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Elezioni Europee e modifica della legge elettorale : cosa rimane e cosa cambia ?

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Quale è il legame tra il sistema proporzionale e la funzione che assolve il Parlamento nella struttura istituzionale dell’Unione ? La natura proporzionale dello scrutinio non è stata intaccata dalle modifiche di febbraio, ma quali sono le conseguenze per il sistema partitico nazionale ?


Elezioni Europee e modifica della legge elettorale : cosa rimane e cosa cambia ?

Il Parlamento Europeo è eletto con 27 leggi elettorali differenti. Ogni Stato Membro ha uno specifico meccanismo di attribuzione dei seggi che riflette la struttura del sistema partitico nazionale. Allo stato dell’arte non è ancora prefigurabile un sistema elettorale unico per i 378 milioni di elettori europei. Un tale dispositivo condurrebbe verso un sistema partitico integrato su scala europea con i relativi leader candidati alla Presidenza della Commissione, configurando in questo modo un rapporto di fiducia tra Parlamento Europeo e Commissione comparabile a quello in vigore nei regimi parlamentari nazionali. Sebbene detenga sostanziali prerogative, il Parlamento assolve in primo luogo ad una funzione rappresentativa. Come vedremo, questa funzione spiega la scelta proporzionale del sistema elettorale.

La modifica della legge elettorale europea, approvata da Camera e Senato nel corso dello scorso febbraio, lascia anche invariato il regime delle preferenze, delle incompatibilità e dell’elettorato attivo e passivo. La rappresentanza al Parlamento di Strasburgo è articolata secondo raggruppamenti, altrimenti detti famiglie europee, che riuniscono partiti e liste nazionali. Nelle schede elettorali del 6 e 7 giugno compariranno dunque i noti simboli dell’arena politica nazionale : l’appuntamento elettorale è un’occasione per ricevere dagli elettori un sondaggio scientifico dei rapporti di forza tra gli schieramenti e all’interno di essi. L’innovazione apportata dalla legge di modifica riguarda l’introduzione di una soglia di sbarramento al 4% che non intacca la natura proporzionale del sistema. Questa soglia ha tuttavia importanti riflessi nel sistema politico nazionale, potendo contribuire alla modernizzazione del quadro partitico e al consolidamento di una dinamica maggioritaria.

Cosa rimane ?

L’Italia elegge 72 parlamentari. Quando entrerà in vigore il Trattato di Lisbona il numero salirà a 73, per un totale di 750 rappresentanti più il Presidente del Parlamento. Fin dal 1979, quando il Parlamento Europeo è stato eletto per la prima volta con suffragio universale diretto, l’Italia ha adoperato il sistema proporzionale. Questa scelta era in sintonia con il regime politico della Prima Repubblica, decisamente ispirato secondo criteri proporzionali : rappresentanza di tutto l’arco partitico in Parlamento, coalizioni di governo multipartitiche, compartecipazione di più attori nelle scelte fondamentali del paese. La legge elettorale europea prevedeva il metodo Hare, denominato anche proporzionale puro per la sua capacità di fotografare con precisione la percentuale di consenso di ciascuna lista e tradurla in seggi. Il quoziente di Hare è il rapporto tra il totale dei voti attribuiti alle liste e il numero di seggi da ripartire ed indica la soglia minima di voti per eleggere un candidato. Un seggio spetta al partito che raggiunge questa soglia, due a chi la duplica e così via.

Il sistema proporzionale è coerente con la struttura istituzionale dell’Unione. Il Parlamento Europeo non è infatti il luogo dove si formano coalizioni mono o pluri-partitiche per esprimere un voto di fiducia alla Commissione e portare avanti un programma di riforme. I membri della Commissione sono al contrario proposti dagli Stati Membri. Il voto di fiducia del Parlamento Europeo fa parte di una seconda fase della formazione della Commissione. Sebbene all’inizio della scorsa legislatura il Parlamento Europeo abbia fatto sentire la propria voce, rifiutando la candidatura a Commissario di Rocco Buttiglione, è verosimile che la formazione della Commissione rimanga ancora una volta appannaggio degli Stati Membri. Quanto al programma di riforme, la Commissione detiene il monopolio dell’iniziativa legislativa nel processo decisionale europeo e ne risponde non solo di fronte al Parlamento ma anche di fronte al Consiglio, nello specifico la riunione dei Capi di Stato e di Governo. Sono invece prerogative del Parlamento buona parte del potere legislativo, condiviso con il Consiglio degli Stati Membri, e i meccanismi di censura politica, interpellanze, interrogazioni e commissioni d’inchiesta, nei confronti degli altri organi istituzionali e amministrativi.

