Il vantaggio che doveva avere la « Costituzione » europea era quello di essere leggibile per tutti. Lo sforzo di intelligibilità è andato perso con Lisbona, a scapito di tutti. I cittadini di sicuro non hanno letto il Trattato di Lisbona. Ma neanche i politici, che lo interpretano a seconda dei propri interessi nazionali. E i pro-europei vengono accusati di alimentare le incomprensioni evitando i confronti. Quale dialettica bisogna adottare per rimanere democratici ? Certo, il Trattato è diventato illeggibile per i non specialisti e cambia poco alla base. Ma ci sono forse altre soluzioni alla nostra Unione ? Jean Monnet formulava un’analisi realista : “I nostri paesi sono diventati troppo piccoli per il mondo d’oggi, rispetto alla tecnologia moderna, all’America e alla Russia del presente, alla Cina e all’India del futuro. L’unità dei popoli europei raggruppati negli Stati Uniti d’Europa fa sì che aumenti la qualità della vita e che regni la pace. È la grande speranza e l’opportunità della nostra epoca.” I quattro anni trascorsi dai referendum negativi hanno dimostrato che i cosiddetti “noisti” hanno bloccato l’Europa, senza proporre alternative. Anzi, gli affronti hanno finito con il complicare la comprensione dei testi di riferimento. Joschka Fischer aveva visto giusto nel 2000 quando dichiarò a Berlino che « tutti gli Stati membri dell’Unione europea così come tutti quelli desiderosi di farne parte e in particolare le nostre popolazioni potrebbero dover pagare un prezzo fatale se l’Europa dovesse indietreggiare di un passo, o semplicemente immobilizzarsi o accontentarsi dei traguardi raggiunti »…
Deficit democratico o dirigenti cavillatori ?
Le incomprensioni popolari espresse in Irlanda nel 2008 e nel 2001, in Francia e nei Paesi Bassi nei referendum del 2005, in maniera ricorrente nel Regno Unito e in Polonia o ancora in Danimarca nel 1992…in generale, le opinioni sfavorevoli all’Unione possono essere facilmente riscontrabili in un nazionalista o in un uomo di sinistra, in un agricoltore o in un funzionario, all’interno di un partito politico o al bancone del bar… Una parte non trascurabile dell’opinione pubblica degli Stati membri, a volte anche maggioritaria ma non consultata, manifesta critiche virulente, di ogni sorta, sullo svolgimento della costruzione europea. Il risultato è inevitabile : i cittadini esprimono il desiderio di essere effettivamente informati sulle intese approvate a porte chiuse a Bruxelles e di essere consultati più spesso sulle questioni europee.
Date chiave per la realizzazione del Trattato di Lisbona
12 maggio 2000 : Discorso di Joschka Fischer, ministro tedesco degli Affari esteri, all’Università Humboldt di Berlino
15 dicembre 2001 : Dichiarazione di Laeken
28 febbraio 2002 – 10 luglio 2003 : Convenzione per il futuro dell’Europa
4 ottobre 2003 – 18 giugno 2004 : Esame del progetto della Convenzione per la 6° Conferenza intergovernamentale
29 ottobre 2004 : Firma del Trattato di Roma del 2004 che istituisce una Costituzione per l’Europa
20 febbraio 2005 : Referendum in Spagna, 76,7% per il Sì
29 maggio 2005 : Referendum in Francia, 54,67% per il No
1 giugno 2005 : Referendum nei Paesi Bassi, 61,7% per il No
18 giugno 2005 : Dichiarazione dei capi di Stato e di governo, si prende atto dei risultati negativi dei referendum in Francia e nei Paesi Bassi e viene aperto un “periodo di riflessione e di dibattito” fino al primo semestre del 2006.
10 luglio 2005 : Referendum in Lussemburgo, 56,5% per il Sì
13 ottobre 2005 : la Commissione europea lancia una strategia di comunicazione, il famoso « Piano D » (Democrazia, Dialogo e DIbattito)
1 dicembre 2005 : 13 paesi su 25 hanno ratificato il Trattato stabilendo una Costituzione per l’Europa, 2 l’hanno rifiutato, 10 non si sono pronunciati
23 giugno 2007 : Abbandono definitivo al Consiglio Europeo di Bruxelles del progetto del Trattato per stabilire una Costituzione per l’Europa, rimpiazzato da un “trattato modificativo”
Secondo semestre 2007 : 7° Conferenza intergovernamentale (CIG)
13 dicembre 2007 : Firma del Trattato di Lisbona
12 giugno 2008 : Primo Referendum in Irlanda, 53, 4% per il No
2 ottobre 2009 : Secondo Referendum in Irlanda, 67,13% per il Sì
1 dicembre 2009 : Entrata in vigore del Trattato di Lisbona
2014 : Entrata in vigore del sistema di voto a doppia maggioranza, con un periodo transitorio fino al 2017.
