La sconfitta nelle regionali del Baden-Württenberg
È una delle regioni più ricche della Germania. Per quasi 60 anni è stata governata ininterrottamente dalla CDU, il partito della Merkel. Ma il Baden-Württenberg ha clamorosamente voltato pagina : le elezioni del 27 marzo scorso hanno portato al governo di Stoccarda una colazione rosso-verde (o sarebbe meglio dire : verde-rosso), e alla carica di presidente il 62enne Wienfried Kretschman, del partito dei Verdi. Un risultato epocale, che consente agli ambientalisti di nominare per la prima volta nella loro storia un Ministerpräsident, il governatore regionale.
Se a uscire vincitori sono stati i Grünen e la SPD, tuttavia i cristiano-democratici si sono confermati il primo partito del Land : gli oltre cinque milioni di votanti del 27 marzo (circa il 66% degli aventi diritto), infatti, hanno dato alla CDU il 39% di preferenze. Un calo notevole, rispetto al 44% delle consultazioni precedenti, ma un risultato comunque accettabile. A crollare clamorosamente, invece, è stato il partito liberale, che ha nel ministro degli esteri Guido Westerwelle il suo principale rappresentante nella coalizione che guida la Germania ; la FDP è riuscita a superare a stento lo sbarramento del 5 per cento, dimezzando in pratica i voti raccolti (dal 10% del 2007 al 5.3%). A pagare in prima persona è stato proprio Westerwelle, che ha annunciato la sua rinuncia a ricandidarsi alla guida del partito (a maggio il congresso). Per quanto vincitori, anche i socialisti hanno subito un arretramento, e si sono attestati al 23%, cedendo il posto di secondo partito della regione – e primo della coalizione – agli ambientalisti di Kretschman, che hanno raggiunto quota 24.2%.
Effetto Fukushima ?
Quella del 27 marzo non è la prima débacle dei cristiano-democratici, da quando la Merkel siede al cancellierato : esattamente un anno fa, il 9 maggio 2010, le elezioni nel Nord Reno-Westfalia (il più popoloso Land tedesco) avevano visto la vittoria della coalizione rosso-verde, con l’esponente SPD Hannelore Kraft al governo regionale di Dusseldorf. Anche allora, i Verdi avevano raddoppiato i loro elettori, passando dal 6 al 12%.
Non c’era stata nessuna catastrofe nucleare né crisi libica ; il tema caldo era la tenuta delle economie di Grecia, Irlanda e Portogallo, con il conseguente riflesso sull’economia della UE. Ancora la politica estera, quindi, più che l’ambiente. E ancora una volta la Merkel aveva tenuto un atteggiamento indeciso.
Di certo non è possibile ignorare l’impatto avuto dai fatti giapponesi sull’opinione pubblica mondiale e tedesca in particolare. Da sempre sensibile alle questioni che riguardano la tutela ambientale, l’elettorato tedesco ha premiato il partito dei Verdi, tanto nel Baden quanto nella Renania-Palatinato (dove la CDU è rimasta all’opposizione).
Da Berlino era già arrivato il revirement : stop al prolungamento del ciclo di vita delle vecchie centrali nucleari, chiusura anticipata di altri 17 impianti e check immediato delle centrali in funzione. Ma i ripensamenti non sembrano premiare : secondo un sondaggio condotto dall’istituto Forsa per Stern e RTL, i socialdemocratici e e verdi raggiungerebbero ben il 49%, distaccando di 14 punti la coalizione di governo. E la FDP rimarrebbe fuori dal Bundestag, non riuscendo a superare lo sbarramento del 5%. Forse era troppo tardi per fare marcia indietro, forse gli elettori non hanno tenuto conto solo di questo (le nostre centrali non sono già periodicamente controllate ? si sono chiesti i tedeschi). Tanto che lo stesso neo-ministro presidente del Baden si troverà presto a fare i conti con le proteste di chi le pale eoliche proprio non le vuole, a “deturpare” il paesaggio della Germania del sud ; oltre al fatto, non da poco, che lo smantellamento dei reattori comporta costi enormi, mentre il fabbisogno di energia non può essere ancora coperto dall’apporto dell’eolico e del fotovoltaico.

- Una centrale nucleare a Biblis, nel Land Hessen
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Fonte : www.flickr.com © Bigod
Il “ni” sulla crisi libica e la delusione degli alleati
Da una parte la”coalizione dei volenterosi”. USA e Gran Bretagna, con la new enrtry della scalpitante Francia del presidente Sarkozy, a guidare un gruppo di paesi eterogeneo ma comunque legato agli Stati Uniti e alla Nato. Dall’altra i “BRICs”, ovvero Brasile, Russia, India e Cina – cui si è aggiunto recentemente il Sudafrica – che nel loro ultimo vertice in Cina hanno criticato l’uso della forza in Libia. Di certo non è una riedizione dei blocchi contrapposti che hanno condizionato la politica mondiale dal dopoguerra alla caduta del Muro ; ma, se volessimo proseguire nell’anacronistico parallelo, potremmo provare a individuare i “non allineati”, che negli anni della Guerra Fredda si riconoscevano nella leadership della Jugoslavia di Tito, dell’Egitto di Nasser e dell’India di Nehru. E qui i conti non tornano proprio.
A essere in distonia con i suoi alleati storici (gli Stati Uniti) è proprio la Germania, che però non ha stabilito nessun tipo di alleanza politica o diplomatica con i BRICs ; insomma, Angela Merkel sta alla finestra. Del resto, non è nella cultura tedesca imbarcarsi in un operazione improvvisata e scoordinata – almeno inizialmente – come quella dei raid sulla Libia, con il rischio, oltretutto, de ritrovarsi alle prese con l’eterno problema della exit strategy, che ha travagliato le recenti campagne militari a guida USA.
Questa tattica attendista e temporeggiatrice è largamente condivisa dall’opinione pubblica, ma per gli analisti la questione è un altra : quella dell’isolamento tedesco. Invece di dire semplicemente “nein”, ha scritto Der Spiegel, Westerwelle e la Merkel potevano dire “ja, aber...” ; ovvero, invece di un’astensione che è passata per una semplice opposizione, sarebbe stato politicamente più saggio votare la risoluzione aggiungendo un “ma...”, che potesse aprire una ulteriore consultazione. Tanto più che la Kanzlerin si è affrettata a dichiarare, qualche giorno dopo, che “la risoluzione ONU è ora anche la nostra risoluzione”.
Perché, quindi, per la prima volta dal dopoguerra la Germania si è distaccata dagli USA ? Solo il timore di una sconfitta elettorale della CDU in due Lander, che per altro si è puntualmente verificata ? O forse è il tentativo di proporsi come voce realmente autonoma della UE, capace di impostare e condurre una politica estera europea, ora che anche la Francia (la Gran Bretagna lo è sempre stata) è entrata nel novero dei “volenterosi” ? Se così fosse, il nein puro e semplice non porterà certo lontano, mentre le oscillazioni di Angela Merkel alla ricerca del consenso (in Germania e all’estero) le potrebbero risultare politicamente fatali.


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