Fermo restando la rilevanza di queste prerogative, il Parlamento incardina in primo luogo la funzione di rappresentare istanze, interessi, opinioni della composita società europea. Al suo interno ospita formazioni partitiche ferocemente euroscettiche, potendo in questo modo sfatare il mito di un’Europa di soli tecnocrati e burocrati. E’ quindi un’istituzione per sua natura inclusiva che non può sottostare a meccanismi di elezione maggioritaria secondo cui il seggio è aggiudicato al solo vincitore nel singolo collegio elettorale di riferimento, escludendo i restanti attori partecipanti. Questo meccanismo può ridurre il numero di partiti presenti in Parlamento, e quindi favorire la costituzione di più solide coalizione di governo. Questo non è al momento l’obiettivo del Parlamento Europeo, che intende invece essere una camera di rappresentanza, mediazione e compensazione di interessi molteplici e divergenti. La maggioranza che si forma al suo interno è eterogenea. Il Parlamento esercita i suoi poteri tramite un’alleanza di fatto tra il Partito Popolare Europeo e il Partito Socialista Europeo in un continuo sforzo di compromesso, mirando anche ad includere i restanti raggruppamenti (Unione dell’Europa delle Nazioni, Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, Sinistra Unitaria Europea, Verdi e il gruppo euroscettico Indipendenza/Democrazia).

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Il nostro proporzionale permette al singolo elettore di scegliere la lista e di esprimere preferenze per i relativi candidati, a seconda della circoscrizione da un massimo di tre preferenze ad un minimo di una

Foto : Luca Zappa ; fonte : flickr.com

La natura proporzionale delle elezioni europee è condivisa da tutti gli Stati Membri. Anche il Regno Unito, paese di tradizione storica maggioritaria, ha optato per questo scrutinio a partire dalle elezioni europee del 1999. La normativa comunitaria del 2002 in materia elettorale prevede quindi l’adozione del proporzionale ma lascia libero lo Stato Membro in merito al regime delle preferenze. Il nostro proporzionale permette al singolo elettore di scegliere la lista e di esprimere preferenze per i relativi candidati, a seconda della circoscrizione da un massimo di tre preferenze ad un minimo di una. In Germania, Spagna, Francia, Grecia e Portogallo, l’ordine dei candidati sulla lista non può invece essere modificato. Prima di febbraio il Premier Berlusconi aveva proposto l’introduzione delle liste bloccate, presenti anche nella legge elettorale nazionale. Tutti i partiti di opposizione hanno rifiutato questa proposta. In Italia il regime delle preferenze è infatti da molti percepito come un potere in mano all’elettore sovrano che può in questo modo bilanciare i meccanismi di selezione dei candidati da parte dei partiti. A differenza di altri Stati Membri, in Italia questi meccanismi restano poco trasparenti.

La normativa comunitaria del 2002 è di fondamentale importanza per quanto riguarda il regime delle incompatibilità. A partire dalle elezioni del 2004 la carica di parlamentare europeo non è più compatibile con la carica di parlamentare nazionale, ponendo in questo modo fine alla prassi scorretta del doppio mandato e del doppio stipendio. La normativa comunitaria mira opportunamente ad affermare l’importanza del ruolo del Parlamento Europeo e quindi la continuità che richiede lo svolgimento del mandato di parlamentare. La legge italiana fissa l’incompatibilità anche con le cariche di Presidente di Giunta Regionale, Assessore Regionale, Consigliere Regionale, Presidente di Provincia e Sindaco di Comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti. Il Trattato di Maastricht del 1992 ha invece introdotto importanti novità in materia di elettorato attivo e passivo. L’introduzione dell’istituto giuridico della cittadinanza europea permette infatti ai cittadini europei, che risiedono in un altro Stato Membro, di eleggere o essere eletti come rappresentanti dello Stato ospitante. E così dunque il giornalista Giulietto Chiesa correrà nella lista del partito della minoranza russa in Lettonia mentre l’ex Premier Romano Prodi ha rifiutato di divenire il capolista dei liberali in Belgio.

Le elezioni Europee hanno un minor tasso di partecipazione : anche questo è un dato che sembra rimanere. L’ultimo sondaggio dell’ Eurobarometro in Italia indica infatti che solo il 34% degli intervistati si dichiara certo di andare a votare contro il 15% che si dichiara del tutto certo di non andare a votare. E’ una mobilitazione certamente da incoraggiare. Nel 2004 il tasso di partecipazione è alla fine stato pari a circa il 73% degli aventi diritto. Sussiste un certo divario rispetto alle elezioni legislative nazionali del 2006 e del 2008 quando è andato a votare rispettivamente circa l’83 % e l’80 % degli aventi diritto.

Cosa cambia ?

