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Anti-immigrazione : la versione danese

I tempi della tolleranza sembrano ben andati nel paese di Amleto. L’influenza montante dei neopopulisti del Partito del Popolo Danese sta trasformando la penisola in una fortezza inaccessibile alla nuova immigrazione. A un anno dalle elezioni politiche, l’ultimo giro di vite sugli stranieri si spinge sin dentro il terreno tradizionalmente protetto dei ricongiungimenti familiari.


Dansk Folkeparti

Fondato nel 1995 dall’ex casalinga Pia Kjærsgaard a seguito di una scissione interna ai conservatori del Partito del Progresso, il Partito del Popolo Danese (Dansk Folkeparti) cavalca una piattaforma segnatamente nazionalista e incentrata sull’anti-immigrazione. Feroce fustigatore del multiculturalismo, assimilazionista, islamofobo ed euroscettico, il DF ha rapidamente guadagnato la ribalta della scena politica nazionale. Dal 2001, forte di un brillante exploit elettorale, sostiene tramite appoggio esterno una coalizione di centro-destra guidata dai Liberali del Venstre. Posizione di forza che gli ha permesso di traghettare il paese verso una legislazione tra le più stringenti d’Europa in materia d’immigrazione, con l’introduzione di test rigidissimi per tutti gli stranieri che vogliono stabilirsi in Danimarca o l’invenzione della soglia dei 24 anni per i ricongiungimenti familiari per coppie sposate. Il DF coltiva ottimi rapporti con le sigle neopopuliste che continuano a fiorire e acquisire influenza politica in molti paesi dell’Europa nord-occidentale, dal PVV olandese di Geert Wilders ai Democratici Svedesi.

Un permesso di soggiorno a punti per i ricongiungimenti familiari delle coppie sposate. La misura, parzialmente finalizzata a contrastare i matrimoni “bianchi”, scandisce l’ultima decisa fuga in avanti della Danimarca in fatto di politiche migratorie. Salvo contrattempi dell’ultima ora, dovrebbe ricevere semaforo verde dalle camere all’inizio del 2011. E, a un anno dalle elezioni generali, sancire l’ennesima vittoria politica per il Partito del Popolo danese (Dansk Folkeparti), la sigla neopopulista che sin dal 2001 tiene in vita il governo di minoranza con un appoggio parlamentare esterno. Non per caso, la proposta di mettere mano ad abachi e pagelle per gli stranieri che desiderano riunirsi al proprio congiunto in Danimarca è l’obolo che l’esecutivo di centrodestra deve versare in cambio del sostegno al prossimo esercizio di bilancio.

Il “patto per l’immigrazione”, siglato due settimane fa dal premier Rasmussen con il Dansk Folkepartei, è solo l’ultimo episodio di una trattativa permanente che ha avvolto il paese di Amleto in quella che, secondo molti esperti, è la politica più restrittiva dell’UE in materia di immigrazione. In pratica, secondo quest’ultimo accordo, i coniugi di persone residenti in Danimarca sarebbero messi ai voti in base a titoli di studio, esperienze lavorative, conoscenza della lingua. Ma nella lista dei criteri, tra le varie ed eventuali, figura anche l’impegno in organizzazioni per i diritti umani e il futuro luogo di residenza nel paese – proprio così, stabilirsi in zone ad alta concentrazione di immigrati può costare 10 punti. La soglia per ottenere il permesso di soggiorno è fissata a 60 punti, che raddoppiano per i minori di 24 anni. La normativa appare coerente nella misura in cui, fatta eccezione per gli studenti, i ricongiungimenti costituiscono una quota importante degli ingressi in Danimarca (circa il 9%). Il visto a punti è già in vigore per l’immigrazione legata a ragioni professionali. Programmi di rimpatrio volontario tra i più generosi dell’UE si susseguono da molti anni.

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Pia Kjaersgaard, fondatrice e presidente del Partito del Popolo danese

Insomma si tratta dell’ultimo tassello di un percorso già definito. I cui contorni sono dettati dal Partito del Popolo danese, una macchina di voti capace di attrarre il 15% dell’elettorato con un profilo apertamente anti-immigrazione. Peter Skaarup, portavoce della formazione, ha proposto qualche giorno fa di utilizzare donne in topless come deterrente contro l’immigrazione indesiderata. Ossia, mostrando a tutti gli stranieri che anelano a un visto di lunga durata un documentario sul paese farcito di bellezze in topless, di modo da scoraggiare l’arrivo di estremisti (islamici). Il welfare danese da molti anni differenzia l’offerta dei propri servizi tra locali e stranieri. Ma sui ricongiungimenti a punti l’opinione pubblica appare questa volta divisa mentre buona parte dei partiti politici di centrosinistra, all’opposizione, tacciono. Come ricorda l’editorialista del Financial Times Christopher Caldwell, sono decisamente andati i tempi in cui gli immigrati islamici descrivevano l’accoglienze in Danimarca come “fantastica e irreale”.


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Francesco MOLICA

Coordinatore redazione Bruxelles

Francesco est diplômé en Philosophie à l’Université “La Sapienza” de Rome avec un mémoire traitant sur le signifié moral de la “Doctrine de la Guerre Humanitaire”. Son parcours académique est marqué par la tentative de conjuguer la Philosophie et la (...)
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