L’Europa e la sua rivoluzione 1/2

Il concetto di potere nel 21esimo secolo

L’evoluzione dell’Europa come leader mondiale è passata inosservata, sommersa da decenni di titoli funesti che ne annunciavano l’imminente crollo. Eppure il modello europeo è l’unico capace di rispondere alle sfide del 21esimo secolo, dallo spostamento del baricentro economico verso l’Asia al cambiamento climatico. Steven Hill,direttore del programma per le riforme della New America Foundation, ce ne spiega i motivi.


Steven Hill

Steven Hill è analista politico di calibro internazionale, editorialista di successo (contribuisce regolarmente per il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal, l’International Herald Tribune, il Guardian e Le Monde, solo per citare le testate più note), conferenziere giramondo, uno dei principali e più influenti referenti accademici del mondo politico statunitense. Attualmente è direttore del programma per le riforme della New America Foundation, di fatto il think tank più influente del mondo. Le relazioni transatlantiche, l’andamento dei rapporti tra Europa e Stati Uniti, occupano uno spazio importante nella bibliografia di Hill. Ciò non di meno sono due saggi rivolti alla situazione domestica, “10 Steps to Repair American Democracy” (2006), “Fixing Elections : The Failure of America’s Winner Take All Politics” (2003), ad avergli regalato notorietà oltre i confini degli “addetti ai lavori”. “La promessa Europea” ha ricevuto critiche lusinghiere dalle principali testate di lingua anglosassone e si candida a essere un best seller nel suo campo.

Il mondo sta affrontando due sfide importanti, che a volte si perdono di vista tra i vari titoli di giornale sulla recessione economica globale, il fallimento della Grecia e il rischio di contagio. La prima di queste sfide consiste nell’identificare le istituzioni e le pratiche in grado di garantire una qualità della vita adeguata per una popolazione globale, in costante crescita, di 6,5 miliardi di persone. O, per dirla in altre parole, come si possono fare emergere paesi come la Cina, l’India, il Brasile e offrire ai loro cittadini lo stesso stile di vita di cui godono americani, europei, giapponesi etc. ? Al contempo, ed è questa la seconda sfida, come possiamo fare tutto ciò in modo, però, da non bruciare il pianeta con le nostre emissioni di anidride carbonica, l’inquinamento e gli altri “effetti collaterali” dello sviluppo ? Rispondere a queste due sfide è la missione che caratterizzerà il 21esimo secolo. Sulle nazioni ricche e avanzate come gli Stati Uniti e alcuni paesi europei ricade l’imperativo di imparare a “fare di più con meno risorse”. Più che altrove, l’Europa ha messo a punto metodi innovativi che tracciano la strada da seguire per vincere queste sfide a livello globale.

Eppure l’evoluzione dell’Europa come leader mondiale è passata inosservata, sommersa da decenni di titoli funesti che ne annunciavano l’imminente crollo : una deformazione di cui la crisi in Grecia è solo l’ultimo esempio. I mass media si sono fatti sfuggire passaggi fondamentali della storia dall’Europa, proprio allo stesso modo in cui hanno riportato notizie false sulle armi di distruzione di massa e hanno ignorato la bolla immobiliare da 8 trilioni di dollari. Il malinteso è in parte dovuto alla definizione di “potere”. Durante lo scontro tra le due superpotenze della Guerra Fredda, Stati Uniti e Unione Sovietica, il potere e la leadership erano strettamente dipendenti dalla forza militare. Gli anni del governo Bush-Cheney hanno visto una riaffermazione prepotente di questo atteggiamento da bulli, e il presidente Barack Obama ha continuato e, persino, esteso alcune di queste politiche. Tuttavia, gli eventi che si sono verificati dall’11 settembre 2001 in poi hanno dimostrato che quella che è considerata l’unica superpotenza rimasta al mondo, cioè l’America, ha, in realtà, un potere molto limitato. Nel frattempo, l’influenza e il potere dell’Europa si sono manifestati in svariati modi, alcuni tradizionali, altri anticonformistici :

La forza economica

L’Unione Europea è diventata il più grande e ricco blocco commerciale del mondo, e, includendo Norvegia e Svizzera, produce quasi un terzo dell’economia globale – quasi quanto gli Stati Uniti e la Cina insieme. Rispetto a queste due nazioni, l’Europa ha più società classificate nella graduatoria Fortune 500, e ha un numero maggiore di piccole imprese rispetto agli USA, che producono i due terzi dei posti di lavoro a livello globale, mentre quelle degli Stati Uniti ne generano solo la metà. L’Europa ha anche alcune delle economie nazionali più competitive al mondo, secondo il Forum Economico Mondiale, ed è il più grande partner commerciale insieme a Stati Uniti e Cina. Di recente ha, inoltre, portato il tasso di disoccupazione a livelli leggermente più bassi rispetto agli Stati Uniti. Non si tratta assolutamente di socialismo, come alcuni sostengono, ma piuttosto di una forma diversa di capitalismo rispetto al modello statunitense - capitalismo sociale vs. capitalismo di Wall Street. In pratica, l’Europa ha trovato il modo di sfruttare la straordinaria capacità di creare ricchezza del capitalismo, tanto che la sua prosperità è condivisa da una più ampia fetta della popolazione rispetto agli USA. E, visto che ha imparato a fare di più con meno risorse e che riesce a distribuire la sua ricchezza meglio di quanto non faccia la “distribuzione capillare” americana, non ha bisogno dei formidabili tassi di crescita economica di Stati Uniti e Cina : lo “stato stazionario” della crescita economica europea gli è sufficiente.

