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Intervista con Guido Milana

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Guido Milana, Presidente del Consiglio regionale del Lazio e membro del Comitato delle regioni è candidato al Parlamento europeo per il Partito Democratico. Discutiamo con lui di come legittimare la costruzione europea e del ruolo che in essa possono avere le regioni.

Presidente, siamo ormai al voto ma l’Europa sembra spesso lontana dai bisogni della gente. C’è un modo per avvicinare l’Europa ai cittadini ?

Penso che l’ascolto sia la chiave per avvicinare la politica alla gente, per costruire giorno dopo giorno un futuro per noi e per i nostri figli. Saper ascoltare significa costruire le condizioni affinché il cambiamento, anche in Europa, diventi uno dei principi ispiratori per chi si occupa di amministrare la cosa pubblica. E questo è il modo per avvicinare l’Europa ai cittadini.

La rapida evoluzione della società presuppone da parte della politica la capacità di non inseguire il cambiamento ma di anticiparlo : la politica virtuosa è quella che il cambiamento lo induce.

Ho iniziato a fare politica quando avevo 40 anni. Fino al giorno prima ero un militante e un attento osservatore dei fattori dell’economia. Ho iniziato a fare politica utilizzando al meglio gli strumenti che la modernità mi forniva, cercando di pormi come principio guida il dialogo con i cittadini. Sono stato due volte sindaco, tre volte consigliere provinciale, poi consigliere regionale e mi sono occupato sia dei bisogni del quotidiano che della pianificazione di leggi importanti, cercando sempre di utilizzare nel modo migliore i canali dell’informazione e della comunicazione per avere un filo diretto con i cittadini. In questa avventura europea il mio primo obiettivo è quello di utilizzare tutti i mezzi disponibili, saper ascoltare è una qualità importante per chiunque abbia l’ambizione di rappresentare i bisogni della gente.

In questo senso quale ruolo potrebbero avere le Regioni ?

Per l’Europa l’esperienza locale è fondamentale e assolutamente necessaria perché è garanzia di un’adeguata conoscenza del territorio e di una giusta rappresentanza della popolazione. La mia esperienza sul campo, a diretto contatto con i cittadini, mi ha insegnato a capire le necessità senza dover ricorrere ad espedienti demagogici. Portare questa esperienza in campo internazionale è uno strumento in più, da utilizzare per centrare molti degli obiettivi più importanti senza dover perdere tempo a valutare ogni volta la scelta migliore in base a considerazioni teoriche. La via migliore la conosci già, viene dal basso. Si ha un vantaggio in più.

Lei ha scritto un libro : “L’Europa che ci crede”. Perché un libro ? Mi racconti come nasce questa esperienza.

L’Europa che ci crede è quella che non ha archiviato né il progetto di Costituzione Europea, né i contenuti del trattato di Lisbona. Lo straordinario progetto europeo è come una nave salpata da un porto dove sono stati distrutti tutti gli attracchi, che naviga conquistando ogni giorno un piccolo pezzo di mare. Le vele sempre spiegate dagli europeisti convinti, il vento che a volte soffia a favore e veloce, altre volte invece in cui la « bonaccia » la fa da padrona e rallenta il cammino. Ma la nave così costruita non ha paura delle tempeste e procede sicura, se non altro perchè tornando indietro non troverebbe alcun approdo. Quello che viviamo è un periodo di « bonaccia », una fase nella quale l’equipaggio mostra segni di insofferenza, e sono questi i momenti durante i quali l’Europa è vista per lo più come una fonte di finanziamenti cui attingere e non come un luogo privilegiato per l’integrazione delle politiche e delle popolazioni. Questi sono tempi in cui negli europeisti deve crescere la voglia di fare, abbiamo bisogno di iniziativa e di spirito di squadra, per integrare le politiche e i popoli. E proprio per gli europeisti riformisti « il fare » diviene imperativo. Con loro voglio intraprendere un vero e proprio viaggio, per capire fino in fondo i problemi dell’Europa e promuovere azioni che apriranno una nuova stagione nel nostro continente.

