Guerra annunciata ? Il punto sul confronto tra Israele e Iran

Sanzioni, sanzioni e ancora sanzioni. Per ora è questo il desolante spettro di azione che caratterizza i rapporti tra la Repubblica Islamica e la comunità internazionale. Un quadro che non accenna a schiarirsi dato che, ancora di recente, il ministro degli Esteri britannico Willam Hague ha richiamato i suoi omologhi europei riuniti a Cipro a un’intensificazione delle sanzioni messe in piedi da Bruxelles.


Al di là degli slogan propagandistici, tra gli elementi d’interesse del Vertice dei Paesi appartenenti al Movimento dei non-allineati (Nam), tenutosi a Teheran a fine agosto, vi è stata la visita del Segretario generale Onu, Ban Ki-moon, un estremo tentativo di riaprire un canale di dialogo con il regime degli ayatollah ormai chiuso da troppo tempo. Nel corso di questi anni, i negoziati sul nucleare iraniano hanno ciclicamente dato spazio alla speranza di un risultato concreto per poi ripiombare nello stallo. Come hanno evidenziato bene Nicholas J. Wheeler e Dani Nedal dell’Università di Birmingham, non si tratta solo dell’intransigenza iraniana ma anche della perdita di tradizione negoziale da parte dei Paesi occidentali. Entrambe le parti, sull’onda lunga di una tradizione fatta di aggressioni e tradimenti sono ormai profondamente convinte della cattiva fede e diffidenza l’una dell’altra, sottolineano i due studiosi. Anche i Paesi del pacchetto negoziale 5+1, dunque, non hanno saputo cedere alla propaganda e colmare il gap di fiducia.

L’impazienza israeliana

Tutto questo, intanto, non può che rendere sempre più irrequieto lo Stato d’Israele. Tel Aviv sembra far sul serio in merito alla preparazione di un attacco militare contro l’Iran, anche se sono troppe le indiscrezioni trapelate in merito alle strategie di attacco nelle ultime settimane, un vizio non proprio comune al dna operativo dei vertici israeliani che fa dunque pensare alla volontà più d’impostare una guerra psicologica che un vero confronto. Del resto, il Presidente israeliano Peres ha chiarito di recente che un attacco unilaterale sarebbe catastrofico per il suo Stato. Dal canto suo, Obama, è impegnato in una già difficile campagna elettorale e non sembra intenzionato a fare concessioni in tal senso ; in questo contesto l’opzione militare è da considerarsi assolutamente fuori luogo per l’amministrazione democratica. Fatto diverso se a vincere la battaglia per la Casa Bianca fosse il candidato repubblicano Mitt Romney visto che uno dei consiglieri speciali del candidato repubblicano, l’ex ambasciatore Jhon Bolton, si è da subito dimostrato molto favorevole ad una mossa forte da parte dell’alleato mediorientale. Anche se queste sono solo delle ipotesi, resta il fatto che Usa e Israele già conducono un’intensiva guerra elettronica che, periodicamente, mira a scardinare la tecnologia informatica legata alla gestione dei siti nucleari iraniani, come dimostra la vicenda legata a Stuxnet, una delle cyber-armi più potenti mai sviluppate, come ha scritto il New York Times.

I media internazionali hanno molto enfatizzato la recente nomina del falco Avi Dichter, ex capo dello Shin Beth, come ministro della Difesa interna, un segnale legato a una possibile escalation. Va tuttavia ricordato che il controllo delle operazioni militari al di fuori dei confini nazionali è rimasto in mano Ehud Barak e, di conseguenza, il ruolo di Dichter potrebbe essere ricondotto, semmai, soltanto all’organizzazione difensiva del territorio israeliano in caso di aggressione da parte iraniana. Stando alle dichiarazioni del ministro uscente, Matan Vilnai, “in caso di attacco ognuno sa esattamente quello che deve fare, Israele ha preparato la popolazione a un eventuale conflitto che potrebbe durare trenta giorni su diversi fronti simultaneamente”. Per contro, Barak sembra aver abbracciato un atteggiamento più cauto come dimostrato da una serie di sue affermazioni riportate dal quotidiano israeliano Haaretz e che tendono ad abbassare il livello della tensione :“Non sono tra coloro che ritengono che l’Iran rappresenti una minaccia esistenziale per Israele”, avrebbe chiosato qualche giorno fa.

