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L’UE a Copenaghen : speranze, ambizioni e paure

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L’Europa al tavolo dei negoziati con una posizione forte e unitaria. Verrà ascoltata ?

Anche se le divergenze tra gli Stati membri non mancano, l’UE giocherà comunque un ruolo cruciale al COP-15 dato il suo primato in materia di politiche ambientali. La Presidenza Svedese e la Commissione puntano a un accordo vincolante ma i recenti sviluppi dei pre-negoziati sembrano già escluderlo. Comunque vada, l’Europa dovrà dare il massimo per offrire un degno successore al protocollo di Kyoto.


Ordine nel puzzle

L’Europa si presenta a Copenaghen con un piano sulla lotta al cambiamento climatico certamente ambizioso e all’avanguardia ma d’altro canto manchevole di un supporto unanime di tutti gli stati membri in punti salienti come il finanziamento all’adattamento per cambiamento climatico dei paesi in via di sviluppo. All’ultimo ECOFIN (il summit dei Ministri dell’Economia dei 27) dello scorso ottobre l’UE non è infatti riuscita a trovare un accordo in merito scontentando le aspirazioni sia della Presidenza svedese che del commissario all’ambiente Stavros Dimas. Del resto il problema è che quando si tratta di mettere soldi sul tavolo le divergenze vengono in superficie, ragion per cui la questione del « burden sharing » (di come cioè suddividere il carico finanziario della lotta al cambiamento climatico) rimane uno degli elementi più controversi e irrisolti della posizione UE.

Intanto i due « grandi », USA e Cina, si presenteranno al tavolo dei negoziati senza un accordo preventivo forte e di sostanza, malgrado le aperture di Obama (e il suo recente tour in estremo oriente), il quale ha comunque problemi in casa a far passare il suo “Energy Bill” al Senato americano, e a dispetto del target di riduzione delle emissioni deciso dalla Cina proprio in questi giorni “su base volontaristica” (in pratica la massa di emissioni rimarrebbe costante fino il 2020 tenendo conto del raddoppio del PIL cinese previsto in questo periodo). Quanto agli altri paesi in via di sviluppo, India in testa, la loro linea salvo eccezioni è ormai limpida : non accetteranno vincoli sulle riduzioni delle emissioni, né controlli internazionali senza aiuti economici e si opporranno fermamente all’introduzione di barriere economiche sulle loro merci ad alto impatto climatico.

Significa che le aspirazioni della Presidenza svedese di portare l’UE con una forte posizione e contribuire alla sottoscrizione di un accordo vincolante a dicembre sembrano ormai sfumare. Qualcosa si concluderà nelle due frenetiche settimane che vedranno Copenaghen affollarsi di diplomatici, attivisti ambientalisti, lobbisti dei grandi trust industriali, ma il risultato finale – ormai sembra chiaro – deluderà le aspettative : molto probabilmente il vertice si concluderà con un accordo politico che prevederà poi l’implementazione di un vero e proprio protocollo giuridico a giugno 2010, secondo recentissime dichiarazione di Yvo de Boer.

L’Europa e le negoziazioni

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La Presidenza Svedese e la Commissione Europea vogliono volare alto, fissando obiettivi ambiziosi, ben coscienti che alla fine della fiera un consenso planetario sul clima si troverà solo attraverso un graduale abbassamento della posta in gioco.

Il premier svedese Frank Reinfeldt e il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso. (Fonte foto : Servizio audivisvo della Commissione Europea)

Secondo quanto riferisce il quotidiano inglese The Independent è la Svezia ad ospitare la città più verde d’Europa : Vaxjo, centro di 75.000 abitanti nel sud del Paese. La sua centrale elettrica è alimentata non da petrolio, ma da trucioli e altri scarti di legname delle segherie e delle cartiere vicine ; oltre a generare l’energia elettrica cittadina l’impianto fornisce anche il 90% dell’acqua calda e del riscaldamento locale. E le ambizioni della municipalità non si fermano qui : si vuole rendere Vaxjo una città libera dal carbonio attraverso una progressiva riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. Questo piccolo ma significativo esempio la dice lunga sulle credenziali ecologiche della Svezia e, se non altro, suoi sforzi nel coordinare e dare forza alla sfida europea in vista dell’imminente appuntamento a Copenhagen.

