Nelle scorse settimane, con sospetto tempismo, alcuni hacker hanno diffuso nella rete le conversazioni private tra i climatologi più influenti del momento. A ciò è seguita una polemica sul presunto ostracismo, da parte della comunità scientifica internazionale, verso gli studiosi “dissidenti” ; ovvero coloro che non concordano con la teoria del cambiamento climatico indotto dall’uomo. Il valore di queste polemiche, riportate anche da prestigiose testate come il “Wall Street Journal”, ci pare minimo. I risultati del vertice di Copenhagen, infatti, si baseranno su una complessa rete di interessi, incentivi e disincentivi politici ed economici più che su dispute scientifiche. Logiche machiavelliche e realpolitiche, quindi, ne decideranno l’esito. Non la paura che i ghiacciai si sciolgano. Venendo alla sostanza, dunque, crediamo che chi sta dalla parte della crescita sostenibile e della lotta al cambiamento climatico abbia oggi una serie di argomenti molto forti. Tra questi, il nobile “salviamo-l’orso-polare” si posiziona decisamente fra gli ultimi.
Primo argomento forte : c’è da stabilizzare l’uscita dalla crisi economica. La crisi ha già indotto gran parte dei governi occidentali ad investire nel settore R&S (Ricerca e Sviluppo), in particolare nell’ambito delle energie rinnovabili. Barack Obama prevede di stanziare nel budget 2010 3.5 miliardi di dollari per il Dipartimento dell’Energia, altri 3 miliardi per la National Science Foundation e 830 milioni per la National Oceanic and Atmosferic Administration. Queste cifre fanno parte di un piano di sovvenzioni alla ricerca che ammonta a 142 miliardi di dollari, oltre ai 162 già iniettati nel sistema statunitense durante il 2009. Con i fondi per la ricerca e per le energie rinnovabili l’economia gira anche in tempi di crisi.
L’Europa, con la strategia di Lisbona, si è data l’obiettivo di spendere in R&S il 3% del PIL entro il 2010 : siamo ora fermi ad uno stagnante 1,85%, ma le istituzioni europee stanno già scrivendo una strategia “EU 2020” che può e deve promettere di meglio.
Secondo argomento buono : l’indipendenza energetica. Agli USA non piace dipendere dal Medioriente per far girare i suoi SUV. E all’Europa non piace imbarcarsi, ogni autunno, in negoziati molto complessi con la Russia per garantirsi gli approvvigionamenti di gas.
Come racconta la storia recente delle relazioni internazionali – dalla guerra in Iraq alla crisi con Abkhazia e Ossezia del Sud – la questione energetica ha ampie e significative ricadute dal punto di vista geopolitico.
Ma il problema non se lo sono posto solo USA ed UE. In Giappone, addirittura, hanno preso così seriamente lo shock petrolifero degli anni ’70 che, da allora, investono in maniera massiccia nelle tecnologie per l’ambiente. Il loro risultato ? Molto buono : i motori ibridi (che fanno risparmiare il 50% sul pieno) li hanno inventati e li esportano loro. Così come le cellule fotovoltaiche a più alto rendimento, nella cui produzione i Giapponesi sono leader e con le quali stanno facendo parecchi ricavi. Nota a margine : il loro target è di ridurre del 25% le emissioni entro il 2020. Addirittura meglio del benchmark europeo contenuto nel pacchetto clima.
Terzo argomento : l’economia verde è una maniera concreta di creare nuovi mercati (e fare soldi). Dominique Nora, giornalista francese, nel suo libro Les pionniers de l’or vert (I pionieri dell’oro verde, ndr) sostiene che il laboratorio mondiale sulle energie di nuova generazione sta nella Silicon Valley. Ma non si occupavano di creare chip e siti internet bizzarri ? “Tutto il sistema Silicon Valley – spiega Nora in un’intervista a Le Monde – si è messa a servizio di quella che ha capito essere la nuova frontiera del capitalismo : le energie rinnovabili, il risparmio energetico, le reti e la tecnologia intelligente”.
Non a caso, infatti, anche in Europa proprio gli operatori di telefonia fissa e mobile si sono mobilitati su questo tema. In uno studio promosso nel 2008 dall’ETNO (Europe’s telecoms and electronic communications operators), si calcola che un pieno utilizzo delle ICT può ridurre le emissioni di gas serra fino a quasi 8 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2020. E ciò tramite un investimento nelle reti di comunicazione che consenta di ripensare, almeno in parte, la nostra maniera di lavorare, apprendere, viaggiare e produrre. Vuoi vedere, insomma, che il capitalismo per sopravvivere ha bisogno di diventare verde ?
L’Unione europea, che ha lanciato nelle scorse settimane la consultazione per la strategia EU 2020, ha forse metabolizzato questo discorso. L’intenzione, a quanto si legge nei documenti della Commissione, è quella di creare “una nuova economia sociale di mercato che sia sostenibile, più intelligente e verde, dove la crescita derivi dall’innovazione”.
Il percorso è quello giusto, la scelta è quasi obbligata : industria e ONG aspettano segnali concreti nel bilancio e nelle politiche.
Alla fine, infatti, con un po’ di disincanto machiavellico, possiamo dire che le alleanze più solide e utili per chi vuole lottare contro il cambiamento climatico stanno proprio nell’industria.
Il settore delle ICT e delle telecomunicazioni, i produttori di pannelli fotovoltaici, le case automobilistiche nipponiche che vendono motori ibridi e quelle europee che cercano di vendere utilitarie in California : questi sono alcuni degli attori che – sul cambiamento climatico – hanno interessi compatibili. L’importante è esserne consapevoli e far leva su alleanze ed argomenti giusti. Ovvero quelli che portano al risultato. L’orso polare ringrazierà.
(Foto : Goandgo per Flickr.com)
Fonti :
Commissione europea, Consulation on the future EU 2020 Strategy, COM (2009) 647/3, Novembre 2009
Riccardi Ferdinando, Il trittico clima-popolazione-lotta alla fame pone il problema del posto dell’umanità al mondo, Bulletin Quotidien Europe, 27.11.2009
Antoine Reverchon et alii, Les politiques d’innovation cherchent un nuveau élan in Le Monde – Dossier economie, 24.11.2009
Dyer and Harvey, China sets targets for greenhouse emissions, Financial Times, p.6, 27.11.2009
Al Gore and David Blood, Time is up for short-term capitalism, Financial Times, p.22, 27.11.2009
Johnson Keith, Climate emails show scientists’ strains, The Wall Street Journal, p.3, 23.11.2009


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Realpolitik in Copenhagen

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