Inoltre, bisognerebbe distinguere le critiche popolari da quelle proferite da irresponsabili politici poco inclini a far avanzare l’Europa. Negli ultimi tempi, il presidente ceco Vaclav Klaus ha bloccato la ratifica del Trattato di Lisbona usando come pretesto condizioni già menzionate nella Carta dei diritti fondamentali. Sì, la Carta si rivolge proprio : « agli Stati membri esclusivamente nell’attuazione del diritto dell’Unione e non quando adottano o attuano disposizioni del diritto nazionale indipendentemente dal diritto dell’Unione ». Per questo, bisognava leggere la Carta fino all’articolo 51. Perché signor Klaus non ha chiesto prima che la Repubblica Ceca partecipasse al Protocollo n.30 che autorizza la Polonia e il Regno Unito a non applicare le disposizioni non gradite della Carta ? Il problema sembrava rilevare reticenze personali e incongrue più che una volontà popolare. I Tories britannici, con ben altri toni, minacciavano di procedere a un referendum sul Trattato di Lisbona una volta al potere nel 2010, salvo poi fare retromarcia. Il fatto di organizzarlo avrebbe mirato proprio a consultare i cittadini sulla volontà di restare o meno nell’Unione. Perché evitare questo affronto popolare ? Dal 1972, il Regno Unito non è mai stato consultato in materia. La stessa critica potrebbe essere avanzata altrove.
Sì, tutti concordano nell’affermare che l’Unione manca di legittimità democratica. La sua struttura non è quella di uno Stato-Nazione la cui legittimità risiede nell’evoluzione storica e culturale. I giuristi ripetono in continuazione che Montesquieu non sarebbe mai passato per Bruxelles, insinuando che la separazione dei poteri, costitutiva dei nostri Stati di diritto, non vi troverebbe applicazione. La condivisione della sovranità sembra imporre negoziazioni tra istituzioni europee e Stati membri, piuttosto che un fondamento democratico diretto e una chiara maggioranza politica che, con ogni evidenza, costituiscono delle chimere nello stato attuale dell’Unione. Perché ? Perché la sua legittimità riposa fondamentalmente sulla ricerca di compromessi e rinnovamento costante delle volontà nazionali. Quest’ultime sono condizionate da due fattori che bloccano l’Europa contemporanea : un passato atrocemente bellicoso contro il quale ci si augura di premunirsi per evitare che la Storia si ripeta e un futuro eminentemente solidale di fronte alle molteplici sfide internazionali, che siano commerciali, politiche, sociale o ambientali. Il « compromesso » (dal latino compromissum, « promessa reciproca ») è il risultato di negoziazioni in seno alle quali ogni parte concede dei rispettivi lembi di sovranità per un fine comune che tutti si impegnano a perseguire congiuntamente. Tuttavia, la “cultura del compromesso”, nonostante sia alla base degli accordi firmati a Bruxelles, è ancora mal considerata dall’opinione pubblica internazionale. Cosa fare allora per promuovere un equilibrio tra questa inevitabile cultura dell’apertura e una concezione immutabile della democrazia popolare ?
Strumenti democratici in cerca di rinnovamento
Gli obiettivi ricercati dall’Unione non sono intesi nello stesso modo da tutti. La questione di sapere se l’Unione si dirige o no verso un sistema federale appartiene alle profezie teoriche. Sarebbe più importante determinare tale volontà popolare e consultare i cittadini su questioni più precise. Perché non lanciare dibattiti politici di portata europea prima di procedere verso misure di armonizzazione ? Creiamo strumenti di consultazione che permettano ad ognuno di rinnovare la propria fiducia in un’Unione assetata di legittimità. Visto che un referendum comune su scala europea non è giuridicamente concepibile, perché non immaginare, seguendo l’esempio delle elezioni europee, dei referendum o delle consultazioni simultanee a scadenza regolare ogni 10 anni ? O ancora un sistema di consultazione sottoforma di domande/risposte come le consultazioni svizzere ? L’Unione non potrà definirsi democratica finché continuerà a fornire ai cittadini l’immagine di un gruppo di « esperti » senza introdurre dei dibattiti politici davvero europei.
