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La seconda volta di Barroso

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Via libera del PE al secondo mandato del politico portoghese tra ombre e perplessità

L’assemblea europea ha infine dato semaforo verde alla rielezione di Barroso alla presidenza della Commissione Europea. Eredità e prospettive di un presidente vicino alle esigenze degli Stati e lontano da quelle di un’Europa alla disperata ricerca di unità e leadership.


Habemus Papam. La profezia del secondo mandato Barroso, sebbene leggermente differita da qualche disguido istituzionale e un’infilata di capricci politici rivelatisi dopo tutto ininfluenti, si è compiuta senza particolari variazioni di copione sul proscenio del Parlamento Europeo. Il quale, riunito in formazione plenaria a Strasburgo, ha vidimato la rielezione dell’ex primo ministro portoghese alla guida della Commissione Europea questo mercoledi 16 settembre.

Non è certo l’exploit di consensi trasversali in cui pure Barroso confidava sino all’ultimo momento, avendo presentato nei giorni precedenti al voto una piattaforma programmatica per il secondo quinquennio che, nel solco della specchiata (e molto criticata) attitudine alla mediazione propria all’attività politica e istituzionale del personaggio in questione, tentava con contenuti piuttosto vaghi di conciliare le preoccupazioni sociali della sinistra moderata con le pretese di stampo economico dei Liberal-democratici, il tutto su uno sfondo doverosamente conservatore, lo spazio ideologico abitato dai Popolari Europei a cui egli stesso e il suo partito appartengono. Al contrario, il Parlamento Europeo si è diviso sulla rielezione dell’attuale presidente dell’esecutivo europeo.

Scontato l’appoggio dei Popolari e del gruppo euroscettico moderato dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR), si è aggiunto infine il sostegno dei Liberal-democratici (ALDE), a suo tempo feroci critici del politico portoghese, ma all’ultimo momento persuasisi della necessità di assicurarne la rielezione dall’assenza di alternative realistiche, ancor di più dalle poltrone e dagli incarichi offertigli come contropartita. Le 382 preferenze positive, laddove si votava a maggioranza semplice, sono comunque bastate. I Socialisti del S&D dal canto loro, poco coesi e incapaci nei mesi scorsi di indicare un altro candidato, hanno scelto la comoda via dell’astensione (sebbene svariati eurodeputati abbiano infine votato a favore). Sotto le insegne dei contrari si sono quindi ritrovati i Verdi di Cohn-Bendit, la Sinistra Unitaria Europea e il gruppo di destra Libertà e Democrazia (219 voti), molti meno deputati di quanto previsto o sperato da molti. Numeri a parte, il Barroso II è ormai una realtà, quali che siano e saranno le conseguenze per l’Europa di questa controversa scelta istituzionale. Quale che sia il futuro di un disegno politico che, a più di cinquant’anni dal suo ambizioso battesimo, brancola oggigiorno nel buio di una profonda crisi di prospettive e intenti, nonché in caduta libera sul piano della popolarità.

Miracolato da Bruxelles

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In attesa del voto

Fonte : servizio audiovisivo della Commissione Europea

Eppure la carriera politica di José Manuel, dell’ex studente maoista transitato sin dal 1980 nell’orbita PSD, il Partito Social-democratico portoghese (social-democratico solo di nome, dato il suo irreprensibile pedigree conservatore), appena pochi anni fa sembrava segnata. Già Ministro degli Esteri negli anni Novanta, successivamente assurto alla massima carica del proprio partito, Barroso è nominato primo ministro del paese nel 2002 sulla scorta di una semiplebiscitaria vittoria alle elezioni politiche, più ascrivibile ai demeriti dell’uscente governo socialista che alla effettiva qualità delle proposte politiche formulate dal PSD in campagna. Le malconce finanze portoghesi necessitano all’epoca di una cura fiscale e più in generale economica rapida quanto risoluta. Barroso accetta l’improba incombenza di ridurre il deficit dal 6 al 3%, riallinearlo cioè ai parametri di Maastricht, e lavora in maniera indefessa per centrare l’obiettivo. Ma il discutibile dispositivo di tagli messo in moto dal suo governo non solo diffonde il malcontento in larghi strati della popolazione, di più si rivela del tutto inefficace.

