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L’integrazione europea dell’Islanda : una saga promettente

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Dagli Icesave alle quote pesca tutti gli ostacoli all’adesione dell’isola. Ma anche i vantaggi...

Se molti analisti hanno dato per scontato che il processo d’integrazione europea dell’Islanda avrebbe seguito un itinerario senza particolari ostacoli, non fosse perché la sua appartenenza allo Spazio Economico Europeo lo avrebbe facilitato (in virtù di cio’ l’isola adotta già tre quarti dell’acquis comunitario), bisogna constare che si sono sbagliati. Le loro equazioni omettevano, tra gli altri, il ruolo che avrebbe giocato il rimborso dei debiti esteri accumulati con la debacle dei conti Icesave. Se ne puo’ allora concludere che l’adesione dell’Islanda all’UE sia ormai votata al fallimento ? Forse è troppo presto per dirlo…


« Icesave », un nome che pareva ispirare fiducia, rinviando all’idea di una cassaforte congelata e dunque sicura come il paese da cui proveniva : l’Islanda. Di reputazione incrollabile, l’isola atlantica aveva, in effetti, costruito un sistema economico e sociale trionfante, a tal punto che il livello di vita dei propri cittadini era molto semplicemente il migliore del mondo (dati IDH 2007-2008). In virtù di cio’, come migliaia di investitori avrebbero potuto immaginare di perdere tutti i propri capitali affidandoli alla banca online legata all’islandese Landsbanki ? Se un tale scenario appena recentemente sarebbe parso puramente chimerico finanche agl’occhi degli analisti più esperti, alla fine si è ineluttabilmente materializzato. Certo, la Landsbanki ha probabilmente fatto prova di un comportamento per lo meno temerario, soprattutto procedendo all’acquisto di prodotti finanziari compromessi dai « subprime ». Ma il suo caso è lungi dal fare eccezione giacché anche le altre banche islandesi hanno grossomodo agito allo stesso modo. Addirittura il loro attivo complessivo, poco prima della crisi del 2008, ammontava a undici volte il PIL dell’isola stessa.

Beninteso, a queste condizioni le ripercussioni del collasso del sistema bancario islandese non potevano non essere estremamente dolorose : la corona islandese è crollata, la disoccupazione vertiginosamente in aumento, ma soprattutto il PIL ha subito una contrazione del 7,2 % nel solo 2009 ! Ciononostante, sono le conseguenze internazionali di questo marasma che preoccupano oggi le autorità dell’isola con Regno Unito e Irlanda che mostrano crescente irritazione verso Reykjavik dietro legittime pressioni dei propri cittadini beffati dalla debacle degli Icesave.

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Dietro forte pressione popolare il presidente islandese ha deciso di mettere a referendum la legge che autorizza il risarcimento a Olanda e Gran Bretagna

Ólafur Ragnar Grímsson

(Fonte : flickr.com)

Londra e L’Aia avevano in realtà fin da subito indennizzato di tasca loro, e fino all’ultimo centesimo, le 320mila vittime del collasso islandese, ottenendo la garanzia di essere rimborsati dalle autorità islandesi (per un totale di 3,8 miliardi di euro, il 60% del PIL dell’isola). Un protocollo d’intesa, che definiva i dettagli del risarcimento da parte isalndese, era stato infatti sottoscritto tra le tre parti nell’ottobre scorso mettendo momentaneamente fine ad ogni possibile recriminazione. Finché le cose hanno preso una piega inattesa. Perché se la legge che autorizzava il rimborso è stata regolarmente votata dal parlamento islandese il 31 dicembre scorso, il presidente della repubblica ha deciso, come è nei suoi poteri, di non controfirmare il provvedimento mettendolo invece a referendum. Questa decisione insolita (inedita nella storia dell’Islanda, indipendente dal 1944) non è certo dovuta a un azzardo, né promana dalla volontà del presidente Grimsson di far dispetto al governo rossoverde presieduto da Johanna Sigurdardottir. Al contrario è il frutto di un’agguerrita opposizione popolare.

In effetti, più di 60mila persone (ovverossia attorno al 25% dell’elettorato) hanno già sottoscritto una petizione popolare che domanda al capo dello stato di non promulgare la summenzionata legge. E, dal momento che i sondaggi annunciano unanimi una vittoria del « no » in caso di consultazione popolare (per la precisione 70% dei votanti si esprimerebbe contro il provvedimento), non ha tardato a far incollerire le cancellerie europee.

