ai secondi, in parte ostaggio di redivive pulsioni anticolonialiste, ancor più coscienti di possedere un peso geopolitico molto più consistente rispetto al passato, hanno probabilmente alzato l’asticella delle pretese sino a vette inaccettabili per la controparte occidentale. Cina e India a parte, basti ricordare che un agguerrito nugolo di stati dell’America Latina, guidati da Venezuela e Bolivia, hanno più volte bloccato i negoziati riaprendo vertenze che si credeva risolte in fase di negoziati preliminari.
Ma, nello specifico e al di là dei numerosi contrasti tipici d’ogni riunione, l’assenza di unanimità e l’impossibilità di coagulare consenso attorno ad una promessa vincolante pesano nettamente sulle spalle di Cina e Stati Uniti, i due attori che per influenza e preminenza politica avrebbero davvero potuto fare la differenza in Danimarca.
Il doppiogioco della Cina
Il gigante asiatico, assurto in pochi anni al rango di secondo inquinatore del pianeta, continua nonostante tutto a interpretare un doppio ruolo, segnatamente contradditorio, laddove in alcune circostanze agisce ormai da superpotenza ben cosciente delle proprie responsabilità internazionali ma nello stesso tempo frequenta e si fa portavoce delle istanze di un ampio schieramento di paesi poveri o non ancora sviluppati (parzialmente raccolti nel G77) con cui ormai ha ben poche affinità.
Le negoziazioni di Copenhagen hanno una volta ancora confermato questa strategia «doppiogiochista» rivelandone tuttavia anche i suoi limiti. Il miniaccordo, per le modalità verticistiche con cui è stato redatto e per la sua inconsistenza testuale, ha seminato non poca delusione tra i paesi, soprattutto latinoamericani e africani, che vedevano nella Cina un alleato di ferro e un attore determinante per far passare le loro richieste. Il premier cinese Wen Jiabao, di ritorno dal vertice, ha provato a venderlo alla propria opinione pubblica come un successo per il paese ma è indubbio che la Repubblica Popolare ci ha messo del suo per far fallire un accordo di sostanza, principalmente perché si è rifiutata di garantire opportune verifiche esterne al suo programma di tagli all’emissioni. E di certo, i paesi poveri che portavano al tavolo di Copenhagen il dramma degli effetti del riscaldamento avranno difficoltà a perdonargli un simile arroccamento ideologico.
Jiabao ha anche confermato che, a prescindere dalla futura stipula di un trattato vincolante, la Cina intende impegnarsi unilateralmente a tagliare le sue emissioni. Eppure dietro la promessa riproposta in Danimarca di ridurre le emissioni, per unità di PIL, del 40-45% entro il 2020 su base 2005, si cela un piccolo inganno: in altri termini, considerando che la riduzione delle emissioni è legata alla variazione unitaria di PIL e tenendo in conto che entro il 2020 è prevedibile che questo aggregato raddoppi, ne consegue che nel 2020 la massa reale di emissioni cinesi dovrebbe rimanere uguale a quella attuale.
Le debolezze degli USA
Venendo agli Stati Uniti, certamente la sensibilità ambientalista di Obama, e l’importanza data a Copenhagen finanche nel suo programma elettorale, è anni luce lontana dal qualunquismo becero e supponente del suo predecessore George W. Bush. L’America repubblicana di appena un anno fa irrideva agli impegni di Kyoto e osteggiava a spada tratta l’attività dell’Agenzia per l’Ambiente statunitense.
Il nuovo presidente è certo cosciente che, quali che saranno le sue caratteristiche, la svolta ambientalista del pianeta non potrà concretizzarsi senza la leadership americana. Ma Obama ha lasciato dietro di sé un paese sempre più ostile alle due guerre in Afghanistan e Iraq e un parlamento impaludatosi da mesi nell’acrimonioso dibattito sulla riforma del sistema sanitario nazionale. La sua popolarità è in caduta libera e la necessità di restare nelle grazie un’opinione pubblica per antonomasia fluttuante rimane prioritaria. Un disegno di legge presentato la scorsa estate dallo stesso presidente e che, fatto senza precedenti, impegnerebbe per la prima volta il paese a ridurre le proprio emissioni di gas serra (17 per centro entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005) langue da mesi in senato dopo essere stato ampiamente annacquato dalla Camera. E’ pur vero che il miniaccordo prodotto all’ultimo momento dalla Conferenza è una creatura della volontà politica e negoziale del presidente il quale, va riconosciuto, ha cercato con tenacia l’intesa di un blocco di paesi sin dal principio prevenuti.
