Ma il 2009 verrà ricordato anche per molto altro a partire dalla magra figura della presidenza ceca nel primo semestre, dal minimo storico in termini di affluenza al voto raggiunto nelle elezioni del parlamento del 6 e 7 giugno, dalla nomina delle due nuove figure istituzionali come l’alto rappresentante per la politica estera ed il presidente del Consiglio europeo.
E’ stato anche l’anno dell’incoronazione di Obama, primo presidente americano di colore, della crisi economico - finanziaria iniziata nel 2008 ma i cui effetti sono tutt’ ora evidenti in tutti i paesi europei, e a cui l’Unione europea non è riuscita a dare una risposta univoca e coordinata. E’ stato l’anno dell’impegno europeo nella lotta al clima con l’approvazione formale ad aprile del pacchetto 2020 per combattere i cambiamenti climatici. A cui non è però seguito un eguale impegno da parte degli altri paesi industrializzati ed in via di sviluppo come Cina e Stati Uniti, primi responsabili del fallimento della conferenza internazionale sul clima di Copenaghen.
Ed è stato infine l’anno del ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino che ha posto le basi per l’allargamento dell’Unione europea ai paesi dell’est e che sembra aver dato nuovo impulso al processo di allargamento dell’UE verso i paesi balcani. Grazie infatti all’ iniziale applicazione, a partire dal 19 dicembre 2009, del regime di liberalizzazione dei visti, i cittadini serbi, macedoni e albanesi, per la prima volta dalla fine della guerra, possono finalmente viaggiare in Europa senza visto.
Ma andiamo con ordine.
Il primo semestre 2009, il conflitto mediorentale e la risposta alla crisi.
Il 2009 non si apre sotto i migliori auspici. Il dilagare della crisi economica ed il riaccendersi delle tensioni in medio oriente con l’attacco aereo e l’invasione terrestre della striscia di Gaza, da parte degli israeliani, richiedono un forte impegno da parte dell’Unione europea, sia in campo domestico, che in politica estera. In più l’elezione di Obama a primo presidente di colore degli Stati Uniti riaccende forti speranze di collaborazione fra le due sponde
dell’atlantico. Il tutto però è in mano ai cechi. Il primo gennaio 2009 infatti la Francia lascia allarepubblica ceca, come previsto, la presidenza dell’Unione europea con il compito di coordinare impegni e sforzi europei in campo nazionale ed internazionale. Impegno che la repubblica ceca assume per la prima volta nella sua storia, senza purtroppo esserne all’altezza. Unico paese insieme alla Polonia e all’Irlanda a non avere ancora ratificato il trattato di Lisbona per colpa del suo presidente Vaclav Klaus, noto euroscettico, inizia il suo difficile semestre di presidenza scatenando inutili e stizzite polemiche per l’opera shock “Entropa“ dell’artista ceco David Cerny posizionata all’interno del Justus Lipsius, l’edificio del Consiglio dei Ministri a
Bruxelles. L’ opera raffigura i diversi paesi europei in maniera stereotipata al limite dell’offensivo. L’artista ceco ha oltretutto ingannato la stessa presidenza ceca fingendo di aver realizzato l’opera con il contributo di altri 26 artisti europei, il che è risultato interamente inventato. Al di là del fatto che i problemi concreti da risolvere fossero senz’altro più importanti, questo è forse l’episodio che ricorderemo di più di questa presidenza che per quanto riguardo il resto non ha lasciato il segno. Inconcludente e disorganizzata la risposta in medio oriente dove gli sforzi della presidenza ceca si sono sovrapposti in maniera disordinata ed a volte contrastante con la missione della delegazione francese inviata da Sarkozy per il raggiungimento di un cessate il fuoco. Inefficace sul versante interno dove poco o nulla è stato fatto dall’Unione europea per dare una risposta comune alla crisi economica. Al consiglio europeo di marzo infatti non si è andati oltre ad un rinnovato impegno per il coordinamento delle politiche e misure nazionali già poste in atto dai governi europei per contrastare la crisi. Unica nota positiva del semestre di presidenza ceco l’approvazione formale ad aprile del pacchetto clima che era però già stato discusso ed approvato nei contenuti durante il semestre di presidenza francese.