Se verrà eletto come si collocherà all’interno del Parlamento Europeo ?

Nel Partito Democratico c’è una discussione aperta su questo aspetto ; siamo un partito nuovo e molti esponenti provengono da diverse esperienze cosicché al momento opportuno verrà presa una decisione che definirei tecnica e transitoria, operativa. Di certo il Partito Democratico ha un’idea di Europa diversa da quella di Berlusconi e uno dei nostri obiettivi è quello di rompere il consociativismo dei gruppi europei. Perciò considero quello della collocazione o meno nel Partito Socialista Europeo un falso problema. Io credo nell’Europa e nel progetto dei suoi fondatori che ha saputo garantire il più lungo periodo di pace e prosperità che i paesi europei abbiano mai conosciuto.

Mi dica secondo lei cosa non va in Europa, quello che non funziona, che andrebbe cambiato e come.

Il problema principale oggi è la scarsa cultura di Europa che viene comunicata all’interno dei singoli stati. La mancanza di uno spirito comune, che certo non si può improvvisare e va costruito, a partire dalle nazioni stesse. L’Europa, come dicevo prima, è vista per lo più come un’occasione per ricevere soldi e finanziamenti e non come luogo di integrazione politica. Il Trattato di Lisbona rappresenta invece la posizione più avanzata da cui partire per voltare pagina e ridisegnare il ruolo delle istituzioni europee in modo radicalmente diverso. E poi oltre a una crescita culturale che vada nella direzione di una maggior integrazione europea all’interno dei singoli stati, va conquistato un nuovo ruolo nel mondo per l’Unione Europea. Troppo spesso sono i singoli stati gli attori principali sullo scacchiere della politica internazionale, mentre l’Europa su quello scacchiere deve conquistarsi un ruolo di primo piano. In una prospettiva errata il pensiero che si cerca di far passare è che i successi, quando arrivano, siano merito dei singoli stati e non della comunità tutta. Va cambiato questo modo di vedere le cose.

Partendo per Bruxelles cosa metterà nella sua valigia ?

Metterò nella mia valigia tutti gli strumenti che siano utili al funzionamento dell’Unione Europea. Gli strumenti comunicativi, le esperienze maturate, i valori consolidati, necessari per affrontare le rapide trasformazioni del mondo attuale. Naturalmente senza lasciare a casa gli affetti personali, che nella valigia non sono mai di troppo.

Domanda di rito : in caso di elezione rimarrà a Bruxelles, facendo l’eurodeputato a tempo pieno ?

Certamente. Contrariamente a quanto spesso accade la mia candidatura al Parlamento Europeo non è un prepensionamento. Anzi il mio partito sa bene quanto a me piaccia impegnarmi per l’Europa. Lo faccio già da anni come membro del Comitato delle Regioni a Bruxelles, e continuerò a farlo, a tempo pieno, qualora riuscissi ad essere eletto. È qualcosa che mi piace e che ritengo riservi ancora grandi opportunità che il nostro paese deve cogliere.

Infine spingiamoci oltre con l’immaginazione : potendo sognare qual è il suo più grande “sogno europeo” ?

In un momento cruciale come questo c’è bisogno di nuovi visionari e di nuovi costruttori. Non si può pensare che l’Europa sia vista solo come un bancomat, perché il bancomat ti da solo soldi tuoi, mentre noi dobbiamo produrre nuove idee, nuova cultura, nuova ricchezza. Fondamentale come ho già detto e non mi stanco di ripetere, anche per il futuro del nostro Paese, è l’integrazione europea. Se sono 70 anni che non ci sono guerre nel nostro continente è perché ci siamo messi su un percorso ben preciso. Oggi esiste un bisogno reale, il bisogno di una nuova grande e robusta integrazione che promuova un unico esercito e metta fine a 27 politiche estere diverse. Dobbiamo pensare in modo comune e per farlo dobbiamo avere una politica estera quanto più unitaria possibile. Per riuscirci un esercito unico può essere il cemento, uno dei tanti punti di partenza per condividere qualcosa di concreto, come un unico grande Paese.


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Alessandro MICCI

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