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L’Europeizzazione dei Parlamenti nazionali di fronte alla sfida politica comunitaria

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Martedì 12 ottobre 2010, l’Aula del Senato ha approvato un’importante risoluzione, sulla “Relazione annuale 2009 sui rapporti fra la Commissione europea e i parlamenti nazionali”, licenziata all’unanimità nel luglio scorso dalla Commissione “Politiche dell’Unione europea” del Senato stesso. Si è trattato in realtà di un’occasione per fare il punto sulla c.d. fase ascendente del diritto comunitario, sui rapporti fra Parlamenti nazionali ed Istituzione europee, nonché sul ruolo del Senato nell’attuale fase politico-legislativa. La relazione e relativa risoluzione evidenziano svariati profili di interesse che meritano di essere approfonditi per la portata dei loro effetti presenti e futuri, in ambito legislativo e politico, nazionale ed europeo.


Nell’ambito della relazione in particolare, la Commissione europea ha fornito alcuni dati sulla partecipazione dei Parlamenti nazionali al processo di formazione della legislazione dell’Unione europea, dai quali spicca innanzitutto un importante ruolo di leadership del Parlamento italiano rispetto alle Assemblee degli altri Paesi membri. Una delle principali novità del Trattato di Lisbona infatti (in vigore dal 1º dicembre scorso), è proprio quella d’aver formalizzato un rapporto diretto (e non più mediato quindi dai rispettivi Governi) fra le Istituzioni dell’Unione europea ed i 27 Parlamenti nazionali, codificando così quella prassi (c.d. “Procedura Barroso”), già de facto seguita dalla Commissione europea, di coinvolgerli nella formazione del processo legislativo comunitario.

Tuttavia, da un’analisi dell’attività legislativa posta in essere dalla Commissione europea dal 1° febbraio al 31 maggio del corrente anno, si evidenzia come in realtà la percentuale dei progetti legislativi trasmessi dalla Commissione ai Parlamenti nazionali ai fini del controllo di sussidiarietà/proporzionalità sia stata finora molto esigua : si tratterebbe infatti soltanto dei progetti legislativi “attinenti a settori di competenza concorrente o ad attività di sostegno, coordinamento e completamento dell’azione degli Stati membri” (escludendosi così tutti quei progetti legislativi attinenti a settori di competenza esclusiva dell’Unione, nonché tutti quelli che costituiscono un adempimento diretto di disposizioni previste dai Trattati). A ciò si aggiunga come, sempre secondo la Commissione, in questo già limitato “spazio di pronunzia”, i Parlamenti nazionali dovrebbero esprimersi sulle proposte loro trasmesse solo nel caso in cui dal loro esame risulti una motivata eccezione di sussidiarietà. Il Senato tuttavia, ha finora deciso di non seguire la Commissione europea in tale suo approccio “restrittivo”, pronunciandosi quindi sia su svariate proposte di atti legislativi comunitari, sia con pareri inclusivi di osservazioni anche di merito.

In questo modo d’altronde, non soltanto ha accolto un principio espresso dalla Commissione stessa, in base al quale il meccanismo di controllo della sussidiarietà/proporzionalità ed il dialogo politico costituirebbero due facce della stessa medaglia, ma ha anche seguito quanto previsto dalla lettera e dallo spirito dei trattati, secondo i quali la Commissione europea « trasmette i progetti di atti legislativi e i progetti modificati ai parlamenti nazionali nello stesso momento in cui li trasmette al legislatore dell’Unione », senza prevedere cioè alcuna preselezione per settori di competenza (art. 12 del Trattato UE e i due Protocolli sulla sussidiarietà e sui Parlamenti nazionali). Risulta infatti difficile comprendere appieno la ratio per cui non si possano fornire commenti, osservazioni e spunti costruttivi, su profili anche di merito delle proposte comunitarie, laddove questo contribuisca, fra l’altro, anche a contenere il rischio di deludere quelle legittime aspettative di partecipazione democratica che Lisbona stessa ha progressivamente creato. Per tali motivi, il Senato ha concluso la sua risoluzione con l’auspicio che si possa avviare una riflessione comune, con la Commissione europea e con gli altri Parlamenti nazionali, al fine di consentire a questi ultimi la massima tempestività ed efficacia nell’esame degli atti legislativi comunitari. D’altronde, il momento attuale potrebbe anche esser considerato come una fase “sperimentale”, che possa successivamente portare a quella “soluzione a regime”, di ulteriore perfezionamento delle procedure contemplate dai Protocolli di Lisbona e di maggior rispetto della lettera e dello spirito dei trattati, in direzione di un progressivo rafforzamento del dialogo politico. Anche grazie a Lisbona quindi, i Parlamenti nazionali sono oggi più che mai attori a pieno titolo della fase ascendente del diritto comunitario, potendo intervenire ex ante nella definizione di regole che, successivamente, potrebbero essere introdotte negli ordinamenti dei rispettivi Paesi. Grazie a questa relativa novità quindi, i Parlamenti acquisiscono oggi un ruolo più significativo rispetto al passato, potendo incidere più tempestivamente e più pervasivamente sul processo legislativo europeo.

