Il problema dimenticato : la deforestazione e le questioni agricole


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Attualità e rischi di una piaga ambientale ignorata dai riflettori mediatici

Nell’ambito della Conferenza di Copenaghen sul clima, conclusasi lo scorso dicembre, l’attenzione degli Stati e dei media si è concentrata principalmente sul problema della riduzione delle emissioni - nodo cruciale sia sotto il profilo ambientale che politico - cui non ha dato soluzione, come noto, l’accordo adottato al termine della Conferenza ; accordo meramente politico, privo di impegni concreti e non vincolante sul piano giuridico. Hanno altresì rappresentato terreno di confronto alcune problematiche, rilevanti sotto il profilo ambientale ma di non facile soluzione per gli attori internazionali, tra le quali spicca quella relativa al contemperamento tra lo sviluppo economico derivante dal settore agricolo e, d’altro canto, l’inevitabile impatto ambientale che da tale attività deriva, in particolar modo sui grandi ambienti forestali.


La deforestazione

Il fenomeno della deforestazione è ormai noto e rappresenta, nonostante numerosi tentativi di tamponamento, una piaga ambientale difficilmente arginabile, soprattutto a causa dei rilevantissimi interessi economici che ne sono alla base e della mancanza di una volontà politica nazionale e internazionale al suo effettivo ridimensionamento. Benché si tratti anche di uno strumento di controllo e gestione del patrimonio forestale, utilizzato per garantire uno sviluppo armonico delle specie vegetali, essa viene generalmente realizzata per scopi economici e commerciali e comporta l’abbattimento massiccio di notevoli porzioni di ambiente forestale, in parte destinato all’industria del legno, in parte dato alle fiamme per far posto a territori coltivabili e destinati al pascolo. Detta pratica, diffusa ormai in varie parti del mondo, da origine ad un duplice ordine di conseguenze : sul breve periodo fertilizza il suolo a causa della cenere che vi si deposita, incentivando l’utilizzo di questo strumento ; sul lungo periodo, però, rende il suolo totalmente sterile a causa della distruzione di quel sottobosco vegetale e animale che ne rappresenta l’effettivo nutrimento.

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Solo nel 1992, in occasione della Conferenza di Rio su Ambiente e Sviluppo, gli Stati si accordarono nell’istituire una Commissione Intergovernativa, con il compito di redigere un testo di Convenzione in materia di deforestazione.

Foto : leoffreitas ; fonte : flickr.com)

Nonostante si sia tentata da parte degli attori internazionali un’opera di riforestazione più o meno ampia, le ragioni per le quali detto fenomeno rappresenta ancora oggi una pratica diffusa, in particolar modo negli Stati del Sud del mondo, si rinvengono nella necessità di popolazioni, povere o in via di sviluppo, di creare nuovi spazi per la sopravvivenza e nella mancanza di strumenti di sfruttamento delle risorse naturali che ne garantiscano la preservazione. Peraltro vale la pena ricordare che lo sviluppo economico rappresenta un elemento di differenziazione importante, sul piano della tutela ambientale ; le più imponenti opere di riforestazione, infatti, sono realizzate dai grandi Stati del Nord del mondo – in modo particolare Svezia, Finlandia, Danimarca – che pur fondando parte della propria attività economica sul commercio e lo sfruttamento del legname derivante dalle proprie foreste, sono in grado di assicurare uno sfruttamento sostenibile e ragionevole delle stesse, investendo enormi somme di denaro. Si può quindi affermare che negli ultimi decenni si è realizzata una vera e propria inversione di tendenza che ha portato, almeno in questi territori, ad un aumento del patrimonio forestale.

Consapevole di queste esigenze e della necessità di intervenire, anche la FAO ha tentato di adottare provvedimenti volti a ridimensionare il fenomeno della agricoltura selvaggia, promuovendo forme di agricoltura controllata in quei territori a rischio. Gli scarsi risultati, dovuti all’impossibilità di creare alternative reali e di impedire direttamente le attività di deforestazione clandestina in territori di enormi proporzioni (come ad esempio la foresta amazzonica, polmone verde del mondo già fortemente danneggiato) hanno determinato la consapevolezza dei grandi Stati e delle Organizzazioni Intergovernative, prime tra tutte proprio la FAO, della necessità di promuovere attività di riforestazione, al fine di tamponare i danni e di invertire i dati negativi relativi a questa prassi.

Le conseguenze sul piano ambientale di questa silenziosa quanto dannosa pratica sono numerose ; da una parte la desertificazione del territorio e quindi l’aumento progressivo dei terreni sterili, dovuto ad un utilizzo non controllato delle colture e a massicce attività di pascolo ; d’altra parte l’aumento delle emissioni di anidride carbonica (circa il 5%), dovuto indirettamente alla riduzione di quel bacino vegetale che ne garantirebbe l’assorbimento e direttamente da quelle attività incendiarie che permettono una più rapida deforestazione.

La desertificazione

La desertificazione rappresenta forse la conseguenza più tangibile di un uso improprio e irresponsabile delle risorse forestali ; per tale motivo la comunità internazionale ha tentato di dare una definizione chiara di questo fenomeno e di regolamentarne le cause. La prima conferenza in materia, indetta dalle Nazioni Unite nel 1977, diede origine al Piano di azione per combattere la deforestazione (PACD, Plan of Action to Combat Desertification) ; nonostante questo strumento e gli sforzi profusi sul piano internazionale, però, agli inizi degli anni 90 l’UNEP (United Nation Environmental Programme) ammise il fallimento delle politiche ambientali in materia, pur riconoscendo la locale riduzione del fenomeno.

Solo nel 1992, in occasione della Conferenza di Rio su Ambiente e Sviluppo, gli Stati si accordarono nell’istituire una Commissione Intergovernativa, con il compito di redigere un testo di Convenzione in materia di deforestazione. Tale testo, approvato nel 1994 ed entrato in vigore nel 1995 al raggiungimento della cinquantesima ratifica, comprende ad oggi 193 Stati parti, che attraverso piani di azione nazionali e regionali si impegnano direttamente, ma con scarsi risultati in quelle zone effettivamente a rischio, nella lotta alla desertificazione.

Il fiasco di Copenhagen

Prima del vertice di Copenhagen si auspicava la costituzione di un fondo intergovernativo, finanziato da più Stati tra cui U.S., Australia, Giappone e Regno Unito, destinato ad opere di riforestazione del territorio mondiale, al fine di rallentare fino a interrompere un ciclo distruttivo e silente. In un clima di ottimismo e buonismo si auspicava addirittura un aumento progressivo dei versamenti da parte degli Stati promotori e opere di intervento via via più rigorose.

Purtroppo il dopo-Copenhagen è ormai davanti agli occhi di tutti : un accordo meramente politico, fallimentare sul piano dei rimedi e incapace di offrire un valido sostegno a quei soggetti che a livello internazionale, nazionale e regionale già operano per la riforestazione del globo e per il recupero delle zone desertificate. Quali speranze allora per la prossima Conferenza prevista in Messico nel 2010 ?

(Foto logo : leoffreitas ; fonte : flickr.com)

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