Israele attacca, l’Europa si disunisce
Il 27 dicembre l’esercito israeliano lancia una offensiva su larga scala nella striscia di Gaza. Prima attraverso raid aerei, poi a partire dal 3 gennaio con un attacco via terra : è l’operazione « Piombo Fuso ». La versione universalmente accettata, anche nelle capitali occidentali, è che l’operazione “Piombo Fuso” miri a fermare i lanci di razzi verso il sud di Israele effettuati dai miliziani di Hamas. Tuttavia se è vero che le forze israeliane si esercitavano da mesi per questa operazione, che è sembrata pianificata nei dettagli, sembra piuttosto che l’obiettivo dell’operazione sia di infliggere un duro colpo ad Hamas, distruggendone le capacità militari ed arrecando gravi perdite, in modo che non si possa più risollevare e non costituisca più una minaccia per i cittadini israeliani. Così facendo si spera di togliere ad Hamas il controllo della Striscia di Gaza, dopo che il movimento islamico l’ha conquistato con la forza circa 18 mesi fa dopo scontri con i miliziani di Al Fatah, il partito del presidente palestinese Abu Mazen.
Sarà stato che la guerra è scoppiata durante le feste natalizie, o che fosse la fase di transizione tra due presidenze, ma l’Europa è apparsa sorpresa dal precipitare della situazione ed ha stentato a proporre una posizione unica e coerente con quella che è la linea politica fin qui seguita dall’UE nel conflitto mediorientale. Eppure tutti i segnali indicavano che Israele si preparava all’attacco. Le capitali europee si sono prodotte conseguentemente in una serie di dichiarazioni non sempre coerenti tra loro.
La Francia, ancora presidente di turno al momento dello scoppio della crisi, ha invitato ad evitare vittime civili pur riconoscendo le responsabilità di Hamas nello scoppio del conflitto. Poi, di fronte alla constatazione che l’operazione era di vasta portata e che avrebbe inevitabilmente fatto un gran numero di morti tra la popolazione civile di Gaza, ha invitato le parti alla tregua. Infine con l’inizio dell’offensiva di terra ha subito invitato Israele a fermarsi esprimendo il suo disappunto. La presidenza subentrante della repubblica Ceca, per bocca del Primo Ministro Topolanek, ha definito l’azione israeliana come auto-difesa, sostanzialmente avallandola. Una posizione in contrasto con la linea tradizionale seguita dall’UE verso il conflitto mediorientale. Il Ministro degli Affari Esteri Schwarzenberger ha poi corretto il tiro invitando a porre fine alle ostilità. Anche la Germania ha mostrato comprensione per le ragioni di Israele pur mantenendosi più cauta. L’Italia, per sua parte, ha riconosciuto le ragioni di Israele, il ministro degli esteri Frattini ha detto di essere stato informato che non ci sarebbe stato un attacco di terra (sic !) ed ha addossato ad Hamas la colpa dello scoppio del conflitto. Più cauto il governo britannico che ha biasimato il gran numero di vittime civili, una posizione abbastanza sorprendente che si smarca da quella degli Stati Uniti che, negli ultimi giorni dell’amministrazione Bush, hanno dato il loro avallo all’operazione. Il tutto ha prodotto una cacofonia che ha segnato un momento molto basso per la politica estera europea. Si è cercato poi di recuperare l’unità con un Consiglio dei Ministri straordinario il 30 dicembre da cui è uscita una dichiarazione che invitava entrambe le parti ad una tregua, a consentire l’ingresso di aiuti umanitari, ed un generico richiamo a riprendere il processo di pace. La presa di posizione è apparsa più decisa dopo che il 3 gennaio l’IDF ha iniziato le operazioni di terra, un salto di qualità del conflitto che rischia di far salire vertiginosamente il numero di vittime civili. Tuttavia il momento di difficoltà della diplomazia europea si è palesato nel fallimento della missione della troika con i ministri degli esteri ceco, francese e svedese che non sono riusciti a convincere il loro omologo israeliano Tzipi Livni ad accettare una tregua, vedendosi rispondere che a Gaza non c’è una crisi umanitaria. Di fronte ad una presidenza ceca apparsa incapace di giocare un ruolo efficace di mediatore, il presidente Sarkozy ha assunto le redini dell’iniziativa europea. A Capodanno ha incontrato la Livni, che si è dimostrata ancora inflessibile, ed ha poi intrapreso un tour delle capitali arabe.