Le elezioni del parlamento europeo
Altro importante compito della presidenza ceca l’organizzazione, assieme al parlamento e alla commissione, delle elezioni del nuovo parlamento europeo tenutesi il 6 ed il 7 giugno che hanno registrato il più basso tasso di affluenza al voto (43%) da quando, nel 1979, il parlamento europeo è stato eletto direttamente dai cittadini europei. Il nuovo trattato era ancora sotto scacco degli irlandesi e ciò non ha sicuramente incentivato gli elettori europei a recarsi alle urne, ma motivazioni particolari per un tale risultato in termini di afflluenza purtroppo non ce ne sono, o meglio, sono sempre le stesse. Poco interesse, poco spazio sui media nazionali, pochi i dibattiti relativi alle elezioni europee che vertono spesso su temi nazionali e previsioni della vigilia fedelmente rispettate, poche quindi le sorprese. Alcune teorie politiche affermano che non sempre un basso tasso di votanti equivale ad un disinteresse rispetto all’attività svolta dal Parlamento ma piuttosto è dovuto dalla mancanza di forti tensioni politiche fra i vari schieramenti in campo che non spingono gli elettori a schierarsi da una parte o dall’altra. Questa è sicuramente una delle possibili chiavi di lettura del voto, certamente non l’unica in quanto è evidente il disinteresse dei cittadini verso questa istituzione. Sta però di fatto che ad aggravare la situazione vi è anche la mancanza di una sana e chiara competizione politica. Nelle ultime elezioni europee i due gruppi politici principali i popolari ed i socialisti non sono riusciti ad indicare, prima delle elezioni, due diversi candidati alla presidenza della Commissione. O meglio, i socialisti non sono riusciti ad indicare un candidato diverso dall’attuale presidente della Commissione, il popolare Barroso che, anche in considerazione della vittoria dei popolari alle elezioni, è stato rieletto senza alcuna forte opposizione.
Il secondo semestre 2009 : l’entrata in vigore del trattato di Lisbona e la conferenza sul clima di Copenaghen
Con le elezioni europee alle spalle, la repubblica ceca lascia il testimone alla Svezia che dal primo luglio presiede le riunioni del consiglio dei ministri. Il programma di lavoro che aspetta gli svedesi è ricco e faticoso. Nel secondo semestre del 2009 si concentrano infatti due appuntamenti fondamentali per l’Unione europea il secondo referendum irlandese sul trattato di Lisbona previsto per il mese di ottobre e l’importante conferenza sul clima di Copenaghen di dicembre.
Ad ottobre gli irlandesi, bontà loro, cambiano finalmente idea votando sì al referendum sul nuovo trattato di Lisbona, dando così il via libera, dopo ben 8 anni di negoziazioni, al nuovo trattato riformatore dell’ Unione europea, che recepisce in gran parte le novità introdotte dal trattato costituzionale. A dire il vero mancano ancora alcune ratifiche che però seguono il positivo esito del referendum in Irlanda, a breve giro di posta. Si convince finalmente la Repubblica Ceca, ancora ostaggio del presidente Klaus,
che dopo il sì irlandese e la pronuncia positiva della corte costituzionale ceca, interpellata da alcuni senatori sulla legittimità del trattato, appone la sua firma. Anche in Germania la corte è chiamata a pronunciarsi sul trattato di Lisbona e sono dolori. I giudici tedeschi, pur confermando che il trattato di Lisbona non viola la sovranità tedesca, hanno dichiarato che i che i diritti di codecisione di Bundestag e Bundesrat dovranno essere iscritti in una nuova legge sospendendo di fatto la ratifica del trattato fintanto che il parlamento non emani la legge necessaria. Legge che viene comunque approvata in tempi brevi. Infine la Polonia, anch’essa sotto scacco dell’ euroscettico presidente Lech Kaczyński si convince a firmare solo dopo il sì irlandese. Nel giro di un mese tutto è finalmente risolto e niente osta più all’entrata in vigore del nuovo trattato che quindi dal 1 dicembre 2009 modifica gli attuali trattati comunitari (TUE e TCE) introducendo tutta una serie di riforme istituzionali, tra cui l’ introduzione di una sorta di Ministro per gli Affari Esteri (denominato Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune) e del Presidente del Consiglio europeo.
Sono queste due infatti le novità che più hanno fatto discutere i capi di stato e di governo in vista dell’entrata in vigore del trattato di Lisbona. Prima del consiglio europeo di dicembre infatti era necessario trovare un accordo in seno al consiglio europeo per la nomina delle due personalità che avrebbero ricoperto tali cariche. Dopo la riconferma di Barroso a presidente della Commissione a spuntarla, dopo diversi giorni di negoziazioni, sono stati gli inglesi grazie alla nomina di Catherine Ashton ad Alto Rappresentante per la politica estera ed i belgi con Herman Van Rompuy
nominato primo presidente del Consiglio europeo. Dopo l’iniziale coro di polemiche, a cui si siamo associati, che sottolineavano il basso profilo dei candidati scelti rispetto alla rosa di candidati disponibili nelle cui fila, fra gli altri, figurava Tony Blair per la carica di presidente del Consiglio europeo e Massimo D’Alema per quella di Alto Rappresentante, ci auspichiamo che entrambi i nominati si siano messi seriamente al lavoro per convincerci di essere all’altezza
dell’impegno. Ad essere onesti i dubbi permangono, la Ashton in particolare avrà sicuramente buone intenzioni ma non certamente l’esperienza internazionale necessaria per un tale compito. Anche se considerando il contesto nel quale sono state fatte queste nomine non c’è poi tanto da meravigliarsi. E’ chiaro che i governi “temono” le due nuove istituzioni introdotte dal trattato in particolare ora che non conoscono il reale peso e potere che queste ultime avranno o potranno conquistarsi. Necessario quindi il basso profilo. Non fosse mai che possano offuscare i ben pensanti capi di stato o ministri degli esteri nazionali che li hanno messi lì, pensate che autogol !?