La Presidenza Svedese e la Commissione Europea vogliono volare alto, fissando obiettivi ambiziosi, ben coscienti che alla fine della fiera un consenso planetario sul clima si troverà solo attraverso un graduale abbassamento della posta in gioco, perché oltre ai problemi di visibilità delle varie leadership mondiali che ovviamente non aiutano, il gioco si fa veramente duro quando si tratta di mettere sul piatto ingenti trasferimenti di risorse finanziarie tra paesi “ricchi” ed economie sottosviluppate. Negli ultimi trenta giorni non si contano i meeting in sede comunitaria (parlamento, ministri dell’ambiente, ministri delle finanze, capi di stato e di governo), gli incontri multi/bilaterali (Asia – Pacific Economic Cooperation forum, USA e Cina, Europa e Cina), le dichiarazioni di intenti di capi di stato, i memorandum e policy papers. E’ frenesia da ricerca di visibilità planetaria o indice di un vero impegno che condurrà, sia pure tra compromessi e calcoli di opportunità economica e politica, a un reale avanzamento sul tema del global warming ?

L’Europa non ha mai nascosto la volontà di ottenere un accordo vincolante basato sul Protocollo di Kyoto e che ne riprenda e rafforzi gli elementi essenziali. Infatti è indubbio che un unico strumento giuridicamente vincolante costituisca l’elemento fondamentale per poter permettere un’applicazione coerente del regime internazionale per il clima nel periodo successivo al 31 dicembre 2012, ovvero alla scadenza di Kyoto.

Come accennato, tuttavia, le probabilità che tra il 7 e il 18 dicembre si raggiunga davvero questo obiettivo sono ormai praticamente nulle. La cosa è diventata chiara dopo l’ultimo round di negoziazioni tecniche tenutesi a Barcellona tra il 2 e il 6 novembre dove vi è stata una prima finalizzazione del testo tecnico ; lo stesso Yvo de Boer (il diplomatico olandese numero uno delle Nazioni Unite in materia di clima) ha dovuto ammettere nella conferenza stampa conclusiva che a dicembre un testo completo e giuridicamente vincolante non sarebbe stato approvato, ma che si sarebbe invece optato per un accordo politico con date limite per poter permettere alle negoziazioni di andare avanti nel 2010.

In una recente intervista all’agenzia Dow Jones Newswires il negoziatore leader per la UE, Artur Runge-Metzger, ha confermato tale opzione dichiarando che gli stati membri hanno abbassato le aspettative ed hanno abbandonato l’idea di un binding agreement per dicembre dal momento che vi sono dei dettagli tecnici che necessitano di un maggior tempo di negoziazione ; ma ha riconfermato che i punti focali del political framework saranno comunque decisi a COP15. L’UE vuole comunque che il « framework » che sarà adottato a Copenaghen sia ben più ambizioso e vada oltre il protocollo di Kyoto ; inoltre l’accordo politico dovrà avere delle date di adempimento e prevedere un sistema di monitoraggio e reporting dei risultati man mano raggiunti nel taglio delle emissioni per ciascun paese. Tali richieste sono ampiamente giustificate dai risultati. Come dimostrato da un rapporto tecnico pubblicato a novembre, l’Europa è sulla buona strada per rispettare gli impegni assunti nell’ambito del protocollo di Kyoto per il periodo 2008-2012. Dalle ultime proiezioni emerge che l’Europa a 15 riuscirà infine a conseguire l’obiettivo previsto per la riduzione dell’emissione di gas serra (-8%). Da notare inoltre, che degli altri dodici stati membri, dieci hanno contratto impegni individuali nell’ambito del protocollo, che dovrebbero portare a una riduzione delle loro emissioni di circa il 6%.