Il prodotto di questa azione è sta una proposta di tregua elaborata insieme all’Egitto, che sembra ora la base su cui si potrà negoziare un eventuale stop alle attività militari israeliane nella Striscia di Gaza. Tuttavia questi avvenimenti e le modalità della reazione europea portano a delle riflessioni sul ruolo che l’UE sta giocando, che è inevitabilmente legato all’evoluzione della sua posizione verso il conflitto israelo-palestinese negli ultimi tre anni, e che fa nutrire dei forti dubbi sulla capacità che l’UE avrà di influire sulle sorti del conflitto in futuro.
PESC e conflitto mediorientale : tra il dire e il fare…
In realtà il disorientamento della politica europea ha radici nelle scelte operate negli ultimi anni. L’UE a parole ha mantenuto i principi che guidano il suo approccio al conflitto fin dal 1980 : due popoli due stati, in accordo con le risoluzioni 242 e 339 dell’ONU, quindi uno stato entro i confini del 1967, una soluzione giusta e negoziata alle questioni di Gerusalemme est e dei rifugiati (quale ?), smantellamento degli insediamenti di coloni israeliani nei Territori Occupati. Inoltre l’UE ha sempre espresso la sua contrarietà alla barriera di separazione. Nei fatti, tuttavia, non ha adottato alcun atteggiamento concreto che facesse desistere Israele dal costruire nuovi insediamenti, dal continuare a costruire il muro. Anzi nel 2008 è stato deciso un “upgrading” delle relazioni con Israele nell’ambito della Politica di Vicinato, anche se in teoria esso dovrebbe essere legato all’atteggiamento israeliano nei confronti del processo di pace. L’Accordo sul Movimento e l’Accesso stipulato sotto l’egida del Quartetto è stato puntualmente disatteso da Israele e a niente sono valsi i richiami al rispetto dell’accordo. La missione UE al confine tra Gaza e l’Egitto che doveva garantire a sicurezza del confine è rimasta per la maggior parte del tempo inoperosa come conseguenza della continua chiusura del valico di Rafah. L’azione di Tony Blair come nuovo rappresentante del Quartetto è stata poi finora assolutamente insufficiente e senza alcun impatto degno di nota. Nei confronti dei palestinesi l’UE ha prima incoraggiato lo svolgimento di elezioni nel 2006, la cui regolarità è stata certificata da una missione del Parlamento Europeo, ma poi non ne ha voluto riconoscere il risultato che aveva dato la vittoria ad Hamas. L’UE si è rifiutata di dialogare con i membri del governo di Hamas, iscritta sulla lista delle organizzazioni terroristiche (in realtà sulla lista sono iscritte solamente le brigate Ezzedin Al Qassam, il braccio armato di Hamas), quindi ha di fatto boicottato a priori una parte dei rappresentanti eletti dai palestinesi. In questo ha seguito la linea statunitense che mirava all’isolamento internazionale del movimento islamico. Di conseguenza Hamas è caduta sotto l‘influenza iraniana. L’Europa ha continuato a spendere centinaia di milioni di euro in interventi di pura assistenza, per tamponare la drammatica situazione economica dei territori strozzati dall’occupazione. In pratica ha abbandonato una strategia di sviluppo delle istituzioni palestinesi e della vita economica nei territori che aveva portato a risultati positivi negli anni precedenti. Facendo questo ha alimentato le divisioni tra Hamas e Fatah. Oggi Fatah governa in Cisgiordania solo sulla base della legittimazione democratica del Presidente Abu Mazen, il cui mandato peraltro scade a gennaio 2009. L’UE ha visto erodere in questo modo la sua legittimazione come attore neutrale agli occhi dei palestinesi ed allo stesso tempo non sembra aver conquistato più influenza sulla leadership israeliana.