L’assenteismo alle elezioni europee è da ricondurre in primo luogo al limitato interesse che gli elettori italiani nutrono verso le Istituzioni Europee. L’impianto istituzionale dell’Unione è eccessivamente sofisticato, le competenze esclusive e concorrenti non sono chiare e lo stesso ruolo del Parlamento Europeo, unica istituzione eletta con voto diretto, risulta nebuloso in quanto non assimilabile a quello ricoperto da un’assemblea nazionale. Infatti, secondo il sondaggio di Eurobarometro, solo il 44% degli intervistati si dichiara interessato all’evento delle elezioni europee. L’impostazione che i partiti danno alla campagna elettorale non aiuta ad accrescere quest’interesse. Le tematiche discusse, principalmente inerenti la crisi economica (disoccupazione, tutela del risparmio, rilancio degli investimenti, spese in ricerca e sviluppo), sono affrontate in maniera generica, senza illustrare all’elettore gli effettivi strumenti di cui dispone l’Unione. Se di Europa si parla poco e male, il focus dell’evento si sposta. I partiti percepiscono in primo luogo le elezioni europee come un test per saggiare il consenso elettorale di cui godono. L’appuntamento risulta vitale per avere sentore degli orientamenti politici dell’opinione pubblica all’indomani di un’importante evento politico come le elezioni legislative del 2008 e ad un anno di distanza dalle regionali del 2010. Non meno vitali sono l’esposizione mediatica durante la campagna, i rimborsi elettorali e la parte di stipendio che il parlamentare vincitore devolverà al partito. Questi fattori spiegano l’introduzione della soglia di sbarramento al 4%, la novità significativa di queste europee. Alle elezioni di giugno le liste, che non otterranno un numero di voti superiore al 4% dei voti espressi su scala nazionale, saranno escluse dalla distribuzione dei seggi secondo il metodo Hare e non otterranno i rimborsi elettorali.

Le elezioni legislative del 2008 hanno drasticamente ridotto il numero di attori presenti nel Parlamento della Repubblica. La semplificazione del quadro partitico italiano è un risultato che la classe politica italiana andava perseguendo dalla fine della Prima Repubblica. Tanto minore è il numero di partiti che siedono nel Parlamento della Repubblica, tanto maggiore è la possibilità di costituire coalizioni di governo capaci di governare per l’intera legislatura. Al di là infatti del colore politico della coalizione, la stabilità politica è condizione necessaria per imprimere una direzione strategica alla modernizzazione del paese.

Rispetto alla precedente legislatura non siedono in Parlamento : Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Sinistra Democratica, Partito Socialista, Radicali, Udeur e La Destra. Tutte queste formazioni hanno fermamente protestato contro l’accordo sancito tra maggioranza e opposizione nel mese di febbraio in materia di modifica alla legge elettorale. La protesta descriveva la soglia di sbarramento come un elemento pregiudicante la natura proporzionale dello scrutinio, potendo alterare la rappresentazione della mappatura partitica italiana in seno al Parlamento Europeo. Non si tratta proprio di alterazione bensì di opportuna razionalizzazione. La stessa normativa europea del 2002 accorda allo Stato Membro la facoltà di introdurre una soglia di sbarramento fino al 5%. Ad esempio in Germania, Francia e Polonia lo sbarramento è fissato al 5% e in Svezia e in Austria al 4%. Il Parlamento Europeo non si può infatti trasformare da agorà di rappresentanza della complessità della società europea in centro di sostentamento finanziario e di attrazione mediatica per partiti e partitini.

Per alcune formazioni la soglia non sbarra proprio nulla ma risulta invece un incentivo per riorganizzare la piattaforma partitica. E’ questo il caso della sinistra che ha un potenziale politico che supera di gran lunga il 4%, tenendo conto che la sola Rifondazione nel 2004 ottenne il 6%. Se al Parlamento Europeo non siederanno rappresentanti appartenenti all’area comunista, socialista e verde, la responsabilità risiede unicamente nell’incapacità dei relativi dirigenti di trovare formule di aggregazione vincenti. Frutto dello sbarramento è l’aggregazione in due liste : Rifondazione unita ai Comunisti Italiani e Sinistra e Libertà. Ancor più strategica sarebbe stata un’unica lista, ma si è comunque avuta una semplificazione rispetto alle cinque precedenti.

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Il Partito Radicale rappresenta l’unica eccezione : l’originalità del suo messaggio politico non è colmata da alternative. Il Partito Democratico avrebbe dovuto includere tra i candidati della sua lista rappresentanti appartenenti a questa importante tradizione politica

Foto : Emma Bonino dall’ album di Kvinna (Sabrina Gasparrini) ; fonte : flickr.com

Per formazioni quali Udeur e La Destra lo sbarramento risulterà una seria barriera. Non è però da imputare allo sbarramento il fatto che l’Unione dei Democratici Cristiani intercetta con maggior successo il voto di centro e di orientamento cattolico. Il Popolo della Libertà e la Lega Nord colmano invece con successo la quasi totalità dello spazio politico di destra. Ancora una volta la sostanza politica della mappatura partitica italiana in seno al Parlamento Europeo non è intaccata. Il Partito Radicale rappresenta l’unica eccezione : l’originalità del suo messaggio politico non è colmata da alternative. Il Partito Democratico avrebbe dovuto includere tra i candidati della sua lista rappresentanti appartenenti a questa importante tradizione politica.

