I coltelli di Assad

Mentre emergono particolari sempre più agghiaccianti sul massacro di Hula e gli osservatori Onu scoprono altri tredici cadaveri nella città di Deir Ezzor, l’internazionalizzazione della crisi siriana arranca senza una direzione precisa. Lo scatto di reni dell’Occidente, che con una mossa decisa ha cacciato gli ambasciatori di Damasco dalle proprie capitali – un primo forte segnale dopo mesi d’inerzia – sembra cozzare contro la mancanza di una strategia comprensiva d’ingaggio, ormai non più procrastinabile. E Bruxelles ?


Un vecchio proverbio arabo sostiene che il genere umano si possa dividere in tre categorie : gli inamovibili, quelli che sono mossi e coloro che muovono. Ora, mentre sembra ormai chiaro a tutti il fatto che Assad appartenga a questa prima categoria, a costo d’infilarsi in un pericoloso vicolo cieco anche per le sorti della sua famiglia e del suo clan, quello che non è affatto comprensibile è se l’Europa e Washington siano intenzionati ad imporre un’agenda concordata oppure preferiscano restare sotto l’ombra degli interessi cinesi e russi. La questione è risolutiva, a maggior ragione nell’attuale fase di stallo in cui ci si è venuti a trovare oggi, dove questo importante crocevia del mondo arabo - che ha sempre fatto gola a molti, troppi forse - rischia di cadere nel baratro dell’instabilità totale a cause di mosse maldestre : in primis l’opzione militare che attirerebbe su Damasco sciami d’integralisti islamici, cellule legate ad Al-Qaeda e cosi via. Libia docet. Quello che, infatti, molti sanno nelle cancellerie occidentali, ma che ovviamente non possono dire, è che il ripetersi di una cosi maldestra operazione d’intervento militare, come quella portata avanti per abbattere il regime di Gheddafi, nel caso della Sira avrebbe effetti ancor più disastrosi. Per fortuna, è proprio la Casa Bianca che, almeno per ora, vuole tenere lontana tale alternativa, “un’ulteriore militarizzazione della Siria non è al momento la strada giusta da percorrere”, queste le parole di Jay Carney, portavoce di Obama. In questo senso, gli analisti di Foggy Bottom sono ormai concordi nel comparare la miccia siriana all’esperienza vissuta nell’Iraq del post-Saddam : una vera e propria faglia di attrito tra sunniti e sciiti seguita da opposti schieramenti in grado di coagulare antichi rancori, Iran ed Hezbollah da un lato e sauditi e gli altri Paesi del Golfo dall’altro.

La bomba settaria

E proprio nei dettagli della strage di Hula che viene ad evidenziarsi tutto il potenziale di odio e violenza settaria che scorre nel Paese. Secondo le ultime ricostruzioni fatte soprattutto dalla stampa inglese, solo 20 delle 108 vittime di venerdì scorso sono morte per i colpi d’artiglieria sparati dall’esercito regolare. Le altre sarebbero state giustiziate dagli shabiha, le milizie che appartengono al gruppo degli alauiti, la famiglia religiosa sciita di Assad. Nel caso di Hula, questi sgherri del regime sarebbero partiti dal villaggio alauita di Fulla per poi raggruppare in maniera metodica e pianificata uomini, donne e bambini, uccidendoli sia con colpi di pistola a distanza molto ravvicinata, sia con coltelli che con altre armi bianche. Mentre Assad è ritornato a parlare pubblicamente, continuando a sostenere che la guerra e i massacri sono opera di “terroristi e forze straniere”, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha riferito di una nuova controffensiva dei ribelli che avrebbero ucciso in questi giorni almeno cento soldati di del presidente. Come hanno messo bene in luce due ricercatori della Jamestown Foundation, Carole O’Leary e Nicholas Heras, i network tribali giocano un impatto fondamentale nella rivolta siriana, sia a livello politico che socio-culturale. Milioni di siriani, infatti, sia delle aree rurali che urbane, esprimono una forte affiliazione tribale che viene utilizzata da un lato per fomentare l’opposizione politica e armata contro il regime di Assad, dall’altro per organizzare forze paramilitari in grado di supportare le forze governative. Dal lato degli insorti, i gruppi più attivi sono quelli provenienti dalle confederazioni Jabbur, Ta’i e Ounaiza, mentre importanti leader tribali – come ad esempio l’ex membro del parlamento di Damasco, Nawwaf al-Bashir, del clan dei Baggara – sono allo stesso tempo ai vertici del Consiglio nazionale siriano (Cns). Se questo fazionalismo endogeno getta un’oscura luce sugli eventi del post-regime, i suoi effetti immediati si riverberano sull’incapacità di mettere tutti intorno ad un tavolo e ottenere un vero ed efficace cessate il fuoco.

Fallimento Annan ?

