Le spaccature tra i membri dell’Ue
Nel campo europeo, soprattutto alla vigilia della presentazione all’Assemblea generale dell’Onu della richiesta palestinese, regnava grande confusione. Lo scorso settembre il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Unione europea tenutosi a Sopot, Polonia, poneva tra vari argomenti all’ordine del giorno la ricerca di una posizione comune in merito alla richiesta che l’Autorità nazionale Palestinese avrebbe di li a poco presentato alle Nazioni Unite .
Il vertice si è concluso con un nulla di fatto e ha evidenziato una profonda spaccatura su una delle più importanti questioni di politica estera del momento. Tutti gli Stati membri dell’UE voteranno in ordine sparso alle Nazioni Unite sulla richiesta di riconoscimento. L’obiettivo dichiarato dal presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, è quello di raggiungere i 150 voti favorevoli, superando di gran lunga i due terzi dei voti necessari. Palestinesi e israeliani hanno avviato una dura battaglia diplomatica, che coinvolge tutti gli Stati membri, e che vede nelle divisioni europee un terreno fertile per recuperare voti importanti.
Non sarà di certo l’Unione europea, dunque, a poter giocare un ruolo centrale sullo scacchiere mediorientale e nel conflitto israelo-palestinese nel breve periodo. Membro del Middle East Quartet, l’Unione europea, ha fortemente voluto un vertice lo scorso luglio per cercare di far ripartire il negoziato ed evitare il voto all’ONU. Nello stesso pomeriggio del discorso di Abbas, non poche tensioni sono emerse tra le delegazioni degli Stati membri dell’Ue. Quest’ultima quale membro del Quartetto, ha presentato una proposta alternativa al piano palestinese, ovvero un ritorno delle parti al tavolo dei negoziati entro un mese e l’impegno a porre fine al conflitto entro il 2013 . Le parti si impegnano a giungere a dei risultati concreti sulle questioni di territorio e sicurezza nei prossimi sei mesi con una conferenza internazionale da tenersi a Mosca. Ma nel comunicato del Quartetto non vi è stata nessuna menzione agli insediamenti israeliani, né ai confini palestinesi del 1967. Questo non è passato inosservato alla diplomazia palestinese.
Inoltre, per rendere ancora più torbide le acque, due giorni prima la presentazione del piano dell’Ue il governo Sarkozy, deciso a tentare il grande rilancio della Francia nel mondo arabo, ha presentato un piano identico, indicando Parigi come luogo per la prossima conferenza internazionale sulla questione anziché Mosca, non menzionando ancora una volta gli insediamenti israeliani, ma riconoscendo il diritto della Palestina a divenire Stato osservatore permanente e fare salvi i confini del 1967. Non poca confusione regna in merito ai due piani presentati e per lo più identici. Gli stessi palestinesi hanno mostrato delle perplessità, confessando di non capire quale dei due piani disponga dell’appoggio dei 27 Stati Membri e se l’alternativa proposta dal governo di Parigi sia un’opzione europea o un’esclusiva iniziativa diplomatica francese. Lo sgambetto di Sarkozy alla Ashton, 48 ore prima della presentazione del piano europeo pone una pensate ipoteca sulla presa di una posizione comune in seno all’Ue, infastidendo non poco Bruxelles e le altre diplomazie europee.
Ancora una volta l’Ue non sembra pronta a esprimersi all’unisono in politica estera. Gli Stati membri dell’Unione sono manifestamente divisi sul voto che potrebbe conferire alla Palestina lo status di “Stato membro”, nonostante l’Unione sia il principale finanziatore degli aiuti all’Anp. Tra i Paesi che si sono espressi contro la risoluzione palestinese compaiono la Germania, che per ragioni economiche e storiche mantiene una politica favorevole allo stato ebraico ; l’ Italia, il cui governo si è detto contrario a proclamazioni unilaterali, nonostante questa avvenga all’organismo multilaterale per eccellenza, ossia l’ONU. Come molti Stati contrari al riconoscimento, anche l’Italia ha manifestato, attraverso il ministro degli Esteri, Franco Frattini, la sua preferenza per un dialogo diretto tra le parti. Dialogo che per la verità sembra essersi arenato, in seguito alla decisione delle autorità israeliane di continuare la politica degli insediamenti in Cisgiordania. Nel fronte dei contrari si annoverano anche i Paesi Bassi , data l’esistenza di una forte comunità ebraica in loco, nonché la Romania ,la Repubblica Ceca, la Bulgaria e l’ Ungheria. Mentre il fronte dei possibilisti include il Belgio, la Svezia, la Norvegia , la Finlandia e la Spagna. Inoltre, se la posizione della Francia di Sarkozy riflette la nuova politica estera di Parigi, molto più attenta e interessata al mondo arabo, la Gran Bretagna ha assunto una posizione più sfumata. Tuttavia Cameron, reduce dal bagno di folla nei paesi arabi e pronto a cavalcare l’onde della primavera araba sembra caldeggiare la richiesta palestinese. Nonostante il rischio di uno strappo non di poco conto con Washington, sicuramente il governo dello Scacchiere mira a ritagliarsi una maggiore autonomia in politica estera, . anche se negli ultimi giorni che hanno preceduto il discorso di Abbas, Londra si è più o meno “ri-allineata” alle posizioni di Washington, insistendo sulla necessità di proseguire i negoziati di pace tra le parti. Quanto alla posizione della Norvegia, della Svezia e della Finlandia , essa è piuttosto di ordine etico e in linea con la volontà dei cittadini, manifestamente filo-palestinese.