La modifica della legge elettorale europea rappresenta una tappa del processo intrapreso per giungere ad una democrazia dell’alternanza maggioritaria : due coalizioni si contendono il governo ed entrambe hanno le potenzialità per governare per l’intera legislatura. Le elezioni nazionali del 2008 hanno premiato la formula di coalizione dello schieramento di centro destra, composto sostanzialmente da due attori, Popolo della Libertà e Lega Nord. Diverso è il discorso per lo schieramento del centro sinistra che ad oggi non riesce ancora a costituirsi in coalizione per fare opposizione e candidarsi all’alternanza. Tuttavia, la modifica alla legge elettorale europea salvaguarda il risultato conseguito all’indomani di queste elezioni, quando le soglie di sbarramento al 10% per le coalizioni e al 4% per le singole liste, previste dalla normativa nazionale, hanno permesso a soli 3 partiti di opposizione di entrare nel Parlamento della Repubblica. E’ probabile che presto o tardi salgano a 4 dal momento che la sinistra alternativa detiene un considerevole capitale politico da sfruttare. E’ da una mappatura delle forze di opposizione così congegnata che lo schieramento di centro sinistra potrà anch’esso trovare una formula di coalizione vincente, includente o non includente tutti gli attori di opposizione. Riedizioni del cartello elettorale del 2006, composto da 15 formazioni e durato soli due anni, non portano lontano. La modifica alla legge elettorale, che trasforma il sistema proporzionale puro precedente in uno scrutinio più moderno e più razionale, è quindi parte integrante del processo di consolidamento del sistema partitico italiano.

(Foto : Asane ; fonte : flickr.com)


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edoardo
13 mai 2009
11:16
Elezioni Europee e modifica della legge elettorale : cosa rimane e cosa cambia ?

Caro Valerio,

Tre obiezioni (due di merito e una di forma) :

Di merito : 1. a prescindere dalle modifiche che in ogni Stato europeo intervergono in materia di legge elettorale per l’elezione del PE, si sfugge il nodo della questione quando non si dice che oggi, nonostante lente concessioni di prerogative e poteri proprio nei confronti del PE, il potere decisionale della UE risiede nelle mani degli Stati membri, i quali agiscono (ben noto) nel quadro di relazioni multi/bilaterali istituzionalizzate in seno al Consiglio Europeo. Affermare che vi sia mancanza di dibattito e di afflato sulla costruzione europea, è un modo per eludere un nodo centrale che a mio modestissimo parere è il seguente : per quanto vi sia generale ignoranza sul funzionamento tecnico delle istituzioni della UE, per decenni le popolazioni europee che via via si sono unite al percorso di costruzione hanno condiviso fortemente (salvo rari casi) l’afflato di una costruzione europea che non fosse solo trattati multilaterali su base regionale, ma che fosse anche rappresentanza politica, protocostruzione di un modello istituzionale che un domani sarebbe evoluto in un governo europeo. L’illusione pero’ dura da trent’anni (altrettanto ben noto che è dal 1979 che i nostri nonni e genitori eleggono il PE), e il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Il PE non ha potere, e fatica ad assumere il ruolo di propulsore delle politiche della EU, che saldamente rimangono in mano agli Stati membri. Oggi il PE è una scatola vuota, che disaffeziona.

2. Perchè invece di concentrarsi sulle formule elettorali nazionali per l’elezione del PE, non si dà il la ad una provocatoria e sana campagna politica di rottura del tabù del PE. Il Consiglio Europeo tiene le redini delle politiche dela EU ? Bene. Dunque gli Stati che lo compongono hanno ancora il potere (c’è da dare di che lavorare a tutti quelli che pensano che Huig de Groot sia un autore superato), e allora perchè non sincronizzare le tornate elettorali nazionali dei paesi membri della EU ? Improbabile che tutti i 27 paesi vadano ad elezioni nazionali in un ipotetico election day europeo, ma perchè non promuovere l’idea di tre turni di elezioni nazionali su base regionale, linguistica, longitudinale, o come si vuole, che lentamente promuovano una sincronizzazione delle politiche nazionali che si rifletterebbe inevitabilmente anche sul piano europeo ? Non è forse vero, mutatis mutandis, che spesso la volontà politica è più forte dell’ingegneria politologica, come ha dimostrato la semplificazione del sistema politico italiano durante le elezioni politiche del 2008, derivata non tanto dal pessimo porcellum quanto da una sintesi delle opportunistiche necessità dei partiti e di visioni sistemiche ad esse connesse ?