L’Iran a rischio implosione ?

E, infatti, allo stato attuale, l’Iran sembra rappresentare una minaccia più per se stesso che per gli altri. Due sono gli elementi di forte instabilità che creano turbolenze all’interno della Repubblica Islamica. Il primo è legato alla sempre più estesa crisi economica e finanziaria del Paese. Il problema principale deriva dalla vertiginosa perdita di valore del rial, la moneta iraniana, che si è deprezzato ben del 12% rispetto al dollaro nel giro degli ultimi mesi. Tutto questo si aggiunge al sostanziale fallimento del piano di eliminazione dei sussidi elaborato del Presidente Ahmadinejad, che sembra aver fatto aumentare il livello di povertà generale. Ma non sono bastate neanche le parole della Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, in favore di “un’economia di resistenza” a calmare le acque, e la tensione politica è tornata a farsi sentire.

Nel 2013 il Paese tornerà al voto dopo gli eventi del 2009, questo sarà il vero banco di prova sia per i conservatori appoggiati dal potentissimo corpo delle guardie rivoluzionarie – i Pasdaran – sia per i riformisti, in questi ultimi due anni pesantemente indeboliti dalla repressione di regime. Una cosa è certa, Ahmadinejad sembra aver perso l’appoggio e la fiducia della Guida Suprema e difficilmente sarà riconfermato.

L’altro elemento che prefigura un possibile rischio implosione ha, invece, a che vedere con la palude siriana. Rispetto al defilato atteggiamento che gli ayatollah hanno mantenuto nei confronti delle prime rivoluzioni arabe, l’appoggio al regime di Assad sembra incondizionato.

La sfera d’interessi che tiene legate queste due parti della “mezzaluna sciita” – così come l’ha definita Vali Nasr – è nota, ma quando, agli inizi di agosto, il ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, ha in maniera sibillina riconosciuto la legittimità del movimento di opposizione siriano attraverso un editoriale del Washington Post, molti pensavano ad un cambio di rotta. In realtà si è trattato di una mossa per guadagnare tempo e trovare una soluzione diplomatica a vantaggio di Assad, tempo che è, al contrario, servito solo a far continuare i massacri.

Questo “asse della resistenza” si è ulteriormente indebolito dopo la cattura dei 48 iraniani presenti in Siria come consiglieri militari, che ha reso l’idea del coinvolgimento della Repubblica Islamica a tutto il pubblico internazionale. Con coraggio, proprio a Teheran in occasione del Vertice dei Nam, il leader egiziano Morsi ha richiamato l’Iran alle sue responsabilità, denunciando le violenze dell’esercito di Assad nei confronti dei civili. Tuttavia, l’establishment iraniano non sembra esser disposto ad imporsi su Assad, cedere significherebbe non solo perdere la porta della Repubblica sul Mediterraneo (le basi navali siriane) ma anche indebolire pericolosamente Hezbollah in Libano, che è oggi il principale partner ideologico e militare degli ayatollah. Un prezzo forse troppo alto da pagare. Nondimeno, le rigidità iraniane hanno reso più facile il braccio di ferro con l’Occidente, l’Europa in particolare. Dopo il nucleare, la questione siriana ha cristallizzato quasi tutti i canali di dialogo in un prezioso tiro alla fune che potrebbe presto spezzarsi.

Il blog di Scott Lucas, uno degli iranologhi più conosciuti : www.enduringamerica.com


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