Benché l’Ue potrebbe condizionare in misura decisiva le scelte strategiche dei soggetti politici palestinesi, le sue divisioni interne ne fanno un gigante economico ma un nano politico. Quasi per un paradosso, la Palestina potrebbe essere riconosciuta come Stato solo da quei paesi che la aiutano economicamente poco o per niente. Significative a riguardo le parole dello stesso ambasciatore palestinese presso l’Ue, il quale ha affermato che “il popolo palestinese non può rinunciare ai propri diritti aspettando che gli europei trovino una posizione comune. Il capo della diplomazia europea non può forzare al voto 27 paesi e inventarsi una politica estera lì dove questa non esiste affatto”.
L’isolamento diplomatico di Israele
Per gli israeliani cresce intanto l’isolamento internazionale e con questo si rafforza il complesso della persecuzione e dell’accerchiamento. La strategia diplomatica messa in atto da Israele in questi mesi mira a guadagnare tempo e arrivare, salvo qualche duro colpo alla propria immagine, alla fine del 2012. Molto potrebbe cambiare entro questa data con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e un possibile cambio della guardia alla Casa Bianca che potrebbe favorire il governo di Gerusalemme che intanto pensa ad incrementare i rapporti commerciali con Cina, India e altre potenze emergenti .
Senza ombra di dubbio lo Stato ebraico è in una situazione strategica molto difficile. Per la prima volta da decenni, alla cosiddetta sindrome dell’accerchiamento si aggiunge il pericolo sempre più reale di un progressivo isolamento diplomatico in un quadro regionale segnato dalla nascita di nuovi equilibri strategici, soprattutto a seguito delle rivolte arabe. Lo Stato ebraico appare sempre più chiuso, guidato da una leadership poco propensa al cambiamento. In questi mesi Israele ha perso l’alleanza privilegiata con Ankara a seguito della delicata vicenda della Freedom flotilla, la flottiglia umanitaria diretta a Gaza, e il rapporto solido che aveva con l’Egitto di Mubarak, in particolare dopo i disordini de Il Cairo lo scorso agosto con l’assalto all’ambasciata israeliana. Allo stesso tempo, il governo israeliano sembra aver perso il solido sostegno della Giordania. La monarchia hashemita, di fronte al rischio di una rivolta popolare, ha lentamente preso le distanze da Israele la cui ambasciata è stata evacuata anche ad Amman dopo gli scontri verificatisi in Egitto.
Probabilmente proprio alla luce di questi cambiamenti deve essere letto il tentativo di riconquistarsi il sostegno dell’opinione pubblica israeliana che ha portato il primo ministro Netanyahu alla criticata decisione di negoziare con Hamas la liberazione di più di 1000 prigionieri in cambio della liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, in mano ad Hamas da più di cinque anni. Pur non citando la richiesta palestinese alle Nazioni Unite di Abbas, non è difficile leggere in questa mossa un chiaro collegamento con il difficile momento che sta vivendo il governo conservatore di Gerusalemme, duramente contestato in patria dai giovani indignati che sono scesi nelle piazze di Tel Aviv, chiedendo riforme sociali e la pace. E’ difficile immaginare che uno Stato di Israele che si senta “sconfitto” dalla comunità internazionale accetti di negoziare tempestivamente con i palestinesi.
Tra le possibili conseguenze della richiesta palestinese alle Nazioni Unite vi è lo scenario molto realistico in cui lo stato ebraico potrebbe amplificare la sindrome d’accerchiamento, in un momento di particolare tensione internazionale anche con vicini e partner storici come Turchia ed Egitto.
Conclusioni
E’ difficile prevedere se la cosiddetta “terza via alla Palestina”, dopo la fase della lotta armata, quella del negoziato e il tentativo palestinese di fare leva sui risultati ottenuti dal primo ministro Salam Fayyad e sulla legittimità del passaggio alle Nazioni Unite, possa sortire gli effetti desiderati se non quello di garantire alla Palestina una vittoria nient’altro che simbolica e un maggiore peso negoziale con Israele, trattando da “pari a pari”. Ma non si può non valutare che l’Anp ha chiesto il riconoscimento della sua sovranità su un territorio che de facto non riesce a controllare. Gaza resta ancora governata da Hamas e le frizioni con Fatah restano critiche, nonostante il plauso per il discorso di Abbas alle Nazioni Unite. L’attuale status quo rende poco credibile uno Stato palestinese unito.
Se il ruolo di mediatore storico degli Stati Uniti è ormai minato, è fortemente auspicabile, dunque, un approccio nuovo al processo di pace, con il coinvolgimento non solo dell’Europa, ma degli stati arabi, e delle potenze regionali quali la Turchia. La richiesta palestinese alle Nazioni Unite potrebbe trasformarsi in un’opportunità storica, e sembra che già qualcosa si stia muovendo nei corridoi del Palazzo di Vetro, soprattutto ad opera della diplomazia francese e di alcuni stati arabi.
Le conseguenze di quasi vent’anni di un dialogo notevolmente asimmetrico tra le parti in termini di risorse a disposizione e di status è sotto gli occhi di tutti. Si spera che una seconda amministrazione Obama, libera dai legacci e dai condizionamenti del suo primo mandato possa elaborare una nuova strategia diplomatica in Medio Oriente , agendo in maniera forte e autorevole piuttosto che affidarsi a sterili limiti temporali e al fallimento della “shuttle diplomacy” di Washington. Il rischio di una nuova escalation di violenze e di riportare l’orologio diplomatico indietro di 60 anni ricorda che non c’è tempo da perdere.


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