Questa politica ondivaga e poco determinata, dovuta in massima parte alle divisioni tra gli stati membri, si è ridotta in buona sostanza ad una politica declaratoria che ha fatto dell’Alto Rappresentante Javier Solana un simpatico globe trotter, impegnato in continui quanto inutili viaggi nella regione. Il conflitto mediorientale che era stato all’origine della nascita di una politica estera comune, ne evidenzia anche tutti i limiti e l’incompletezza.
Una crisi senza via d’uscita ?
È necessaria una professione di realismo. Nel rapporto sulla implementazione della Stategia Europea di Sicurezza, presentato da Solana al Consiglio europeo dell’11 e 12 dicembre 2008, si dice che l’UE è pienamente impegnata nel processo di Annapolis. Se le cose stanno così, allora non c’è da ben sperare dato che ad Annapolis si è consumata poco più che una messinscena che doveva dare l’impressione che almeno George W. Bush avesse provato a fare qualcosa nel corso del suo mandato. Né gli israeliani, né i palestinesi mostrano la minima fiducia in questo processo e d’altronde tutti gli obiettivi che esso aveva fissato sono stati ampiamente disattesi. L’obiettivo fissato da Bush era di voler arrivare alla creazione di uno stato per i palestinesi entro il 2008, ma forse mentre lo diceva non ci credeva neanche lui, e difatti il 2008 ha portato solo un altro confronto armato. A tutti è evidente la situazione creatasi sul terreno. Illuminante a tal proposito un’analisi di Lucio Caracciolo, direttore di Limes (rivista italiana di geopolitica), rilasciata in un’intervista al TG3, secondo cui al momento le situazioni di fatto createsi sul terreno (allargamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, barriera di separazione, aumento dei blocchi e dei check points), ma anche la divisione politica e territoriale che si è creata nel campo palestinese, non lasciano alcuna speranza alla creazione di uno stato palestinese. Israele ha scelto una strategia di gestione della crisi, con momenti di bassa tensione e di alta tensione, come quello attuale. Solo Israele, e limitatamente l’influenza statunitense, possono decidere di dare una svolta alla situazione. La diplomazia internazionale è molto debole e si affanna a dare l’impressione di star facendo qualcosa, ma al massimo può arrivare a far stipulare l’ennesima tregua che prima o poi verrà violata. In questo quadro è probabile che fra il Giordano ed il mare ci sarà un solo stato, Israele, con accanto una serie di territori senza contiguità e con una limitata autonomia.
La crisi attuale è il simbolo dell’impotenza della comunità internazionale. L’UE ambiva a passare da un ruolo di payer a quello di player. Non sembra esserci riuscita, anzi la sua posizione sembra essersi indebolita negli ultimi anni. Pur in questo quadro piuttosto disarmante, lodevole è stata l’iniziativa di Sarkozy, il quale, constatata l’impasse, ha deciso di portare avanti un’iniziativa personale per la tregua. Gli altri leader europei sono sembrati accodarsi non per convinzione della bontà dell’iniziativa ma perché non sapevano cos’altro fare. Ciò potrebbe funzionare per ottenere una tregua, ma è improbabile che gli altri Stati membri siano disposti a concedere questa delega in bianco alla Francia quando si tratterà di concepire una vera politica comune per il Medio Oriente. È più probabile che si ricada nelle divisioni e nelle contraddizioni. Un quadro fosco, forse pessimista, ma è necessario prima di tutto un’analisi realista della situazione. Altrimenti si continuerà a ragionare su ipotesi di soluzione costruite su una realtà inesistente. Un’analisi che deve coinvolgere anche il ruolo dell’UE che altrimenti continuerà a suscitare aspettative che non può soddisfare.


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