I temi principali delle elezioni europee in Italia

Un dibattito Europeo “disturbato” : verso l’ennesimo referendum sul governo in carica

Le date del 6 e 7 Giugno si avvicinano a grandi passi, e cresce il timore che questo scrutinio non si riveli essere che un referendum sulla popolarità del Popolo della Libertà (Pdl). Le questioni europee sul tavolo sono d’estrema importanza, ma diffusa è la sensazione che non si stiano fornendo agli italiani gli strumenti per prendere una decisione per l’Europa, o per l’Italia in Europa. Cos’è che, a dieci giorni dalle elezioni, disturba la campagna ? Perché si finisce sempre a parlare di questioni nazionali ? Se alcune chiavi di risposta risiedono nella specificità del contesto politico italiano, altre fanno appello ad una considerazione più ampia della natura stessa delle elezioni.


L’Italia non è certamente l’unico Paese membro in cui la campagna per le elezioni europee si sta giocando su questioni essenzialmente nazionali. Dovunque in Europa, il contesto politico influenza in modo determinante la scelta degli elettori e, in maniera forse minore, il tasso di partecipazione agli scrutini di giugno.

Tuttavia, con queste elezioni si gioca una partita estremamente importante per il Parlamento Europeo (PE) e per l’Europa più in generale. Si voterà per eleggere i rappresentanti di un’assemblea dai poteri forti, che occupa una posizione ormai chiave nell’architettura istituzionale comunitaria. Ma soprattutto, si voterà per la composizione di un emiciclo che dovrà affrontare questioni di rilevanza maggiore e che, per farlo, deve poter godere della più ampia legittimità.

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Silvio Berlusconi

Sarà un referendum pro o contro di lui ? (fonte : www.flickr.com)

Sembra dunque necessario sensibilizzare i cittadini italiani alla rilevanza del loro voto, all’importanza che i rappresentanti da loro scelti avranno per il futuro dell’integrazione europea e non solo. Che tipo di Europa vogliamo ? Che cosa domandiamo all’Europa ? Preferiamo avere più o meno Europa ? La campagna elettorale europea dovrebbe fornire agli elettori gli strumenti per rispondere a queste domande, di maniera che il voto del 6 e 7 giugno sia un voto per l’Europa, e non per o contro il governo in carica.

Tutto ciò, ne siamo ben coscienti, è molto arduo da portare a compimento : quest’articolo si propone di offrire alcuni spunti per interpretare le ragioni di questa difficoltà, attraverso uno sguardo ai temi che predominano la campagna elettorale italiana, al contesto politico e sociale del Paese, ma egualmente alla natura stessa delle elezioni europee. Sosterremo l’argomento secondo il quale, se non si parla di temi europei, forse è perché non c’è sufficiente offerta né, tanto meno, sufficiente domanda : che fare dunque ?

I principali temi : di cosa si potrebbe discutere ?

Lasciato alle spalle il balletto delle candidature, la campagna elettorale è finalmente iniziata. Di certo, la polemica sulle “veline” al Parlamento europeo non ha contribuito a far percepire ai cittadini l’importanza di questa scadenza elettorale, cosi come non vi contribuisce la candidatura di personaggi che sembrano voler essere semplicemente allontanati dalla scena politica nazionale e che, si mormora, a Bruxelles ci andranno raramente.