Ciò detto, al di là delle querelle squisitamente finanziarie, gli ultimi sviluppi in Islanda rischiano anche e soprattutto pesare sulle sue chance d’ingresso nel club comunitario. In effetti, gira voce che alcuni Stati membri potrebbero, sebbene temporaneamente, opporsi all’adesione islandese, una pratica quest’ultima tutt’altro che inedita. In proposito è sufficiente pensare ai veti imposti alla candidatura macedone. O ancora, più di recente, alla disputa territoriale tra Slovenia e Croazia che ha sensibilmente interferito sulle negoziazioni di adesione di Zagabria (pur essendo nella fase finale). E allora è conveniente porsi la seguente questione : gli ultimi sviluppi in Islanda preconizzano la fine della luna di miele tra l’isola e l’Unione Europea ? Anche se conviene restare estremamente prudenti al riguardo (è difficile stabilire un legame diretto tra i due affari), appare ora in qualche modo plausibile cominciare a dubitare dell’avvenire dell’integrazione islandese nell’UE. Infatti, se la questione del rimborso del debito accumulato dai conti Icesave crea di già tanta maretta e agitazione, si può legittimamente temere che le immancabili concessioni in discussione durante le negoziazioni di adesione possano rivelarsi ancora più livorose.

Uno dei principali pomi della discordia delle trattative riguarderà sicuramente le quote della pesca (ma anche la Politica Agricola Comune potrebbe causar dispute dal momento che la maggior parte dei 3mila agricoltori islandesi ne aborre i principi). Sulle politiche ittiche dell’Unione Europea, Michel Sallé, grande specialista dell’Islanda, considera che l’isola non sarebbe in alcun modo disponibile ad accettarne le restrizioni, tanto meno acconsentirebbe che pescherecci stranieri possano navigare indisturbati sulle sue acque territoriali. Il settore della pesca rappresenta tra il 10 e il 15% del PIL dell’isola e continua iscriversi nella cultura, nel patrimonio e nelle sue stesse origini. Insomma, non è peregrino temere che ogni richiesta che possa mettere in questione questo imprescindibile elemento identitario non sarà accettata.

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In Islanda lo sfruttamento dell’energia geotermica è all’avanguardia e appare nell’interesse dell’UE fare tesoro di questo primato

(Foto : Gato Verde ; fonte : flickr.com)

A fronte di tutto questo, sembrerebbe ragionevole guardare con certo pessimismo alla candidatura islandese. Non ci sentiamo tuttavia di condividere questo sentimento se non altro perché ci è chiaro che l’isola ha diverse carte vincenti da calare sul tavolo dei negoziati. In prima istanza, il suo capitale sociale resta eccellente, specialmente sotto il profilo delle politiche per l’istruzione. D’altra parte, l’Islanda gode di una notevole importanza geostrategica, porta d’accesso tra l’Oceano Artico e quello Atlantico. Questo vantaggio è stato a lungo sfruttato dalla Nato ai tempi della Guerra Fredda. Inoltre, l’isola può essere qualificata come vero e proprio predellino tra l’Europa e il continente americano. Il suo territorio resta cruciale, insieme a quello dell’arcipelago delle Azzorre, per controllare efficacemente il traffico tanto navale quanto aereo tra i due continenti.

D’altra parte, l’Islanda pullula di materie prime. A parte l’alluminio e i banchi di pesce (la cui ricchezza ha pochi pari nel mondo), appare probabile che nel suo sottosuolo riposino preziosi giacimenti d’idrocarburi. E tuttavia quella che conviene identificare come la principale forza dell’isola è la sua politica energetica. Il paese si è dato come obiettivo entro il 2050 di diventare il primo stato mondiale a divenire completamente indipendente da risorse fossili e inquinanti (una vera e propria impresa a fronte di condizioni climatiche così ostili !). Il suo territorio è tra l’altro disseminato di vulcani attivi (130 secondo l’ultimo censimento) e lo sfruttamento dell’energia geotermica è cominciato sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. In altre parole, gli ingegneri islandesi hanno avuto tempo e modo di sviluppare un inestimabile livello di conoscenze al riguardo. Ed è il caso di ricordare che il geotermico è perfettamente pulito e non inquinante, oltre che utilizzabile su tutto il territorio europeo.

Le recenti conclusioni di una delegazione del senato francese di ritorno da una missione nell’isola non lasciano d’altronde dubbi : “nel momento in cui l’energia diviene uno dei temi cruciali delle relazioni internazionali, l’Islanda potrebbe diventare un partner imprescindibile”. Non si potrebbe essere più chiari. C’è tuttavia da domandarsi se questa presa di coscienza politica sia isolata o al contrario condivisa dall’intera classe politica europea. La questione merita di essere posta…

Traduzione a cura di Francesco Molica

(Foto logo : flickr.com)


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Auteurs

Cenni NAJY

Etudiant en master à l’IEUG depuis septembre 2009, il a auparavant éltudié les relations internationales à l’Université de Genève, avec un travail de fin d’études consacré aux milieux économiques suisses face à l’intégration européenne. Parallèlement aux (...)

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