Sbrogliata la matassa delle due nuove cariche create dal trattato di Lisbona, a fine novembre è stato il turno della designazione dei commissari della nuova commissione Barroso. La procedura prevede che ciascun capo di stato o di governo indichi il proprio candidato commissario in accordo con il presidente della Commissione che ha poi il compito di formare la squadra ed assegnare i portafogli. La commissione così formata deve poi essere approvata dal parlamento europeo. Poche, anche qui, le sorprese se escludiamo la creazione di nuovi portafogli attraverso lo smembramento di quelli precedenti. Fra i nuovi quello sull’ Azione per il Clima, uno sull’Energia ed uno sull’Agenda digitale oltre alla divisione del portafoglio Giustizia e Affari Interni in Affari Interni e Giustizia, Diritti Fondamentali e Cittadinanza. I classici considerati più importanti sono andati rispettivamente : concorrenza, allo spagnolo Almunia, mercato interno e servizi, al francese Michel Barnier, il nuovo portafoglio sull’energia al tedesco Oettinger e commercio al belga de Gucht. Ad Antonio Tajani è stato invece assegnato il settore impresa ed industria. E’ necessario però attendere le audizioni in parlamento, che si terranno a fine gennaio, prima di dare ufficialità alla nuova squadra, in quanto l’approvazione da parte del parlamento pare tutt’altro che scontata.
Oltre a questo difficile valzer diplomatico la presidenza svedese ha lavorato molto anche sull’altro importante tema inserito nell’agenda di lavoro quello della lotta al cambiamento climatico. La Svezia è da sempre molto sensibile a questo argomento e forte dell’approvazione ad aprile del pacchetto clima ha preparato l’importante conferenza sul clima di Copenaghen con molta cura. Stretti alleati degli svedesi sono stati i danesi che hanno ospitato e presieduto la conferenza non senza tuttavia qualche polemica. Nonostante ciò è sotto gli occhi di tutti come i principali artefici del fallimento della conferenza che ha prodotto un impegno vago e non vincolante sulla riduzione delle emissioni di gas serra siano stati gli Stati Uniti e la Cina. L’Europa non può però dirsi esente da colpe, nonostante infatti sia l’unica regione ad aver approvato dei piani di riduzione vincolanti non è riuscita ad imporsi e a far sentire chiara la sua voce rimanendo di fatto l’unico insufficiente esempio virtuoso. Tra Obama e Hu Jinato non abbiamo visto alcun leader europeo.
Bilanci e previsioni
Un anno intenso il 2009, sicuramente positivo se non fosse altro per l’entrata in vigore del trattato di Lisbona. Ma i problemi restano a partire dal coinvolgimento dei cittadini nelle questioni comunitarie, come ha evidenziato il basso tasso di affluenza alle elezioni parlamentari, fino ad arrivare alle contestate nomine europee, di cui si è parlato, decise a porte chiuse fra i capi di stato e di governo. Una volta approvato il nuovo trattato infatti la più grande sfida sarà capire come lo stesso verrà utilizzato. Se cioè le novità introdotte sulla carta, come la figura dell’alto rappresentante ed il nuovo presidente del consiglio europeo, sapranno, al di là dei nomi e delle esperienze, ritagliarsi nella realtà un ruolo importante nelle dinamiche politiche europee ed internazionali. Ci vorrà sicuramente del tempo, ma possiamo almeno affermare che dopo lunghi anni di stasi, l’Europa possiede oggi nuovi ed utili strumenti per aumentare il coordinamento delle proprie politiche ed essere più coerente ed incisiva sulla scena politica mondiale. Il 2010 oltre ad essere l’anno europeo alla lotta della povertà e dell’esclusione sociale sarà il primo anno a fornirci le prime utili indicazioni sulla strada intrapresa dall’Unione europea dopo le riforme introdotte dal nuovo trattato. Nella speranza che i primi tre conducenti Spagna, Belgio ed Ungheria interpretino al meglio i nuovi segnali.


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