Di forma : Analisi o editoriale ?

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Francesco L
13 mai 2009
14:44
Elezioni Europee e modifica della legge elettorale : cosa rimane e cosa cambia ?

Sono d’accordo con te quando giustamente sottolinei che « spesso la volontà politica è più forte dell’ingegneria politologica » riferendoti alla recente esperienza elettorale italiana. Tuttavia, ritengo che proprio l’esito delle elezioni politiche italiane dello scorso anno abbia dimostrato che molte delle polemiche sull’attuale legge elettorale (il porcellum) si siano rivelate, alla luce dei fatti, strumentali e poco fondate e che la citata legge non era di per sé il motivo vero dell’ingovernabilità del precedente esecutivo italiano. In realtà, pur non volendo riprendere temi estranei all’oggetto della discussione, vorrei precisare che nel 2006 dalle urne scaturì un sostanziale pareggio tra le due principali coalizioni in competizione. La legge elettorale non fece altro che fotografare un esito che forse in molti consideravano alla vigilia come un mero esercizio di scuola. Viceversa, nel 2008 la vittoria del centrodestra è stata netta e senza equivoci e la medesima legge elettorale non ha fatto altro che registrare anche in questa occasione il nuovo assetto parlamentare. Venendo all’Europa, anch’io auspico che nei prossimi anni il rinnovo del PE possa avvenire sulla base di una legge elettorale veramente « europea » (ossia uguale e comune a tutti gli Stati membri) e magari all’indomani di un election day continentale. Sarebbe un passo decisivo verso il consolidamento di una vera e consapevole opinione pubblica europea, capace di deliberare con maggiore cognizione di causa sui temi nei quali le istituzioni dell’UE da diversi anni ormai detengono poteri esclusivi o quanto meno concorrenti con gli Stati. In ogni caso, ritengo abbastanza sterili le discussioni sulla legge elettorale per il PE. Non credo che il nodo principale sia questo. Occorre coinvolgere maggiormente i cittadini d’Europa (non solo italiani) nel processo decisionale e nel dibattito sulle tematiche comunitarie, è necessario (come ho precisato nel mio commento) prodigarsi per costruire un’opinione pubblica europea da cui promani una maggiore e più interessata partecipazione alla vita politica dell’UE. In mancanza di ciò, ad ogni tornata elettorale europea registreremo in ogni paese dell’Unione i soliti dati allarmanti sull’astensionismo, vera spia di un crescente disinteresse nei confronti delle strutture sovranazionali dell’UE. E’ su questo terreno che si gioca, a mio parere, il futuro dell’integrazione europea e, conseguentemente, delle sue istituzioni.

Valerio Cendali Pignatelli
15 mai 2009
16:41
Elezioni Europee e modifica della legge elettorale : cosa rimane e cosa cambia ?

Caro Edoardo, Innazitutto ti ringrazio per il tuo articolato commento. E’ certamente vero : gli stati membri, e alcuni più di altri, detengono ancora buona parte del potere decisionale all’interno delle istituzioni. E’ la presidenza di turno del Consiglio che può dare un forte sprint all’azione dell’Unione. Basta vedere cosa fece la presidenza tedesca del secondo semestre del 2007 con le iniziative in tema di ambiente ed energia. La Merkel presentò il pacchetto 20-20-20 e solo l’abile capacità di mediazione della presidenza francese del seconodo semestre 2008 riuscì a confermare e attuare questo importante disegno di risparmio e diversificazione energetica. In questa vicenda il ruolo di Barroso è stato piuttosto defilato così come la voce del PE non si è proprio sentita. Come sai bene, nelle questioni tout à fait politique, altrimenti dette di secondo pilastro, il ruolo della Commissione è ancor più defilato. Non ritengo però che questo sia il reale motivo dell’innalzamento dell’astensionismo nelle elezioni europee. L’Unione rimane ancora una costruzione istituzionale tirata sù e protetta da élites politiche e di alta dirigenza ministeriale. Nel nostro paese questa élite fa in modo di ancorare l’Italia all’Unione. A livello di opinione pubblica italiana l’europeismo è diverso. Se parli con qualcuno per strada, ti dice il più delle volte che l’Europa è importante e tanto altro. L’introduzione dell’euro con tutti i problemi che ha creato ha fatto calare il nostro europeismo diffuso. Ciò detto, l’Europa gode ancora di buona fama in Italia e mantiene una spinta idealista : ciò che viene da Bruxelles è considerato in ultima istanza cosa buona, nonostante malumori passegeri. La gente però tende a evitare le elezioni europei. Le ragioni non sono da ricondurre al fatto che il PE appaia una scatola vuota ma perché la gente conosce poco o nulla il meccanismo decisionale europeo ; perché i nostri partiti pongono nelle liste i perdenti delle elezioni nazionali, regionali e quant’altro ; perché la nostra classe politica, sebbene europeista nel fondo, cade alla tentazione di banalizzare la campagna elettorale europea con spot politici del contesto politico italiano ; perché i partiti sono interessati a misurare il loro consenso elettorale più che a spiegare l’Europa. Perché la nostra classe politica è ancora troppo provinciale : i nostri politici piuttosto che assurgere a posizioni di rilievo nelle istituzioni europee, preferiscono la poltrona italiana. Le candidature al PE rimangono ancora di scarso livello. Quindi rovescerei la tua conclusione : il PE non è una scatola vuota (pensa ai poteri che riceverà con il trattato costituzionale) ma sono vuote le candidature e le campagne elettorali per eleggerlo. Un abbraccio Valerio

