Italia-India

La lotta diplomatica sulla detenzione dei due Marò italiani

Era il 16 febbraio quando il “caso Marò” cominciava ad essere sulle prime pagine di ogni giornale italiano. Un atto di terrorismo, dice il giudice indiano incaricaro di presiedere il processo. Un atto di legittima difesa, rispondono i due marinai. La verità è ancora lontana dall’esser trovata. Oggi, dopo più di un mese, il caso è ancora caldo. Una grande, irriparabile e profonda crisi tra India e Italia sembra essere ogni giorno più vicina.


Il 15 febbraio 2012, due soldati italiani, membri del Battaglione San Marco, sparano 24 colpi di fucile contro un peschereccio indiano, uccidendo due membri dell’equipaggio, che avevano ventuno e cinquant’anni. Sull’imbarcazione, la Saint Antony, partita il 7 febbraio per la stagione di pesca del tonno, c’erano undici persone, provenienti dal sud del Paese.

I due soldati italiani, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, cosiddetti “Marò” nel gergo della Marina, hanno aperto il fuoco dalla petroliera su cui erano imbarcati, la Enrica Lexie : “Erano pirati, ed erano armati. Hanno provato ad attaccarci e a prendere la nave. Noi ci siamo solo difesi e abbiamo difeso la petroliera. È il nostro lavoro. Il loro comportamento era tipico dei pirati che attaccano in queste zone : per esempio, il modo in cui hanno tentato di abbordare la nava è esattamente lo stesso modo che usano i pirati in queste acque, quando tentano di dirottare una nave. Non hanno neanche risposto ai nostri segnali di avvertimento”. Così hanno riferito i Marò alla polizia Indiana dopo l’accaduto, una volta essere stati condotti nel porto di Kochi, lo stesso porto in cui le autorità locali hanno condotto anche la Enrica Lexie, dopo l’incidente. Il Governo Indiano ha dato tutto il suo appoggio alla polizia, confermando tre mesi di reclusione preventiva per soldati, presso la sede di Thiruvananthapuram, pregione dove sono tutt’ora detenuti in attesa di chiusura del processo.

Ma il raggiungimento della verità sembra essere ancora lontano. I Marò riportano hanno riferito una versione completamente opposta a quella del Governo Indiano, il quale ha negato con forza che i pescatori fossero armati o che l’equipaggio possedesse armi a bordo. Le autorità indiane affermano che gli uomini a bordo stavano dormendo quando l’attacco italiano ha avuto inizio, con la sola eccezioni dei due uomini che sorvegliavano la situazione dal pontile. Secondo quanto riferito dai superstiti, i Marò avrebbero sparato ininterrottamente per due minuti, ad altezza d’uomo. Per le famiglie delle due vittime, lo Stato indiano ha chiesto un risarcimento di 300.000 rupie, poco più di 4000 euro ciascuna.

Dal momento in cui le autorità Italiane hanno fatto ingresso in India, focolai di protesta, contro l’Italia e i suoi cittadini, si sono levati in tutta la regione, con particolare concentrazione nella zona di Kerala. Questo clima di rabbia e di odio contro l’Italia e i suoi cittadini, e quando due civili italiani sono stati rapiti, si è subito pensato ad un collegamento con l’uccisione dei due pescatori, come causa scatenante delle animosità. Paolo Bosusco e Claudio Colangelo, ufficialmente in India come turisti, sono stati rapiti il 14 marzo da un gruppo di combattenti maoisti, nella regione di Orissa.

La regione di Orissa è teatro da qualche tempo di una sanguinosa guerra, in cui il gruppo dei ribelli maoisti gioca un ruolo centrale. Sembra, tuttavia, che i combattenti abbiano rapito i due uomini dopo averli sorpresi a scattare foto a donne maoiste, che facevano il bagno, nude, nel fiume della zona. Secondo questa versione degli eventi, i due episodi non sarebbero in alcun modo collegati. Ciò che è certo, è che l’attrito tra i due Paesi non fa che aumentare, e ciò non rende le negoziazioni tra Italia e India più facili.

Dopo dieci giorni, alcuni media locali indiani hanno diffuso la notizia della liberazione dei due ostaggi, ma l’ambasciata italiana in India ha potuto confermare solamente di aver parlato al telefono con Claudio Colangelo. Colangelo ha riferito di essere in buone condizioni di salute e di trovarsi in una località nei pressi di Tanjungia. Sfortunatamente, non ha potuto dare informazioni circa il suo compagno di viaggio, Paolo Bosusco.

Tornando alla narrazione della vicenda Marò, i diplomatici italiani, dopo aver effettuato i loro rilievi, hanno comunicato che la Enrica Lexie si trovava a circa 30 miglia nautiche fuori dalla costa Indiana. Ciò vuol dire, che la petroliera italiana, al momento della sparatoria, si trovava in acque internazionali, non in acque indiane. Quando viene a determinarsi una situazione del genere, gli equipaggi di entrambe le imbarcazioni sono obbligati a rispettare le leggi marittime della bandiera battuta dall’imbarcazione che subisce l’attacco : leggi italiane, in questo caso.

