Una scappatoia pragmatica ai continui contrasti che sabotano l’unanimità del Consiglio Europeo e ne ritardano decisioni esiziali per il futuro dell’UE gli stati membri sembrano averla trovata. Cominciando a dialogare in più piccoli gruppi informali, tematici o geografici, saldando leghe trasversali in nome di comuni preoccupazioni economiche o politiche. Aggirando insomma a ranghi sparsi la cornice offerta dalle istituzioni comunitarie. Basta interpellare le cronache politiche della scorsa settimana per ottenere una prova inconfutabile di questa deriva settaria. A margine dell’Eurogruppo di lunedì 17 gennaio le 6 economie più salubri della moneta unica (le cosiddette “triple A”) si sono riunite separatamente. Nel frattempo, oltremanica, i capi di stato di Regno Unito, paesi nordici e baltici cenavano a Downing Street (in foto) allo scopo di forgiare, nelle parole di David Cameron, un’inedita “avanguardia economica”. Il cattivo esempio, d’altra parte, lo avevano già offerto Nicolas Sarkozy e Angela Merkel con il criticatissimo “G-2” a Deuaville dell’ottobre scorso. Senza parlare della contro-offensiva dei nuovi paesi membri, incarnata dal gruppo di Visegrad, una sorta di patto di Varsavia post litteram in cui siedono Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Quali conclusioni trarre ? E’ la definitiva legittimazione di quell’Europa à la carte paventata da alcuni, auspicata con più realismo da altri ? O, peggio, i sintomi di una frammentazione che potrebbe compromettere le fondamenta dell’edificio comunitario ?


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