Scorrendo velocemente i programmi dei maggiori schieramenti, l’impressione che se ne ricava è che ci sarebbe molta Europa di cui parlare durante la campagna. Ricostruendo i punti principali dei diversi manifesti elettorali, si delineano con una certa chiarezza i contorni auspicati dell’Unione europea. La crisi economica, e soprattutto la strategia per uscirne, è uno dei temi principali. La natura internazionale del recente rallentamento economico contribuisce in maniera sostanziale ad “europeizzare” il dibattito politico nazionale : di fronte a sfide cosi ampie e dalle conseguenze incerte, le forze politiche sono concordi sulla necessità di un approccio europeo (nonostante le modalità di quest’approccio siano differenti), e l’opinione pubblica sembra sufficientemente sensibilizzata su questo punto. Contribuisce indubbiamente il fatto che le implicazioni della crisi finanziaria sull’economia reale hanno un impatto concreto sulla vita dei cittadini. Accanto alle questioni macroeconomiche, temi quali il cambiamento climatico, l’immigrazione, la sicurezza e il ruolo dell’Europa nel mondo appaiono come le sfide più importanti da affrontare. Forse più lontano dalle preoccupazioni giornaliere dell’elettorato, il cambiamento climatico coinvolge numerosi aspetti e necessita l’elaborazione di un complesso policy mix, i cui tratti si differenziano a seconda dello schieramento. Nonostante il nostro attuale governo non sia stato il più fervente sostenitore dell’ambizioso obiettivo “20-20-20”, tutti gli Stati membri sono chiamati a contribuire alla sua realizzazione : è dunque di capitale importanza decidere quale debba essere il ruolo dei vari stakeholders (autorità pubbliche, industrie, società civile).

Riguardo al tema della politica d’immigrazione e al tema della sicurezza, destra e sinistra proiettano in maniera inequivocabile sulla scena politica europea la loro differente visione sugli strumenti e modalità di realizzazione di una politica comunitaria. Di fronte alla complessità della questione ed alla rilevanza che essa ha per l’Italia, il paese dovrebbe cercare di porsi in quanto principale policy maker a livello UE, ed avere un ruolo proattivo.

Per quanto riguarda le relazioni esterne, rafforzare il ruolo dell’Europa nel mondo è un punto comune a diversi schieramenti politici : un’Unione che parla con una sola voce, leader sulla scena mondiale. In questo contesto, la destra e la sinistra si distinguono per il ruolo attribuito allo stato nazionale nell’elaborazione di azioni comuni, cosi come nelle scelta delle priorità di politica estera. Per quanto sommaria e semplicistica, la nostra descrizione sottolinea l’ampiezza dei temi in gioco, e mette l’accento sulle conseguenze tutte europee del voto di giugno.

Gli elementi di disturbo : di cosa si potrebbe non discutere ?

I dibattiti della campagna elettorale sarebbero dunque supposti giocarsi intorno ai temi sopra menzionati ed altri ancora, nell’intento comune di dare all’elettorato una fotografia chiara di ciò che l’Europa rappresenta per l’Italia e ciò che quest’ultima può portare alla comunità attraverso i suoi rappresentanti eletti al Parlamento Europeo. Pertanto, in maniera generale, il Bel Paese sembra aver perso parte del suo carattere proattivo e propositivo nei confronti dell’Unione Europea, lasciando piuttosto spazio ad una sorta d’indifferenza sotto la quale sembra talvolta serpeggiare un sentimento euroscettico. Quest’indifferenza sembra auto-alimentarsi attraverso l’assenza di dibattiti animati sui contenuti, che sicuramente contribuisce al disinteresse dell’elettorato per i prossimi scrutini. Gli italiani si apprestano dunque a votare in un contesto difficile, alimentato da una crisi economica che rischia di sfociare in una crisi sociale. Benché si faccia strada, come abbiamo sottolineato, l’idea che solo l’Europa possa fornire risposte efficaci, le tendenze al protezionismo non corroborano in alcun modo l’ “unità nella diversità” ne’, tanto meno, rafforzano la solidarietà a 27. Si assiste, in effetti, ad una certa incoerenza tra la retorica “dell’approccio comune” e l’assenza, ad esempio, di una governance economica coordinata a livello UE.