Ancora sembra presto per dirlo, ma certamente sono sempre più numerose le critiche nei confronti dell’inviato Onu/Lega Araba per la Siria. Kofi Annan ha alle sue spalle una prestigiosa carriera politico-diplomatica, arricchitasi negli ultimi anni da importanti risultati raggiunti come mediatore di conflitti spesso dimenticati, dalla crisi del Darfur alla guerra etnica in Kenya. Tuttavia, l’ex segretario generale del Palazzo di Vetro non è riuscito ancora a piegare il dittatore, ma anzi, il suo piano di pace viene quotidianamente screditato da qualche dichiarazione. Annan non è un pacifista, alla fine degli anni novanta sponsorizzò la dottrina della responsibility to protect, di conseguenza sa perfettamente che la responsabilità dei massacri ricade per la maggior parte sul regime, ma conosce altrettanto l’ingrovigliata situazione diplomatica che gli impedisce di essere più deciso, a partire da nodi regionali. In primis vi è la Turchia. Ad Ankara è stata data la possibilità di imporre una svolta alla crisi ma, sino ad ora, ha saputo coagulare un’opposizione divisa – alcuni funzionari occidentali sembrerebbe abbiano dichiarato, tra le righe, che il Cns è oggi un organismo assai meno credibile di quello di Bengasi ai tempi della lotta contro Gheddafi –, ed è per questo che sia il Regno saudita che il Qatar, premono per un maggiore protagonismo. Infatti, entrambi i due Paesi del Golfo si sono fatti promotori dell’idea di armare direttamente i ribelli, scartando a priori un’ipotesi negoziale e muovendosi autonomamente rispetto ai piani della Lega Araba. Paradossalmente, i Paesi più timidi nei confronti dell’insorgenza siriana sono stati proprio quelli della primavera araba. Tunisia, Libia ed Egitto, ognuno impegnato nei propri processi di transizione, si sono sostanzialmente allineati alle posizioni della Lega, peraltro senza particolare attivismo diplomatico. Ma è certamente a Beirut che i solchi tracciati dal conflitto siriano stanno lasciando i segni maggiori. Damasco ha sempre considerato il Libano come il proprio cortile di casa. Le attuali tensioni che caratterizzano oggi il contesto politico libanese seguono di fatto quelle che hanno aperto il conflitto del vicino. Lo schieramento dell’8 marzo, tra le cui fila spicca Hezbollah, è la principale forza che appoggia l’attuale governo Mikati, alleato di Assad. Anche lo stesso establishment di Hezbollah ha trovato modo di appoggiare il regime, accusando Usa e Israele di alimentare le rivolte, come sostenuto dallo stesso capo del partito di Dio, Hassan Nasrallah.

I mal di pancia della Ashton

Intanto, a Bruxelles il tentativo di far quadrare il cerchio almeno tra i Paesi del Consiglio di sicurezza Onu e lanciare un’azione diplomatica risolutiva, sembra aver lasciato lady Ashton alle prese con un rompicapo difficile da risolvere. Ancora una volta, la crisi siriana è lo specchio di un’Europa senza una precisa bussola politica. Per ora ci si è saputi muovere inasprendo le misure sanzionatorie a danno della famiglia di Assad e del regime in generale e predisponendo piani di evacuazione per i cittadini europei che vivono e lavorano nel Paese. Secondo Agostino Miozzo, a capo del crisis response and operational coordination del Seae, sarebbero circa venticinque mila gli europei da far evacuare in caso di escalation militare. Stando alle parole di Miozzo, le vie di fuga sarebbero tre : quella dell’aeroporto, più due terrestri, una verso il Libano ed un’altra verso Israele. Ma il vero enigma da sciogliere riguarda i rapporti con Mosca. Tutti ormai sanno che senza i russi a bordo non si riuscirà a sbloccare la situazione, ed è per questo che Bruxelles intende ammorbidire Putin, magari attraverso una garanzia del riconoscimento degli interessi russi nell’area anche per il futuro : a partire dal mantenimento della base navale di Tartus, così come il rispetto dei flussi commerciali. Di questo si parlerà nel corso del bilaterale UE/Russia in programma in questi giorni a Strelna, nei sobborghi di San Pietroburgo. L’obiettivo di Catherine Ashton è quello di convincere il suo omologo russo, Sergei Lavrov, a scaricare Assad per una soluzione di compromesso. Ma quale ? Del resto gli stessi Paesi europei che siedono in Consiglio non pare abbiano una visione comune sulla fase post-Assad. Il nuovo governo Hollande, è il più deciso ad imporre una soluzione di forza, magari a favore di gruppi sunniti vicini ai libanesi di Hariri, anch’esso storico perno degli interessi francesi nella regione. La posizione di Parigi trova però un bilanciamento nella volontà del governo inglese di non forzare troppo la mano. William Hague, a capo del Foreign Office, è stato uno degli artefici della mossa legata all’espulsione degli ambasciatori siriani dalle capitali europee, ma non vuole ripetere gli errori della Libia, e, almeno per ora, ha escluso categoricamente il ricorso alle armi. Posizioni difficilmente conciliabili che, tuttavia, attendono un maggiore chiarimento e che non possono permettere di lasciare la Siria nel baratro della violenza.


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