La moltiplicazione delle clausole opt-out e le conseguenti cooperazioni rafforzate
Dato che le aspirazioni degli Stati membri in seno all’Unione Europea non sono le stesse, perché non optare per dei percorsi alternativi ? Certi pretendono di più, altri vogliono fermarsi. Le clausole di esenzione (dette opt-out) che permettono agli Stati di non partecipare a certe politiche europee sono già numerose. Il trattato di Lisbona ne presenta parecchie :
dall’Euro sono esclusi il Regno Unito (protocollo n°15), la Svezia, la Polonia, la Repubblica Ceca, la Lituania, la Lettonia, l’Estonia, l’Ungheria, la Slovacchia, la Bulgaria e la Romania ;
la Carta dei diritti fondamentali verrà applicata solo parzialmente alla Polonia e al Regno Unito (protocollo n°30) e, a termine, alla Repubblica Ceca ;
dallo spazio Schengen (protocollo n°19 e n°20) e dallo “spazio di libertà, sicurezza e giustizia” (protocollo n°21), sono esclusi il Regno Unito e l’Irlanda ;
La Danimarca non partecipa alle politiche di difesa, giustizia e affari interni (protocollo n°22), né alla terza fase dell’Unione economica e monetaria (protocollo n°16).
… senza contare gli Stati della zona di libero scambio EFTA (Svizzera, Norvegia, Islanda e Liechtenstein) che approfittano dei numerosi accordi preferenziali con l’Unione, senza però impegnarsi solidalmente.
Nonostante le apparenze, l’Unione non è una « Europa à la carte ». La concessione di una scelta opzionale agli Stati non dovrebbe frenare chi desidera intraprendere altre politiche. Le disposizioni del Titolo IV del trattato sull’Unione Europea (Trattato UE) permettono, « nel quadro delle competenze non esclusive dell’Unione », di progettare cooperazioni rafforzate tra Stati che desiderano avviare politiche ambiziose. Nell’ambito sociale, alcune misure di armonizzazione potrebbero venire tranquillamente concepite pur escludendo gli Stati refrattari. Molto c’è ancora da fare nel campo dell’istruzione. Seguendo l’esempio del programma di scambi universitari Erasmus, si potrebbero creare dei programmi di scambi scolastici europei più ampi della durata di un anno, fare uno sforzo di armonizzazione dell’istruzione, redigere manuali scolastici comuni. In materia di difesa, oggi appare desueto promuovere politiche di armamento difensivo. Et cetera, et cetera... Apriamo dei dibattiti. A quando delle cooperazioni rafforzate più ambiziose con Stati ambiziosi ?
L’Europa : o dentro o fuori
La possibilità di ritirarsi degli Stati costituisce un’ulteriore innovazione del Trattato di Lisbona. Nella versione che è entrata in vigore il primo dicembre, l’articolo 50 del trattato UE permette a tutti gli Stati di ritirarsi « conformemente alle loro rispettive norme costituzionali ». In altre parole, un governo nazionale potrebbe fare tale scelta se dispone di una solida maggioranza al parlamento nazionale. Il Consiglio Europeo dovrà essere interpellato al fine di negoziare un accordo che fissi le modalità del ritiro. Si tratta evidentemente di tenere conto delle future relazioni che l’Unione intratterrà con questo Stato e, più precisamente, di determinare le conseguenze giuridiche ed economiche rispetto alle vecchie obbligazioni comunitarie. È il Consiglio che si pronuncerà in nome dell’Unione, a maggioranza qualificata e in seguito all’approvazione del Parlamento europeo. In mancanza di un accordo, lo Stato membro in questione potrà lasciare l’Unione nei due anni seguenti la richiesta. Il ritiro di uno Stato membro deve essere considerato con serietà. Quali sarebbero le conseguenze ? Si porranno allora gli interrogativi sull’utilità dell’Unione, del mercato comune, delle tariffe doganali, della libera circolazione di persone, servizi, capitali e beni, e delle innumerevoli cooperazioni allacciate da 50 anni a questa parte… Spalle al muro, la compromissione dell’esperienza comunitaria nuocerebbe tanto agli Stati quanto alle popolazioni. « Tutti […]potrebbero dover pagare un prezzo fatale se l’Europa dovesse indietreggiare di un passo, o semplicemente immobilizzarsi o adagiarsi sui traguardi raggiunti ». Lasciamo che la democrazia europea si informi e si esprima per finirla con questo scetticismo generalizzato, umanamente lancinante, profondamente paralizzante !


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