Tutto questo testimonia la prosecuzione di una fase di dialogo costruttivo da parte delle istituzioni comunitarie nei confronti di quelle nazionali, anche come riflesso dei maggiori poteri progressivamente concessi al Parlamento europeo e come possibile antidoto nei confronti di eventuali altri momenti di stallo politico-istituzionale a livello comunitario. Attraverso il nuovo ruolo concesso da Lisbona ai Parlamenti nazionali insomma, l’Europa recupera credibilità e consenso nei confronti della costruzione dell’ideale comunitario, aggiungendo un prezioso tassello al processo del rafforzamento della coesione politica e del miglioramento della qualità della legislazione.

D’altronde la progressiva interdipendenza ed osmosi fra processo legislativo europeo e nazionale è ormai sotto gli occhi di tutti e non v’è dubbio che coinvolgere prima e meglio gli Stati membri nella definizione delle politiche comunitarie possa contribuire a selezionare più costruttivamente i progetti da portare avanti e a ridimensionare eventuali ostacoli futuri. In questo contesto pertanto, si assisterà progressivamente anche ad una maggiore “comunitarizzazione” delle procedure dei Parlamenti nazionali, che sulla scia di Lisbona saranno costretti ad adeguare i loro regolamenti interni, laddove anche il lobbying nazionale sarà sempre più un lobbying a diretta efficacia europea. Inoltre, in un periodo in cui la funzione di alcuni Parlamenti nazionali è talvolta svilita e svuotata di funzioni dall’azione di alcuni esecutivi, i nuovi “poteri” da Lisbona concessi possono permettere ai Parlamenti nazionali di riappropriarsi appieno del loro ruolo di proposta e discussione. Ciò potrebbe anche risvegliare a livello di alcuni Paesi membri, la ripresa di un dibattito sui rapporti interni fra legislativo e esecutivo.

A ciò si aggiunga che, dall’opportunità che Lisbona fornisce ai Parlamenti nazionali di pronunciarsi sul merito di proposte della Commissione europea, anche attraverso atti d’indirizzo rivolti ai rispettivi Governi, potrà derivarne anche un rafforzamento dell’azione esecutiva, purché nei dossier comunitari Parlamento e Governo siano capaci di agire tempestivamente e facendo “squadra” nell’interesse del “sistema Paese”.

Non bisogna tuttavia dimenticare che Lisbona lancia una vera e propria sfida politica ai Parlamenti nazionali, dal momento che sarà anche dalla loro volontà e capacità concreta di saper agire all’altezza del ruolo loro conferito che dipenderà il loro stesso rafforzamento in chiave interna e di proiezione europea : sarà quindi sempre più necessaria una capacità di individuare i dossier più centrali nel dibattito e nell’attività legislativa europea e di pronunciarsi su di essi in modo tempestivo, pieno ed adeguato, garantendo così il massimo dell’incisività all’azione dei diversi Stati membri.

A questo proposito, sul lato italiano, non potranno che giovare anche gli esiti che deriveranno dalla conclusione dell’ “Indagine conoscitiva sul sistema Paese nella trattazione delle questioni relative all’UE con particolare riferimento al ruolo del Parlamento italiano nella formazione della legislazione comunitaria” (attualmente in corso presso la Commissione “Politiche dell’Unione europea” del Senato), nonché la prossima approvazione definitiva della riforma della Legge n. 11 del 2005, per l’ulteriore rafforzamento dell’interazione fra il Governo e le Camere, nella disciplina di tutti i meccanismi che Lisbona mette a disposizione dei Parlamenti nazionali per il loro coinvolgimento nella formazione del processo legislativo europeo.

Stefano Velani, Senior Associate presso la Strategic Advice (Foto : flickr, ingirogiro)


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