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Si deciderà di questioni cruciali

Una delle immagini della campagna del Parlamento europeo. (fonte : servizio audiovisivo del PE)

Questi elementi non sono tuttavia i soli a spiegare perché la prossima scadenza elettorale si annuncia difficile, mentre occorre porre l’accento sugli effetti “disturbatori” della bagarre politica quotidiana, che distraggono dal dibattito aperto sulle questioni europee. La scena politica italiana corrente offre svariate chiavi di lettura, che costituiscono le specificità nazionali di questo scrutinio. Non è la prima volta che le elezioni europee servono al governo in carica per misurare la propria popolarità ; anzi, si tratta ormai di una consuetudine non più negata dai dirigenti politici. Questo tornata elettorale tende tuttavia ad assumere un carattere tutto particolare, dove il dibattito sembra concentrarsi sempre di più sulla figura del premier e sulla necessità di verificare, tramite il voto, l’enorme supporto vantato da sondaggi di dubbia provenienza. Il fatto che Silvio Berlusconi si sia posto come capolista in tutte le circoscrizioni aggiunge un ulteriore carattere di plebiscito al voto del 6 e 7 Giugno. Sfortunatamente, anche da parte dell’opposizione, il discorso sembra incentrato prevalentemente sulla persona o, meglio, sul personaggio, piuttosto che sulle idee, i progetti o sulla proposta concreta di una forte alternativa politica. A margine di questo dibattito, anche il centro-sinistra attende una risposta dall’elettorato, una reazione ai recenti cambiamenti (e incidenti di percorso) del proprio schieramento.

Lungi dal sostenere che il dibattito politico in Italia sia al momento sterile, è indubbio il sapore tutto nazionale e scarsamente europeo di questa campagna. L’azione del governo continua ad essere l’unica determinante del voto europeo : più che mai in questa tornata, il voto espresso dall’elettorato del centro-destra sarà interpretato come segno di supporto a Silvio Berlusconi. Di fronte ai recenti avvenimenti quali il caso Noemi Letizia e la sentenza riguardante l’avvocato Mills, il premier necessita di un nuovo segno di riconoscimento da parte degli elettori.

Dipinto questo quadro, è difficile argomentare che siano forniti agli italiani gli strumenti per fare una scelta per l’Europa (o almeno per l’Italia in Europa). Perché è cosi difficile spostare il baricentro verso questioni “più europee” e, soprattutto, fino a che punto questo attiene al contesto nazionale ?

Una mancanza cronica ma giustificata ?

Non è un evento nuovo, abbiamo detto, che le elezioni europee funzionino come referendum per il governo in carica. Non è un problema solo italiano, abbiamo sottolineato a più riprese, il fatto che il dibattito all’avvicinarsi delle elezioni finisca per concentrarsi su questioni prettamente nazionali. Questo articolo, come la maggior parte dei media in queste settimane, cerca di spiegarne il perché, senza pertanto riuscire ad uscire da un vicolo cieco. Se, da un lato, la scadenza elettorale é eccessivamente strumentalizzata dalle forze politiche nazionali, dall’altro lato riteniamo sia di per sé comprensibile che i cittadini continuino a fare le loro scelte in rapporto alle preferenze determinate in ambito nazionale. C’è dunque un’offerta ed una domanda di temi nazionali, mentre entrambi gli elementi scarseggiano per quanto riguarda il “mercato” delle tematiche europee.

Riguardo al comportamento dei governi nazionali (l’offerta), possiamo assumere con una qualche certezza che l’obiettivo primario della coalizione in carica sia la ri-elezione. Per tastare il polso dell’elettorato, non c’è migliore occasione che uno scrutinio a metà mandato. Se ne può dunque dedurre l’interesse del governo in carica di vendere il proprio operato e, viceversa, la volontà dell’opposizione di screditare la maggioranza sulla base di quanto fatto (o non fatto), nell’obiettivo di salire al potere nella prossima tornata elettorale nazionale. Accanto ai grandi schieramenti, anche i partiti minori coltivano ovviamente la propria agenda, che va ben al di là della composizione del Parlamento Europeo.

