Un permesso di soggiorno a punti per i ricongiungimenti familiari delle coppie sposate. La misura, parzialmente finalizzata a contrastare i matrimoni “bianchi”, scandisce l’ultima decisa fuga in avanti della Danimarca in fatto di politiche migratorie. Salvo contrattempi dell’ultima ora, dovrebbe ricevere semaforo verde dalle camere all’inizio del 2011. E, a un anno dalle elezioni generali, sancire l’ennesima vittoria politica per il Partito del Popolo danese (Dansk Folkeparti), la sigla neopopulista che sin dal 2001 tiene in vita il governo di minoranza con un appoggio parlamentare esterno. Non per caso, la proposta di mettere mano ad abachi e pagelle per gli stranieri che desiderano riunirsi al proprio congiunto in Danimarca è l’obolo che l’esecutivo di centrodestra deve versare in cambio del sostegno al prossimo esercizio di bilancio.
Il “patto per l’immigrazione”, siglato due settimane fa dal premier Rasmussen con il Dansk Folkepartei, è solo l’ultimo episodio di una trattativa permanente che ha avvolto il paese di Amleto in quella che, secondo molti esperti, è la politica più restrittiva dell’UE in materia di immigrazione. In pratica, secondo quest’ultimo accordo, i coniugi di persone residenti in Danimarca sarebbero messi ai voti in base a titoli di studio, esperienze lavorative, conoscenza della lingua. Ma nella lista dei criteri, tra le varie ed eventuali, figura anche l’impegno in organizzazioni per i diritti umani e il futuro luogo di residenza nel paese – proprio così, stabilirsi in zone ad alta concentrazione di immigrati può costare 10 punti. La soglia per ottenere il permesso di soggiorno è fissata a 60 punti, che raddoppiano per i minori di 24 anni. La normativa appare coerente nella misura in cui, fatta eccezione per gli studenti, i ricongiungimenti costituiscono una quota importante degli ingressi in Danimarca (circa il 9%). Il visto a punti è già in vigore per l’immigrazione legata a ragioni professionali. Programmi di rimpatrio volontario tra i più generosi dell’UE si susseguono da molti anni.
Insomma si tratta dell’ultimo tassello di un percorso già definito. I cui contorni sono dettati dal Partito del Popolo danese, una macchina di voti capace di attrarre il 15% dell’elettorato con un profilo apertamente anti-immigrazione. Peter Skaarup, portavoce della formazione, ha proposto qualche giorno fa di utilizzare donne in topless come deterrente contro l’immigrazione indesiderata. Ossia, mostrando a tutti gli stranieri che anelano a un visto di lunga durata un documentario sul paese farcito di bellezze in topless, di modo da scoraggiare l’arrivo di estremisti (islamici). Il welfare danese da molti anni differenzia l’offerta dei propri servizi tra locali e stranieri. Ma sui ricongiungimenti a punti l’opinione pubblica appare questa volta divisa mentre buona parte dei partiti politici di centrosinistra, all’opposizione, tacciono. Come ricorda l’editorialista del Financial Times Christopher Caldwell, sono decisamente andati i tempi in cui gli immigrati islamici descrivevano l’accoglienze in Danimarca come “fantastica e irreale”.


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