L’UE e i Balcani : l’impatto politico dell’Europa in Kosovo (Parte II)

Il ruolo dell’UE nella mediazione del dialogo tra Pristina e Belgrado dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

Dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, nel dicembre 2009, la politica europea nei confronti del Kosovo è stata parzialmente inficiata dal serpeggiare di opinioni discordanti fra gli stati dell’Unione riguardo lo status del Kosovo e la sua indipendenza dalla Serbia. Ancora oggi, solo 22 dei 27 stati membri dell’UE riconoscono a pieno l’autonomia dell’ex-provincia serba.


Fratture di questo tipo avrebbero potuto causare ritardi nell’implementazione delle nuove previsioni contenute nel Trattato di Lisbona o nell’azione esterna dei nuovi attori istituzionali. Tuttavia, nei tre anni successivi all’entrata in vigore del trattato, le istituzioni europee, in stretta collaborazione con gli stati membri, sono riuscite ad esercitare, in maniera coordinata e coerente, un’azione efficace nei confronti del Kosovo. Azione che ha determinato un’influenza positiva sullo transizione democratica ed economica del giovane stato e, in particolare, sullo sviluppo del dialogo tra Belgrado e Pristina.

Gli esempi a riguardo sono numerosi. Dopo un’efficace azione diplomatica del nuovo Alto Rappresentante per la Politica Estera e Sicurezza Comune Lady Ashton, nel settembre 2010, il Presidente serbo Tadic acconsentì a cambiare, in parte, il testo di una risoluzione ONU. In vari passaggi della risoluzione emergeva infatti il rifiuto della Serbia a riconoscere la sovranità dello stato del Kosovo. La settimana precedente, William Hague, il Ministro degli Esteri Britannico, e Guido Westerwelle, il Ministro degli Esteri tedesco, erano stati a Belgrado per convincere il governo serbo della necessità di modificare la terminologia della risoluzione. Le nuove disposizioni ribadivano, con forza, l’importanza di un rinnovato dialogo tra Belgrado e Pristina. Accogliendo eventuali sforzi di mediazione da parte dell’UE gettavano inoltre le basi per gli accordi tecnici che sarebbero stati stipulati negli anni a seguire fra i due stati. In cambio, la Commissione Europea avrebbe acconsentito ad esaminare la domanda di ammissione della Serbia all’Unione, passaggio procedurale fondamentale prima dell’ammissione di ogni potenziale candidato.

Nel marzo 2011, grazie ad un decisivo intervento della Cancelliera tedesca Angela Merkel, iniziò, a Bruxelles, la mediazione del SEAE, il Servizio Europeo per l’Azione Esterna, del dialogo tra Belgrado e Pristina. Durante questi incontri, soprasieduti da Rober Cooper, consigliere politico di Lady Ashton, si incontrarono, per la prima volta da quando il Kosovo dichiarò la propria indipendenza nel 2008, i governi dei due stati.

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Tuttavia, tra luglio e settembre 2011, violenti scontri ai confini tra Kosovo e Serbia minacciarono l’interruzione dei dialoghi. Negli anni successivi all’indipendenza kosovara, Belgrado aveva costantemente impedito le importazioni dal Kosovo. In quei mesi, la violenza era scoppiata proprio a causa del tentativo delle autorità kosovare di forzare i posti di blocco serbi, nella regione a nord di Mitrovica, a maggioranza serba. Il rapporto annuale della Commisisone dello stesso anno fu molto critico verso Belgrado, ribadendo, con forza, che il processo di ammissione dello stato serbo non sarebbe andato avanti se Belgrado non si fosse impegnata a pieno nel dialogo con Pristina. L’avvertimento della Commissione non sembrò però funzionare. Solo alcuni dei check points al confine tra Serbia e Kosovo vennero smantellati e, il 9 dicembre dello stesso anno, soprattutto per volontà della Germania, il Consiglio Europeo rifiutò di concedere lo status di candidato alla Serbia. Ormai era chiaro a tutti che il destino di Belgrado nell’Unione sarebbe stato inesorabilmente legato all’esito della normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo.

Numerosi incontri si tennero a Bruxelles anche sulla definizione del nome da indicare sulla targa di presentazione del Kosovo durante le conferenze internazionali. La Serbia avrebbe voluto che venisse impedita la partecipazione del Kosovo a meno che non fosse fatto esplicito riferimento alla risoluzione ONU 1244 del 1999. Nella risoluzione del 1999, la comunità internazionale descriveva la regione kosovara come parte dello stato Serbo, in attesa di definizione del proprio status. Il Kosovo, dichiarandosi stato autonomo ed indipendente, chiedeva invece che venisse indicata la dicitura “Repubblica del Kosovo”. Grazie ad un’intensa attività di mediazione venne raggiunto un compromesso. Il Kosovo avrebbe accettato il riferimento alla Risoluzione 1244 dell’ONU a condizione, però, che venisse fatto un riferimento simile all’opinione della Corte Internazionale di Giustizia che, nel 2010, dichiarava la dichiarazione d’indipendenza kosovara del 2001 non in contrasto con le norme di diritto internazionale. In cambio, Stefa Fuele, il Commissario per l’allargamento europeo, dovette promettere che presto avrebbero avuto inizio i lavori preparatori del processo di ammissione del Kosovo all’UE.

Il 20 maggio 2012, Boris Tadic venne battuto da Tomislav Nicolic alle elezioni presidenziali. Anche per le elezioni un accordo era stato raggiunto. La popolazione serba residente nel Nord del Kosovo non avrebbe potuto votare per le elezioni amministrative locali. Le sarebbe stato concesso il diritto di voto per quelle presidenziali, ma sotto la stretta supervisione dell’OSCE. La missione EULEX, poi, avrebbe assicurato la sicurezza dei seggi. Le elezioni si svolsero senza particolari incidenti. Il nuovo presidente serbo sarebbe stato un conservatore, populista, ex membro del governo Milosevic tra il 1998 e 1999. Solo qualche mese prima, a marzo, il Consiglio Europeo aveva deciso di attribuire lo status di candidato alla Serbia.

Un anno dopo le elezioni serbe i dialoghi di mediazione tra Belgrado e Pristina continuano. La Serbia è tuttora in attesa di una data di inizio della propria procedura di ammissione. Il Kosovo chiede ancora con forza che le istituzioni controllate da Belgrado al confine con la Serbia siano smantellate. Sarà un processo lungo. Quello che conta però, è che l’UE sia stata in grado di agire in maniera coerente e coordinata in quest’area, sfruttando a pieno le modifiche istituzionali entrate in vigore con Lisbona. E, soprattutto, dimostrando per una volta, di poter giocare un ruolo prominente sullo scacchiere internazionale.


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Maria Giulia Amadio Viceré

Maria Giulia Amadio Viceré, classe ’88, laureata in Relazioni Internazionali all’Università’ LUISS Guido Carli. Ha lavorato come intern presso il programma “Europe in the world” della think tank European Policy Centre a (...)
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