Tuttavia, il protocollo seguito dalle autorità indiane, ancor prima di accertare lo stato di colpevolezze dell’una o dell’altra imbarcazione, è stato ben diverso. Dopo aver condotto l’Enrica Lexie nel porto di Kochi, la polizia Indiana ha arrestato i due soldati italiani, con l’accusa di aver assassinato due disarmati pescatori. “Un atto terroristico”, così il Giudice Gopinathan ha descritto l’accaduto, durante l’udienza di cui era incaricato di detenere la presidenza, presso l’Alta Corte di Kerala. Terrorismo , “poiché i due soldati italiani hanno sparato contro uomini disarmati, senza alcun preliminare avvertimento di deporre le armi”

Niente ha smosso il giudice dalla sua posizione, neanche il discorso dell’avvocato della difesa VJ Thomas, il quale ha dichiarato che le azioni compiute dai Marò non possono in alcun modo essere definite terrorismo, stando a quanto specificato nella Convenzione delle Organizzazioni Marittime Internazionali (IMO) contro la pirateria internazionale. La convenzione, conosciuta col nome di Sua Act (Suppression of Unlawful Acts Against the Safety of Maritime Navigation, 1988) o Convenzione Lauro (con riferimento all’episodio di dirottamento della Achille Lauro), definisce “terrorismo marittimo” come dirottamento di una nave, violenza contro le persone a bordo o danneggiamento dell’imbacazione e del suo carico.

L’opinione pubblica italiana e larga parte dei politici, sono convinti che l’Unione Europea possa e debba esercitare una necessaria pressione politica e diplomatica per persuadere l’India a rispettare in pieno la legislatura internazionale. L’UE potrebbe farlo imponendo sanzioni contro l’India, di natura politica, diplomatica o commerciale, se il Paese continuasse a ritardare il processo o non rilasciasse i due soldati italiani. Per il momento, tuttavia, l’Unione Europea si eè tenuta fuori dalla faccenda, ben lontana da questo furore diplomatico.

Il Premier Mario Monti, fattosi portavoce del malcontento dell’opinione pubblica, ha parlato della vicenda con Catherine Ashton. E’ accaduto in occasione dell’incontro Ecofin a Bruxelles. Monti ha ufficialmente chiesto alla Ashton di accogliere la richiesta italiana di un intervento diplomatico ufficiale da parte dell’UE per liberare i nostri soldati. Sfortunatamente, ciò che l’Unione Europea ha detto, attraverso le parole della Ashton, non è quello che l’Italia si aspettava. La Ashton, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Internzionali e la Sicurezza, ha confermato che l’UE appoggerà l’Italia in questa difficile situazione. Ha, inoltre, confermato di aver avuto un primo contatto con le autorità indiane, attraverso una telefonata al Governo indiano. In questa occasione, la Ashton avrebbe ribadito all’India la necessità di cooperare contro la pirateria internazionale e di lavorare insieme per redigere nuove regole a tutela dei soldati europei che lavorano in quelle acque. Tuttavia, dopo già un mese da questo incontro, non ci sono stati passi in avanti nella vicenda, e le parole da sole non risolveranno la situazione.

Luigi Di Stefano, ingegnere e perito tecnico, è l’uomo incaricato di invesigare le prove a favore dei Marò. Di Stefano ha spiegato come il processo sia basato su falsità e prove manipolate. Ad esempio, il proiettile rinvenuto nel corpo di uno dei due pescatori, durante l’autopsia. Il medico autospista indiano che ha eseguito le indagini sui corpi delle vittime, ha repertato la presenza, in uno dei corpi, di un proiettile calibro 0,54 e di una lunghezza di 13 mm. Un proiettile di questo calibro, secondo Di Stefano, non esiste. Ammettendo che le misurazioni siano esatte, e che 13mm non sia la lunghezza, ma la ciconferenza, potrebbe allora trattarsi di munizioni in dotazione ad armamenti russi. L’arma dovrebbe, allora, essere, una mitragliatrice sovietica PK 7.62x54R, e non, di certo, un fucile Beretta AR 70/90, o una mitragliatrice Minimi FN, uniche armi ammesse a bordo della Enrica Lexie ed in dotazione ai nostri marinai.

Inoltre, a supporto delle loro dichiarazioni, i due Marò avevano anche citato in causa una nave greca. Si tratta della Olympic Flairs, che sarebbe stata vittima, come la Enrica Lexie, di un attacco pirata nelle stesse acque in cui si trovava la petroliera italiana, solo pochi giorni prima. Sfortunatamente per i Marò, la Corte Indiana non ha ritenuto necessaria la testimonianza degli uomini della Olympic Flairs in sede di processo.

La Corte si era aggiornata, dopo molti rinvii, al 27 marzo. Data in cui, si era detto, si sarebbe giunti ad una revisione della posizione dei Marò, se non ad una soluzione definitiva. Il giudice, rilevanto incongruenze nel ricorso presentato dall’Italia, si è riservato di sospendere il processo per altri tre giorni.

Nel mezzo di tutto questo caotico caso, ciò che sembra essere certo è che, ancora una volta, la diplomazia italiana è troppo debole per risolvere questo tipo di controversie senza chiamare in soccorso l’Unione Europea. Il lato umano della vicenda ci impone anche di riflettere sul fatto che la vita di due uomini, nostri connazionali, è ora nelle mani di una Corte che ha già più volte dimostrato la quasi totale mancanza di capacità procedurale nella gestione di questo importante processo, e che ha già più volte provato di non essere capace a gestire le prove su cui si reggono i capi di accusa contro i Marò, senza commettere errori grossolani.

In questo gioco di potere, il conflitto politico prevale ancora una volta sulla ragione e sulla competenza, con colpe da ambo le parti. Nel frattempo, come conseguenza e risultato di questa crescente lotta diplomatica, la posizione dei due Marò diventa ogni giorno più grave e delicata.


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Marta CASTELLANI

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