P.S. intendevo proprio fare un articolo a metà strada tra analisi ed editoriale-giornalistico

Francesco L
13 mai 2009
12:19
Elezioni Europee e modifica della legge elettorale : cosa rimane e cosa cambia ?

L’attenzione dell’opinione pubblica italiana sulla tornata elettorale europea prossima ventura appare oggi fortemente sbilanciata su aspetti a dir poco secondari, per non dire irrilevanti, come quello della presunta « meritocrazia » delle candidature o dell’accorpamento del referendum sulla legge elettorale nazionale al primo turno delle europee, piuttosto che sui temi del dibattito politico comunitario e sulla necessità di rafforzare nell’elettorato la consapevolezza di partecipare ad un’elezione fondamentale per il futuro dell’Italia. Nel nostro Paese, come giustamente si rammentava nell’articolo, permane una vastissima ignoranza sul ruolo, le funzioni ed i poteri di cui sono titolari il PE e gli altri organi dell’Unione. Ma questo pare essere un male che affligge mediamente tutti i Paesi membri, nei quali sistematicamente si registra un tasso di affluenza alle urne per le elezioni europee decisamente inferiore rispetto ai livelli riscontrati alle elezioni nazionali. In Italia manca del tutto un dibattito serio ed approfondito sui temi legati all’Europa, al futuro delle istituzioni comunitarie, ai poteri di un organo come il PE che pure viene eletto direttamente dai cittadini comunitari da 20 anni orsono. Non stupisce pertanto che il grado di disinteresse verso questo appuntamento sia alto nell’opinione pubblica nostrana (ed europea in generale) e che l’unico ruolo che tali elezioni rivestono sia quello di cassa di risonanza delle beghe e delle risse della politica interna, nonchè barometro degli attuali rapporti di forza tra le diverse fazioni partitiche. Proposte come quelle di istituire in futuro un « election day » unico per l’Europa vanno certamente nella direzione giusta ma, com’è evidente, non bastano. Occorre contribuire alla formazione di un’opinione pubblica europea che sia finalmente consapevole del ruolo e dei poteri che le Istituzioni comuni detengono, affinché il rinnovo del PE non diventi un mero confronto tra le forze politiche nazionali nell’arena europea ma un momento autentico di deliberazione sui temi legati all’attività legislativa ed istituzionale dell’UE. Il cammino verso la costruzione di uno spazio politico continentale passa necessariamente attraverso il rafforzamento di un’opinione pubblica europea che sia conspevole della « diversità » e della « specialità » dell’Unione e dei suoi organi rispetto agli Stati che la compongono. La vera sfida per il futuro dell’Europa risiede tutta o quasi nel tentativo di costruire uno spazio politico quanto più uniforme possibile, nel quale vi sia sempre maggiore consapevolezza del ruolo delle istituzioni dell’UE. Tuttavia, questo compito è nelle mani degli Stati e delle loro classi dirigenti. Proprio per questo, è improbabile che i politici nazionali intendano prodigarsi per diffondere nelle rispettive opinioni pubbliche nazionali un maggiore interesse nel ruolo e nei poteri delle istituzioni europee, rinunciando di fatto ad una buona quota di visibilità politica, nonché alla possibilità di sfruttare questi appuntamenti ai fini interni.

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Valerio Cendali Pignatelli
18 mai 2009
11:49
Elezioni Europee e modifica della legge elettorale : cosa rimane e cosa cambia ?