Questi conseguimenti sono senz’altro il frutto di una ottima coordinazione in materia di politiche ambientali. La stessa adozione a gennaio scorso del Climate and Energy Package (il Pacchetto Clima ed Energia) ha condotto alla messa in atto di misure che serviranno a ridurre le emissioni nel territorio UE di almeno il 20%, rispetto ai livelli del 1990, entro il 2020. Ma in termini di riduzione di emissioni le ambizioni comunitario vanno decisamente oltre : come dichiarato più volte dall’uscente Commissario all’Ambiente Stravros Dimas il 20% non è ancora sufficiente, motivo per cui l’Unione si è impegnata a ridurre del 30% le emissioni se nel corso della conferenza di COP15 gli altri grandi paesi si prefiggeranno degli obiettivi altrettanto ambiziosi. La partita su questo piccolo grande 10 % aggiuntivo resta comunque tutta aperta e rischia di essere uno dei punti focali delle negoziazioni e del gioco del do ut des. Lo stesso Consiglio Europeo che si terra a Bruxelles il 10 e 11 dicembre dovrà finalizzazione i dettagli della tattica UE a Copenaghen, cercando di arrivare ai negoziati con una posizione chiara e decisa su come giocare il margine di riduzione 20-30. Salvo sorprese dell’ultimo minuto, gli obiettivi principali della UE, se analizziamo più globalmente la posizione negoziale concordata sino ad ora, sono così riassumibili :

- accordo internazionale organico e ambizioso a Copenaghen
- riduzione nel 2020 del 30% delle emissioni rispetto ai valori del 1990 in presenza di azioni propositive degli altri maggiori stati inquinanti ;
- pressione nei confronti dei paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli più avanzati economicamente, affinché intervengano adeguatamente in modo da ottenere collettivamente, nel 2020, una riduzione del 15-30% delle emissioni ;
- presa d’atto che, per raggiungere tale obiettivo e contenere l’incremento della temperatura a 2 gradi nel corrente secolo, saranno necessarie ingenti risorse finanziarie da destinare all’abbattimento delle emissioni e all’adattamento ai cambiamenti climatici ; consapevolezza che questi investimenti stimoleranno l’innovazione, la crescita economica e porteranno, nel lungo periodo, ad uno sviluppo sostenibile ;
- disponibilità a fornire contributi finanziari a favore di interventi da parte dei paesi in via di sviluppo, in particolare di quelli più poveri e vulnerabili ;
- avviamento di partnership bilaterali con gli USA e con altri paesi industrializzati per condividere le esperienze acquisite nella definizione dei sistemi nazionali di scambio dei diritti di emissione e per favorire la creazione, entro il 2015, di un mercato del carbonio affidabile aperto ai paesi dell’OCSE, che dovrebbe essere successivamente esteso ai paesi in via di sviluppo economicamente più avanzati nel 2020.

Le reticenze di Usa e Cina

Il presidente Obama parteciperà al meeting di Copenaghen il giorno 9 dicembre (il forum durerà dal 7 al 18). Il giorno dopo volerà a Oslo per ricevere il premio Nobel per la pace. E’ vero che la delegazione americana comprenderà quattro ministri (Interno, Commercio, Agricoltura ed Energia) insieme ad una folta delegazione di alti funzionari dell’amministrazione, ma resta tangibile la delusione delle più importanti cancellerie mondiali per la presenza limitata ad uno dei giorni iniziali del forum da parte del presidente americano. Obama arriverà in Europa con una proposta precisa : la riduzione delle emissioni del 17% (base 2005) per il 2020 e dell’83% entro il 2050. A suo merito si puo’ ricordare che sarà il primo presidente americano ad assumersi un impegno del genere davanti ad una platea mondiale (non dimentichiamo che gli Stati Uniti non hanno sottoscritto protocollo di Kyoto). Si noti che la misura del 17% è coerente con l’”Energy Bill”, il disegno di legge americano che, dopo l’approvazione della Camera dei Rappresentanti in giugno, sta arrancando in salita al Senato di Washington tra i problemi legati alla tortuosa approvazione della riforma sanitaria e continuamente sotto delle lobby che rappresentano i settori industriali più inquinanti.