Ma per le ragioni di cui sopra gli Stati Uniti muovevano da una posizione debole, facile obiettivo per ogni genere di polemica, anche se strumentale. La mancata ratifica del protocollo di Kyoto, i target quasi ridicoli contenuti nella succitata legge sul taglio delle emissioni (17% rispetto ai livelli del 2005 si traduce in 4% rispetto ai livelli del 1990), l’incertezza sulla provenienza dei soldi per il fondo annuale da cento miliardi euro per i paesi in via di sviluppo e sottosviluppati, hanno minato la capacità negoziale dell’America sin dal principio. E permesso alla Cina di alzare la posta in gioco. A questo si aggiunga che Obama ha rischiato la gaffe diplomatica avendo previsto in principio di partecipare ai primi giorni del vertice e non ai negoziati finali come la maggior parte dei capi di stato. Una decisione, poi corretta, che ha in un certo senso alimentato la sensazione che gli Stati Uniti stessero ridimensionando le loro aspettative per Copenhagen.
Le sviste dei Danesi

- Incaricata di presiedere la Conferenza, la Danimarca è ripetutamente inciampata su errori procedurali che spesso e volentieri hanno come effetto perverso allungato oltremisura i tempi dei negoziati.
Fuor dalle dinamiche da G2, un ristretto ma consistente pacchetto di responsabilità per l’echec del COP-15 deve essere attribuito anche alla nazione ospitante. Incaricata di presiedere la Conferenza, la Danimarca è ripetutamente inciampata su errori procedurali che spesso e volentieri hanno come effetto perverso allungato oltremisura i tempi dei negoziati. Ma soprattutto la sua macchina diplomatica, su cui gravava in buona parte l’onere di coordinare le contrattazioni, sembra abbia funzionato non in maniera esattamente impeccabile, da un lato scatenando le proteste di molti paesi, dall’altro generando non poche incomprensioni e malintesi con gli stessi funzionari ONU presenti sul posto. In ultimo, il repentino avvicendamento alla presidenza che ha visto il primo ministro Rassmussen sostituirsi il 16 dicembre al Ministro dell’Ambiente (e futuro Commissario Europeo al Cambiamento Climatico) Connie Hedegaard è stato interpretato come segno di una evidente difficoltà gestionale da parte danese.
La lezione di Copenhagen
Dati i presupposti, la speranza che un Trattato venisse infine alla luce in quel di Copenhagen era sin dal principio da considerarsi chimerica. Più realisticamente, si puntava a un accordo o a una dichiarazione ufficiale che, non rinunciando a fornire i principali dettagli della partita (target per riduzioni e via proseguendo), gettasse le fondamenta per un’imminente stipula lasciando al prossimo evento ufficiale, verosimilmente a Città del Messico, la definizione degli ultimi particolari tecnici.
Il risultato, lo si sa, s’è rivelato ben al di sotto delle aspettative più modeste. Il documento prodotto al termine del COP-15 in teoria prescrive che i firmatari complementino nei prossimi mesi il capitolo (rimasto in bianco) sui tagli di gas serra con i propri singoli impegni di riduzione per il futuro. Ma ancora una volta si tratta di una opzione libera e unilaterale che, per mille ragioni o scuse, potrebbe essere disattesa, specialmente dai maggiori inquinatori mondiali.
Smaltita la delusione per l’epilogo rovinoso della conferenza, digerita l’indignazione al cospetto della miopia politica e degli egoismi nazionali emersi durante i negoziati, a mente fredda sembra opportuno concludere con almeno due considerazioni. La prima, di ordine più generale, verte sulla stessa forma delle negoziazioni. La convenzione ONU sul clima nel cui solco giuridico deve collocarsi ogni futuro accordo ha una volta ancora svelato i propri limiti tecnici. Convogliare il consenso di cento e più delegazioni verso un unico testo appare un’impresa quasi titanica e, date le frizioni attuali, difficile da realizzare. Le ultime possibilità di un vero accordo a Copenhagen, lo si accennava, sono anche state falciate dalle intemperanze, spesso e volentieri di marca puramente demagogica, di piccoli stati quali Cuba e Venezuela, disposti a bloccare i negoziati pur di indispettire il “nemico” statunitense. Di fronte al proliferare di club internazionali aperti solo ad alcuni paesi dall’evidente importanza economica o geopolitica, G8 e G20 in testa, è lecito allora domandarsi se il clima non sia un affare da regolare a pochi, con tutti i benefici in termini procedurali che un consesso ristretto di paesi potrebbe apportare.
Infine, per quello che ci concerne, due parole vanno spese sul ruolo dell’Europa a Copenhagen. L’Ue si è presentata alla conferenza forte di una strategia ambientalista tra le più all’avanguardia nel mondo, esempio virtuoso per le altre economie sviluppate. Come contropartita ad un accordo sufficientemente soddisfacente aveva finanche offerto di aumentare i tagli alle emissioni dal 20 al 30% entro il 2020, un obiettivo più che ambizioso. Eppure la sua influenza al tavolo negoziale del COP-15 è stata infine e prevedibilmente ridimensionate dal tira e molla tra Cina e Usa, oltre che tra Usa e le altre economie in via di sviluppo. Sintomo evidente che il Vecchio Continente continua a perdere importanza nelle partite internazionali, ormai sempre più giocate su un asse Est-Ovest che può fare a meno della burocrazia europea. Un invito chiaro a rafforzare la PESC prima che sia troppo tardi.
(Tutte le foto sono di United Nations pubblicate su Flickr.com)


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