Pensa che la sua lunga esperienza di dirigente sindacale possa aiutare il Parlamento europeo ad affrontare la crisi economica e le conseguenze negative sulla condizione dei lavoratori europei ?
Il tema che interessa di più le tantissime persone che sto incontrando in questa campagna elettorale -che è una campagna elettorale un po’ all’antica, fatta di tanti incontri quotidiani, proprio adesso sto andando in un mercato- è quello che riguarda la crisi. Migliaia di persone sono state colpite da questa crisi che, come sai, non ha riscontri nei decenni passati ed è senza dubbio, anche alla luce dei miei quasi quarant’anni di esperienza personale prima in azienda e poi da sindacalista, la più pesante dal dopoguerra a oggi. Neanche quella dell’inizio degli anni ’70, quella dello shock petrolifero per intenderci, è stata così vasta e così intensa. Molte persone sono in grande difficoltà perchè hanno perso una parte del reddito e mi riferisco a quelli che sono in cassa integrazione, mentre altre, fra cui molti ragazzi, hanno perso anche il lavoro, perchè, scaduto il contratto a termine che avevano, non riescono ad averne un altro. In diversi strati sociali le quotidiane difficoltà economiche che pesano su migliaia di famiglie stanno creando uno stato di paura e angoscia. Credo di aver maturato un po’ di esperienza nel gestire situazioni difficili di questa natura durante il lavoro sindacale. Quella del Parlamento europeo è una sede nella quale si possono promuovere o decidere leggi che aiutano gli organismi del mercato del lavoro - dalle imprese agli operai - e penso che su questo la mia esperienza possa essere utile. Di questo sono abbastanza convinto ed è per questo che ho accettato, dopo un iniziale rifiuto, la proposta del partito di candidarmi. Fronteggiare la crisi è la priorità assoluta dell’Europa di oggi e di domani. Nessuno però deve dimenticare che l’Europa ha bisogno di organizzare in modo più efficace la sua governance, di rafforzare la sua politica estera, di gestire in maniera uniforme il tema della sicurezza. Ma oggi, ribadisco, la priorità è rispondere alla crisi e al coro vastissimo di tutti quelli che dicono « non lasciateci da soli ».
Per combattere la crisi economica bastano soluzioni nazionali o serve un’azione a livello europeo ?
Io credo che ogni paese, se lasciato da solo, faticherà moltissimo ad uscire dalla crisi e se ci riuscirà ne uscirà malconcio. C’è senza dubbio bisogno di azioni a livello nazionale soprattutto considerata la difformità fra i singoli paesi. Se si pensa all’Italia si osserva un paese nel quale il mercato del lavoro non ha le protezioni presenti in altri Stati europei. Si prenda come esempio la cassa integrazione che vale per alcuni e non per altri. L’Italia non ha neanche un sistema uniforme di diritti, quindi non possiamo prescindere dalla necessità di riformare sia gli ammortizzatori sociali, per aiutare equamente tutte le persone, sia il sistema degli incentivi per le imprese in modo da dare un giusto stimolo all’innovazione e alla conoscenza. Portare a termine queste riforme spetta a noi italiani, poi però c’è bisogno di un contesto europeo che renda più efficaci le azioni nazionali e le sostenga, dando loro punti di riferimento uniformi. Gli incentivi all’innovazione e alla conoscenza ,di cui ho appena parlato, rappresentano il cuore del Trattato di Lisbona. L’Europa ha già una articolazione culturale importante sui modelli di competizione e sulla coesione sociale. Il tema della responsabilità sociale delle imprese ( di cui Delors cominciò a parlare negli anni 90) è tema di grandissimo interesse dal quale l’Europa può partire per dare una cornice che inglobi le singole dimensioni nazionali e per spingere tutti i paesi della Comunità a muoversi nella stessa direzione, non lasciando fuori nessuno. Credo moltissimo nell’azione di coordinamento dell’Europa.