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Anche premier cinese Wen Jiabao sarà presente a Copenaghen malgrado le reticenze del suo apese

(Foto : Servizio audiovisivo della Commissione Europea)

Il disegno probabilmente andrà in sessione parlamentare nella primavera del 2010 ed anche questo aspetto ha contribuito all’orientamento di puntare per Copenaghen all’approvazione di un accordo politico, rinviando al 2010 gli impegni legali degli stati. Andreas Carlgren, il Ministro dell’ambiente svedese ha osservato che Obama ha elevato le aspettative sulla posizione americana circa la riduzione delle emissioni e nello stesso tempo ha espresso l’auspicio che il Presidente USA possa intervenire personalmente negli ultimi giorni di negoziazione a Copenaghen quando dozzine di importanti capi di stato e di governo sono attesi per i negoziati finali (la presenza dei capi di stato è prevista per il 16 dicembre e ciò significa che il negoziato a livello ministri si deve concludere entro tale data). Ma il portavoce della Casa Bianca ha definito molto improbabile l’ulteriore partecipazione del presidente americano. Si pensa che questa scelta di basso profilo, almeno in termini di visibilità, sia sicuramente legata alle incertezze sulla ratifica da parte del Senato del citato Energy Bill.

Sul fronte opposto il presidente cinese Wen Jiabao ha già confermato la propria partecipazione. Il Consiglio di Stato cinese ha annunciato il 26 novembre la disponibilità a ridurre le emissioni, per unità di PIL, del 40-45% entro il 2020, su base 2005. L’azione è stata qualificata su “base volontaria” e rappresenta secondo le autorità del paese più inquinante del pianeta il massimo contributo allo sforzo globale per combattere le problematiche del climate change. In altri termini, considerando che la riduzione delle emissioni è legata alla variazione unitaria di PIL e tenendo in conto che entro il 2020 è prevedibile che questo aggregato raddoppi, ne consegue che nel 2020 la massa reale di emissioni cinesi dovrebbe rimanere uguale a quella attuale.

Il Presidente Barroso e il Primo Ministro svedese Reinfeldt hanno emesso una dichiarazione congiunta sottolineando luci ed ombre della posizione cinese ed americana e auspicando che in sede negoziale si possano avere ulteriori sforzi sull’intensità delle riduzioni. Quello che si pensa è che i cinesi, così come l’India e gli altri paesi sottosviluppati, o in via di sviluppo, venderanno cara la pelle a COP15 e ogni loro eventuale concessione dovrà essere adeguatamente controbilanciata da laute promesse economiche

E’ pur vero infine che sarà il G2 a fare la vera differenza a Copenaghen, a trasformarlo in successo o al contrario in fallimento. Ma l’Europa, malgrado qualche divergenza sui dettagli, si presenta all’appuntamento come il soggetto più all’avanguardia in fatto di politiche e strategie ambientali e puo’ e deve utilizzare questo vantaggio per assicurare la maggior influenza possibile, a maggior ragione sui paesi più reticenti. L’intellettuale neocon Robert Kagan in un celebre pamphlet di qualche anno fa rinfacciava all’Europa un approccio alla politica internazionale inutilmente idealista e troppo diplomatico. Sono proprio quest’ultime qualità che l’UE dovrà utilizzare a Copenaghen al meglio.

Ha collaborato Francesco Molica

(Foto logo DONG Energy per l’UNCCC)


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Auteurs

Marina TAMAGNINI

Su internet

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