Crisi monetaria tra passato, presente e futuro

L’ex Ministro degli Esteri spagnolo avverte : « sono solo tre gli Stati dell’Unione Europea a figurare tra le prime sette potenze mondiali. Nel 2030, ci sarà solo la Germania su questa lista. Dal 2050 in poi, gli Stati Uniti saranno gli unici rappresentativi delle potenze occidentali ».


Il Vecchio Continente, insomma, non ce la fa più. E a furia di arrancare per inerpicarsi sulla collina della crisi sta perdendo tutte le sue ruote motrici. Il Consiglio europeo di Marzo sarà una nuova tappa di questo viaggio. Un consiglio tuttavia, relativamente calmo rispetto a quelli precedenti perché, si dice, il peggio è passato e la finanza sta ritornando nei binari della stabilità. Sarà, ma noi, forse ancora sotto l’effetto della sbornia post-elettorale dei mercati, non percepiamo affatto questa « calma finanziaria ». Se la nostra quiete dopo la tempesta è uno spread schizzato oltre la cosiddetta « quota Monti », è legittimo domandarsi cosa accadrà dopo che si formerà un governo.

I problemi economici in Europa, comunque, continuano ad esserci. Una protratta stagnazione continua a far preoccupare la Commissione europea, le cui proiezioni per il 2013 invitano a prendere misure urgenti, serie ed efficaci. I capi di Stato, in riunione la settimana prossima a Justus Lipsius, dovranno essere particolarmente zelanti nel prendere scelte che si riflettano non solo su un orizzonte a breve termine, ma anche, e soprattutto, a lungo termine. Cinque le portate del menù Europa : risanamento dei conti pubblici, ripristino di un sistema di prestiti normalizzato, stimoli alla crescita e alla competitività, lotta alla disoccupazione e infine modernizzazione della pubblica amministrazione. Un menù impegnativo che non può che mettere in agitazione gli Stati membri, già assorbiti nel difficile compito di preparare i Programmi di Riforma Nazionali e i Programmi di Stabilità e Convergenza. Senza dimenticare, del resto, che ogni Stato deve affrontare i suoi problemi.

La Francia, ad esempio, si trova in una temporanea incapacità di far fronte al risanamento del proprio debito pubblico. La settimana scorsa Parigi ha chiesto a Bruxelles un anno supplementare per poter riportare il proprio deficit nella quota del 3% del PIL. Questo perché le proiezioni finanziarie escludono che la Francia possa uscire a breve dalla recessione.

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La Gran Bretagna non è da meno, visto che per la prima volta ha dovuto rinunciare alla tripla A di Moody’s. Il fatto emerge in tutta la sua drammaticità se si considera che i downgrade statunitensi e francesi cadevano in un periodo di grave crisi, mentre quello britannico è intervenuto in un momento in cui gli Stati Uniti vedono i primi segni di ripresa. In pratica, una porta aperta sulla speculazione sulla sterlina.

E i PIGS ? Il Portogallo deve tuttora riferire alla troika i progressi sull’accordo di salvataggio di 78 miliardi di euro. L’Irlanda ha chiesto più tempo per ripagare il suo debito. La Grecia è entrata nel suo sesto anno di recessione e la Spagna deve lottare contro il circolo vizioso disoccupazione-antieuropeismo.

Eppure abbiamo già vissuto una gravissima crisi in Europa, che molti hanno forse dimenticato. Negli anni ’80 si parlava di « eurosclerosi » : crescita zero, disoccupazione più che allarmante e perdita di fiducia nell’integrazione europea. Cosa che aveva scatenato nelle fervide menti dei predecessori politici l’idea dell’Atto Unico Europeo. Era il 1986 e nasceva il mercato unico, un’idea di successo che avrebbe innescato il circolo virtuoso degli anni ’90. La crisi di oggi, diversamente, è una crisi di importazione. O una crisi d’oltreoceano, che dir si voglia. Scatenata in parte da quelle stesse agenzie di rating che minacciano pervicacemente tutti i titoli di Stato.

Tuttavia, la soluzione per lasciarsi questa crisi definitivamente alle spalle va trovata in un’altra idea di successo. Le proposte italiane in merito sono abbastanza radicali e all’avanguardia : basta austerità, rinegoziamo il fiscal compact, istituiamo gli eurobond e rendiamo la BCE prestatrice di ultima istanza agli Stati. Forse il professore, nell’investitura a proconsole della Germania, aveva un po’ messo all’angolo queste priorità. Adesso speriamo che le più importanti decisioni di politica monetaria non rimangano di pertinenza esclusiva della banca di Francoforte. E che le priorità italiane ritornino ad essere discusse con lungimiranza.


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Ylenia CITINO

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