Pensa che a lungo termine l’Unione sarà in grado di imporre un salario e una pensione minima uguale per tutti gli Stati membri ?
Sarebbe un ottimo punto di arrivo non privo di difficoltà. Penso che per raggiungere questo obiettivo serva gradualità. È un obiettivo nobile e giusto per il quale vale la pena mettere in campo tutte le forze necessarie e agire con convinzione. Ci vorrà tempo ma, se ci si muove nella giusta direzione, anche il consenso e l’attenzione delle persone aumenterà. Molti elettori, soprattutto quelli che si sono sentiti sempre un po’ ai margini dell’interesse comunitario, hanno bisogno di essere resi partecipi e di sentirsi difesi, per avere nuovamente fiducia nell’Europa. Nessuno chiede miracoli e nessuno pretende che il problema venga risolto domani stesso. Credo però che se l’azione delle istituzioni sarà trasparente e visibile la gente tornerà a essere coinvolta. Bisogna concedere tempo a questa azione riformatrice, perchè riformare non vuol dire cambiare il mondo in poche ore, e bisogna avere tanta pazienza e tanta determinazione, camminare, passo dopo passo, sulla strada giusta. Credo fermamente che si possano raggiungere questi due obiettivi. Credo che la costruzione di valori e leggi che definirei, usando una parola molto affascinante ma non sempre utilizzabile, universali, sia da sempre il vitale compito dell’Union europea.
E nello specifico, come pensa, vada combattuto il crescente disinteresse verso l’istituzione Europa ?
Come ho detto ci vuole molta pazienza, la nostra credibilità in Europa è bassa e il livello d’attenzione verso le dinamiche comunitarie in Italia è ancor più basso. Di contro noto, in altri paesi, un’ostilità verso l’Europa che dai noi fortunatamente non c’è mai stata. Il freddo distacco degli italiani è certamente dovuto ad azioni politiche sbagliate. Se la metà dei parlamentari eletti non completa la legislatura, come è successo in questi anni, è evidente che si dà un esempio e un segnale negativo. Ad esempio, se l’attuale Presidente del Consiglio si candida in tutte le circoscrizioni pur sapendo che non potrà e non andrà mai in Europa, trasformando così le elezioni europee in un sondaggio sulla politica italiana, è un segnale negativo, che esprime un sostanziale disinteresse e ci fa perdere credibilità. Credo abbia fatto bene il Partito democratico a chiedere ai suoi candidati, una volta eletti, l’impegno a restare nel Parlamento europeo per tutti i 5 anni della legislatura. Recuperare la credibilità è indispensabile, ci vorrà tempo, e soprattutto rigore nei comportamenti.
Qualora venisse eletto, in quale gruppo politico del Parlamento entrerebbe ? Non crede che la probabile dispersione dei deputati del PD nei diversi gruppi potrebbe nuocere all’identità del Partito ?
Non ci sarà questa dispersione. Credo sia ormai dato per certo che gli eletti del PD entreranno nel gruppo del Partito Socialista Europeo che si sta trasformando nel gruppo dei socialisti e dei democratici, accogliendo nel suo alveo anche esperienze riformiste che non hanno un’origine prettamente socialista. Credo di poter affermare con certezza che tutti gli eletti del PD confluiranno in questo gruppo.
Per chiudere, qual è il suo sogno europeo ?
Per storia e per cultura sono stato sempre molto pragmatico, i sogni confortano ma da soli non bastano. Certo ottenere una riforma condivisa su salari, pensioni, e protezioni sociali sarebbe una conquista preziosa. Vedere realizzarsi progressivamente una vera unità, non solo politica o istituzionale, ma capace anche di migliorare e uniformare le condizioni di milioni di persone rappresenterebbe l’avvio di un processo di emancipazione europeo rivolto ai cittadini. Un progetto che vorrebbe veder crescere un’ Europa non più segnata da egoismo e paura ma dalla speranza e dal coraggio.


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