Caro Francesco, Innanzitutto ti ringrazio per il tuo commento all’articolo. Concordo pienamente con te sul fatto che non c’è futuro per l’Unione senza la formazione di un’opinione pubblica europea. L’Unione rimane una costruzione istituzionale sviluppata da lungimiranti élite politiche e amministrative. L’opinione pubblica rimane distante. Appena un trattato giunge al referendum, l’Europa traballa. Così non si può continuare. L’Europa deve necessariamente entrare nella coscienza civica dei suoi cittadini. Unicamente nell’area geografica circostante Bruxelles (Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda) si respira un clima politico europeo. Qui la gente è interessata alle iniziative dei commissari tanto quanto alle iniziative dei ministri nazionali. I giornali hanno pagine dedicate interamente agli affari europei. In Italia siamo fortunati se i nostri quotidiani hanno una pagina esteri ! La stessa carriera politica nelle istituzioni europee è maggiormente apprezzata ( pensa a Hans-Gert Pöttering e a Martin Schulz che hanno messo radici a Bruxelles). Sono personalmente rimasto deluso dal fatto che Frattini abbia lasciato la Commissione. A Bruxelles era il Commissario più citato dai media. Doveva restare per mirare a coprire la carica del nuovo Ministro degli Affari Esteri Europeo ! Forse anche per questo i media puntano poco i riflettori sulle Istituzioni Europee : le persone che coprono le più alte cariche politiche non sono sufficientemente carismatiche (pensa ai limiti della figura di Barroso...) oppure, quando sono competenti e professionali (pensa a Frattini), se ne vanno. Ciò a dimostrazione del fatto che gli Stati Membri desiderano che la Commissione rimanga un centro di potere controllato. Spinte in avanti da personaggi carismatici stile Jacques Delors non sono al momento desiderate. Ma è anche il carisma delle persone che può attrarre l’opinione pubblica verso l’Unione. E qui torniamo al punto della formazione di un’opinione pubblica europea che entrambi tanto desiderimamo.. Valerio

Marco Sonsini
13 mai 2009
16:44
Del torto e del diritto della serrata del maggior consiglio

Non sono d’accordo con quello che scrivi a proposito dell’introduzione dello sbarramento al 4%. A parte il fatto che per Mastella non sarà affatto difficile essere eletto, dal momento che si è guardato bene dal presentarsi con l’Udeur, ma è candidato con il PDL nella circoscrizione Italia Meridionale, non mi pare che il sistema tendenzialmente bipartitico che viene consolidandosi nel nostro paese possa essere paragonato a quello vigente da molto tempo in altri. Questo per varie ragioni, di merito e di metodo. Innanzi tutto il modo in cui PD e PDL hanno dato vita sottobanco, senza alcuna pubblicità a questa riforma di cui probabilmente avvertivano l’impopolarità mi sembra vergognoso, tanto più che lo hanno fatto a distanza troppo ravvicinata dall’appuntamento elettorale e al termine di un iter parlamentare insolitamente rapido per gli standard italiani : ennesimo lascito deteriore della « leadership » veltroniana, più preoccupata di far da sponda a Berlusconi per dar corpo alla vocazione maggioritaria che di esprimere contenuti all’altezza del momento e delle aspettative legittime dell’elettorato (e magari addirittura di sinistra !). Ma c’è di più. Tu ricordi correttamente che lo sbarramento è previsto nelle leggi elettorali di diversi Stati europei, che insomma non c’è da stracciarsi le vesti se un partito che non sia in grado di coagulare un consenso minimo attorno alla sua piattaforma ideale e programmatica rimane fuori dal circuito della rappresentanza politica. E sta bene. Aggiungerei anzi che in Italia, a parte la sinistra comunista, di cui peraltro tu correttamente prevedi il ritorno a percentuali più consone al suo « potenziale », escludere i partitini è tanto più legittimo ed urgente, quanto più questi sono per lo più espressione non di fasce di opinione marginali, cui potrebbe anche essere concesso un simbolico diritto di tribuna, ma di vere e proprie clientele elettorali personali (Mastella, Dini ecc.) il cui potere di ricatto una democrazia liberale non può e non deve tollerare. Ma è il modo in cui siamo arrivati a questo assetto che non ha nulla a che fare con le dinamiche degli altri paesi che tu citi. In quale altro paese il sistema elettorale cambia con la frequenza con cui è cambiato in Italia dal 93 a oggi ? Ma soprattutto : in quale altro paese i partiti grandi, « a vocazione maggioritaria », si sono formati per fusione di apparati o, peggio, per acclamazione plebiscitaria attorno ad un leader, e poi in un secondo momento si sono messi d’accordo per far fuori tutti gli altri ? E’ forse così per la Cdu e per l’Spd ? Un paese in cui quattro partiti « medi » (forza italia, ds, an e margherita) hanno scelto di dar vita a due formazioni « grandi » per garantirsi, parandosi dietro alla esigenza di governabilità, un duopolio stabile e duraturo (e non solo sulla rappresentanza parlamentare, ma anche sul finanziamento pubblico, sull’informazione pubblica ecc.) non ha un bipartitismo legittimato dal consenso popolare che valga la pena proteggere con lo sbarramento ; al contrario, quel paese fronteggia il tentativo da parte di una oligarchia di svincolare a tempo indeterminato la propria sopravvivenza dal consenso popolare, e non mi pare ci sia nulla da approvare o da difendere in questa anacronistica ma molto italiana « serrata del maggior consiglio ». Ne è prova proprio l’atteggiamento tenuto dal pd con i radicali, che tu giustamente tieni a stigmatizzare. Li hanno imbarcati l’anno passato, pur non condividendo nulla delle loro istanze, per garantirsi uno-due punti percentuali potenzialmente utili per la corsa al premio di maggioranza (a proposito : il premio di maggioranza quali precedenti ha, oltre la legge Acerbo ?) ; ora che la corsa al premio di maggioranza non c’è, li scaricano. Questo ti sembra un bipartitismo da difendere ? A me proprio no.