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Steven Hill

La democrazia economica

La chiave dello sfruttamento del capitalismo da parte dell’Europa è stata l’uso diffuso di pratiche come la cogestione, i comitati aziendali, le cooperative, i partenariati pubblici e privati e un settore delle piccole imprese vivace, che stanno promuovendo un certo livello di democrazia e di decentramento economici. La cogestione, che prevede la partecipazione dei rappresentanti nominati dai lavoratori ai consigli di amministrazione, insieme ai rappresentanti degli azionisti, e la presenza di comitati aziendali nella maggior parte dei luoghi di lavoro, ha incoraggiato una “cultura della consultazione” che ha portato i lavoratori a dare il loro contributo anche in merito a decisioni importanti. Si tratta di un vantaggio importante per entrambe le parti : da un lato, per le imprese che sono meno tormentate da conflitti e scismi interni, dall’altro, per i lavoratori che sono adeguatamente ricompensati, con stipendi alti e il sistema di assistenza sociale più generoso al mondo. Gli americani fanno fatica a immaginare un mondo in cui, nei consigli di amministrazione di Wal-Mart, GM o Microsoft, ci siano da un terzo a metà di consiglieri eletti direttamente dai lavoratori, o in cui le grandi imprese devono confrontarsi con i comitati aziendali e i loro “diritti alla codecisione”. L’Europa ha, in effetti, ridisegnato la struttura stessa delle grandi società, sebbene questa pratica sia ampiamente sconosciuta ai mezzi di comunicazione popolari.

Valori familiari autentici

Il capitalismo sociale europeo fornisce un aiuto più concreto alle famiglie e agli individui in questi tempi sempre più incerti, offrendo non solo un’assistenza sanitaria meno cara, ma anche pensioni adeguate, abbondanti periodi di ferie, congedi parentali pagati, sussidi per i neonati, congedi di malattia pagati, un’assistenza per l’infanzia accessibile, istruzione universitaria gratuita o quasi gratuita, formazione professionale, assistenza abitativa, assistenza agli anziani, trasporti pubblici efficienti e molti altri servizi. Più che un welfare, il capitalismo sociale europeo offre un’ingegnosa struttura di workfare che aiuta le famiglie e gli individui a restare in salute, e a essere produttivi e attivi in un periodo di crisi economica. Di conseguenza, l’Europa ha un minore livello di disuguaglianza rispetto agli Stati Uniti, e questo, a sua volta, porta a una minore incidenza di altre malattie sociali come omicidi, detenzioni, patologie mentali, secondo ricercatori come Richard Wilkinson e Kate Pickett, autori del libro The Spirit Level.

Oltre a questo generoso sistema di aiuti, gli europei, che si dicono oberati di tasse, in realtà, non pagano più degli americani. Questi ultimi, infatti, pagano spese non rimborsabili esorbitanti per ricevere i servizi e gli aiuti che gli europei ottengono in cambio delle tasse che versano. Ad esempio i servizi per l’infanzia negli Stati Uniti costano più di 12.000 dollari l’anno per le famiglie con due figli. In Europa costano circa un sesto (in alcuni paesi sono gratuiti) e la qualità è maggiore. Negli USA, la previdenza sociale offre solo circa la metà del reddito di pensione di cui hanno bisogno, tanto che gli americani stanno imbottendo il più possibile i fondi pensione individuali e i 401k, i piani pensionistici privati più diffusi negli States. Il più generoso sistema pensionistico europeo, invece, offre un reddito di pensione che va dal 75 all’85%, a seconda del paese. In un modo o nell’altro si paga. Tuttavia, analisi semplicistiche come quella svolta annualmente della rivista Forbes, il “Tax Misery Index”, non tengono in considerazione aspetti complessi come il rapporto tra tasse pagate e servizi ricevuti.

Inoltre, una comparazione tra le aliquote d’imposta condotta dall’OCSE mostra che i lavoratori con un salario medio negli Stati Uniti non necessariamente pagano meno tasse rispetto ad alcuni paesi europei. Un salariato americano con reddito medio ha un onere fiscale “tutto compreso” che ammonta al 29,4% (“tutto compreso” include l’imposta federale sul reddito, l’imposta sul reddito statale o locale e i contributi sociali). Un lavoratore dipendente in Belgio, Svezia, Germania e Olanda, invece, paga un’aliquota marginale “tutto compreso” che oscilla tra il 44 e il 55%, mentre in Irlanda e in Svizzera è più bassa che negli USA, tra il 26% e il 28,7%. Anche nel Regno Unito e in Spagna non è molto più alta e, persino in Francia è solo il 31,7%. Il risultato di questa comparazione è ancora più rilevante se si pensa che i francesi, gli svizzeri, i britannici e gli altri cittadini europei ricevono in cambio delle loro tasse molto di più rispetto agli americani.

(Foto : flickr, rockcohen)


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Auteurs

Francesca CANNINO (traduttrice)

Coordinamento polo traduttori

Francesca a obtenu en 2005 un diplôme universitaire en Médiation Linguistique à l’École Supérieure pour Médiateurs Linguistiques de Palerme : elle a soutenu une thèse sur la traduction de l’italien vers le français et l’anglais des synopsis des (...)

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