Ne possiamo concludere che, paradossalmente, uno scrutinio le cui conseguenze sono essenzialmente europee si gioca su agende politiche tutte nostrane. L’argomento qui proposto non stupisce certo per la sua originalità, ma offre una prima ragione molto semplice del perché non si parli mai di questioni europee durante la campagna per le elezioni del PE. Si aggiunge a questa riflessione l’ “identità molteplice” del parlamentare europeo, che siede al Parlamento Europeo nell’ambito di formazioni partitiche plurinazionali, ma che viene eletto in circoscrizioni nazionali, sulla base di liste nazionali, ed è pertanto naturalmente chiamato a rappresentare i cittadini da cui ha ricevuto il voto. Quest’aspetto non è per nulla trascurabile, ed influenza sia l’offerta che la domanda di temi nazionali.

Riguardo a quest’ultima essa proviene, come abbiamo detto, dai cittadini stessi. Se un vero spazio pubblico europeo non è ancora stato creato, almeno per ora, sembra inutile pretendere che una vera azione di contestazione politica si faccia strada a livello europeo ; la domanda per politiche pubbliche sembra rivolgersi verso l’Europa solo in astratto, mentre è il governo in carica ad essere ritenuto responsabile dei risultati a breve e medio termine.

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Il Parlamento europeo

(fonte : www.flickr.com)

Varie ragioni vengono spesso menzionate per spiegare la disaffezione dei cittadini : il sistema politico europeo non è basato sulle consuete divisioni partigiane, l’elezione del Parlamento non è legata alla nomina di un esecutivo, l’Europa è troppo complessa e troppo lontana, etc. La lista è ancora lunga, ma ciò che ci preme sottolineare è che tutte queste concause contribuiscono ad alimentare la domanda per dibattiti basati su temi nazionali, in cui i cittadini si riconoscono e sui quali si sentono in misura di esprimere un giudizio. Oltre a votare secondo linee partitiche nazionali, l’elettorato coscienziosamente invia preziosi messaggi alla maggioranza ed all’opposizione, cosī come ai partiti minori : anche la domanda ha dunque una strategia essenzialmente nazionale. Come in ogni mercato, al punto d’equilibrio tra domanda ed offerta si determina la quantità di dibattito su temi italiani. Quello che rimane, des poussières, è lasciato alla discussione su questioni veramente europee. L’Unione Europea ha cercato di influire sulla domanda attraverso la sua politica di comunicazione, di trasparenza ed accessibilità. Molto meno sembra essere stato fatto sul lato dell’offerta, e ci domandiamo se e con quali strumenti sia possibile migliorare : liste transnazionali. Messa in discussione dei governi sull’implementazione di politiche europee ? Diverse opzioni meritano probabilmente di essere esplorate.

L’analisi qui proposta non offre che una spiegazione complementare a tante altre : attraverso un approccio razionale, la ragione dell’assenza di un dibattito europeo sembra emergere chiaramente. L’esempio italiano, con tutte le sue specificità è, appunto, solo un esempio. La campagna di questi giorni risente di molti elementi disturbatori, le cui conseguenze saranno apprezzate attraverso lo scrutinio del 6 e 7 Giugno, ma probabilmente anche prima (e anche dopo). Il problema dell’assenza di questioni europee nei dibattiti è sentito nei vari Paesi europei, ed anche in questi la domanda tortura giornalisti, accademici, politici. Ognuno dovrebbe aver ormai trovato la sua risposta ; siamo sicuri allora che valga ancora la pena porci la stessa domanda ogni cinque anni, a dieci giorni dallo scrutinio ? Se ne abbiamo bisogno per ricordarci che il problema esiste ancora, il semplice fatto di trovare una risposta sempre diversa non ci aiuta per ad avanzare nella nostra capacità di comunicare i contenuti dell’Europa.

(Foto logo : www.flickr.com)


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Auteurs

Elisa MOLINO

Elisa Molino a obtenu sa maîtrise en Sciences Internationales et Diplomatiques en 2005, auprès de l’Université de Turin. Après de différentes expériences professionnelles dans le privé et dans le public, parmi lesquelles un stage à l’Ambassade Italienne (...)
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