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Valerio Cendali Pignatelli
15 mai 2009
11:10
Del torto e del diritto della serrata del maggior consiglio

Ciao Marco, Ti ringrazio prima di tutto del tuo articolato commento. Passando invece alle mie opinioni riguardo al tuo commento, inizierei con la questione di Mastella. Il fatto che Mastella sia entrato nelle liste europee del PDL non intacca il discorso elaborato nel mio articolo. Mastella entra al PE con il simbolo del PDL non in virtù di una sua forza politica. L’Udeur è infatti politicamente morto. Proprio perché non supera il 4% non avrà né rimborsi né gloria. La soglia di sbarramento al PE è una tappa del processo per tutelarsi dalla riproposizione del potere di ricatto che l’Udeur ha avuto nelle esperienze di governo del centro sinistra. Auguriamoci vivamente che alle prossime tornate elettorali nazionali, centro sinistra e centro destra confermino il buon utilizzo della soglia di sbarramento della Camera e del Senato per porre definitivamente termine all’esistenza dell’Udeur in quanto forza politica autonoma. Se suoi rappresentanti venissero eletti in altre liste, ciò non è rilevante : non avrebbero infatti alcun reale potere di iterdizione. Quanto ai processi di fusione a freddo. E’ vero in Italia non abbiamo grandi partiti storici stile SPD e CDU. Ma il tuo discorso appare più che altro un rimpianto storico. Né il Partito democratico né il PDL possono vantare una gran forza dal punto di vista dell’impianto politico-dottrinario di riferimento. Questo rimpianto non può però portare alla drastica conclusione di abbandonare la via della democrazia maggioritaria. E qui introduco l’ultimo mio contro-commento. La soglia di sbarramento a livello europeo o nazionale non conduce automaticamente al bipartitismo. Nè democrazia maggioritaria vuoldire bipartismo. Il sistema partitico italiano ha tutte le potenzialità per tendere verso un solido arco parlamentare composto da sei attori che possono dar vita a coalizioni di alternanza. Sono infatti dell’opinione che il referendum sulla legge elettorale italiana debba essere inteso solo come incentivo per il Parlamento a migliorare la legge attualmente in vigore. Il modello proposto dal comitato referendario non interessa neanche a me. Un gran saluto Valerio

Paolo
14 mai 2009
21:04
Elezioni Europee e modifica della legge elettorale : cosa rimane e cosa cambia ?

Articolo senza dubbio interessante. unico spunto che mi lascia e’ il ragionare su come mai i cittadini possano non essere troppo entusiasti dell’evento. la « sofisticazione » delle istutuzioni puo’ essere vista come una « complicazione » e l’impatto pratico puo’ essere visto come burocrazia piu’ che come esercizio di democrazia. non penso siano idee anti-europee ma piuttosto spunti su come possa essere utile l’europa. Il sito e’ molto interessante, complimenti

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Valerio Cendali Pignatelli
18 mai 2009
11:57
Elezioni Europee e modifica della legge elettorale : cosa rimane e cosa cambia ?

Ciao Paolo !

Concordo con te che sofisticazione delle istituzioni è sinonimo di potenziale burocrazia. Ma teniamo sempre a mente che l’Unione è un unicum istituzionale a livello storico. La creazione di uno stato federale puro e semplice e quindi meno sofisticato-burocratico e più democratico non è operazione facilmente realizzabile. Molti neanche desiderano un super stato. Quindi la sofisticazione delle procedure è necessariamente parte del progetto Europa. E su questo punto i partiti politici euroscettici stile Lega Nord speculano...

Valerio

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Auteurs

Valerio CENDALI PIGNATELLI

Valerio a obtenu le diplôme de premier cycle en Sciences Politiques, cours d’études en Droits de l’Homme, de l’Université de Bologne, en suivant un semestre académique auprès de Sciences Po Paris grâce à la bourse Erasmus. Son intérêt pour la politique (...)
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Gli Euros @ Liquid.lab per un’Europa 2.0 - Firenze 9 maggio

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