L’indubbia insolvenza della gestione Barroso, evidente a tutti quando nel 2004 il suo nome entra furtivamente nella rosa dei papabili a presiedere la Commissione Europea, si estende anche alla politica estera. L’appoggio alla guerra in Iraq, garantito dal Portogallo contro il volere di un’opinione pubblica nazionale assai scettica e simboleggiato dalla presenza del primo ministro a fianco di Blair, Bush e Aznar nel corso della ormai notoria riunione delle Azzorre, riluce come una lettera scarlatta sulla sua credibilità all’estero, specialmente in un’Europa largamente contraria all’invasione. Su questo sfondo poco promettente, la chiamata da Bruxelles arriva per Barroso con salvifica tempestività, evitandogli per un pelo l’umiliazione subita dai Social-democratici in occasione di una nuova tornata elettorale generale indetta a poche settimane dalla nomina.

Il come e il perché un oscuro e impopolare politico portoghese sia stato scelto dai capi di stato comunitari per guidare la Commissione è storia nota a tutti. Il candidato forte e al tempo più blasonato, il primo ministro belga Guy Verhofstadt, faceva orrore alla Gran Bretagna in ragione delle sue note convinzioni federaliste. Barroso, (contro)proposto al tavolo dei negoziati dall’amico Blair, è al contrario una figura priva di etichette di sorta, almeno per quello che riguarda la sua posizione verso l’UE, una figura di basso profilo, abbastanza da persuadere l’asse franco-tedesco a dare il proprio nulla osta alla nomina per scansare ulteriori grane e litigi. Un uomo di compromesso insomma, come lo era stato in altri tempi Santer.

Un bilancio poco lusinghiero

Jean Quatremar, corrispondente a Bruxelles per il quotidiano francese Liberation e influente blogger sulla piazza comunitaria, lo aveva scritto tra il serio e il faceto in tempi ancora non sospetti : è lo stesso doppio cognome del presidente della Commissione, vale a dire Durao Barroso, a offrire un puntuale paradigma alla sua attività politica. « Durao » sta in idioma lusitano per « duro », « forte », attributo senz’altro appropriato a catturare l’ambizione e la perseveranza del politico, capacità esemplificate dagli sforzi profusi nel cercare di ottenere il secondo mandato. « Barroso », al contrario, è traducibile con « argilloso », dunque « malleabile ». E malleabile senz’ombra di dubbio è stata la condotta istituzionale della Commissione Barroso, più impegnata a secondare, e al limite conciliare, le singole e faziose esigenze degli Stati membri che a esercitare il tradizionale ruolo propulsivo e innovatore proprio all’esecutivo europeo.

E’ compito troppo temerario, ancorché smisurato per questa sede, offrire un affresco sufficientemente particolareggiato dei (pochi) successi e dei (tanti) fallimenti che hanno scandito la biografia del primo quinquennio Barroso. Vale la pena dire a titolo di premessa che questa commissione verrà ricordata anche e soprattutto per una certa velata indolenza legislativa, una verità quest’ultima comprovata dalla drastica riduzione numerica di testi prodotti rispetto ad esempio al dinamismo dell’era Prodi. Con poche meritevoli eccezioni, l’intero collegio di commissari ha tenuto un profilo nettamente basso e fedele alla linea morbida e arrendevole dettata dal suo presidente. Certamente Barroso ha officiato, e alacremente lavorato allo storico accordo stretto dagli Stati membri per ridurre le emissioni di gas serra in Europa del 20% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020. E d’indubbio valore è il sostegno offerto dall’esecutivo alla promozione e diffusione delle energie rinnovabili (grazie all’omonima direttiva), a dimostrazione di una moderata sensibilità per le tematiche ambientali. Ancora più rimarchevoli, vera punta di diamante del suo primo mandato, sono i conseguimenti del politico portoghese in materia di mercato interno e protezione dei consumatori – tra di essi le nuove regole introdotte per il roaming telefonico o la direttiva servizi – in limpida coerenza con il proprio ferreo credo liberista. Senza precedenti è stato inoltre l’attacco lanciato ai monopoli economici dal Commissario alla Concorrenza Neelie Kroes.

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Quale Europa con il secondo mandato Barroso ?

Fonte : servizio audiovisivo della Commissione Europea

La lista dei fallimenti o, per essere più precisi, delle omissioni del collegio Barroso è tuttavia ben più lunga e articolata, macchiata di ombre e gravi colpe. La mancata liberalizzazione del mercato energetico, il definitivo fallimento della strategia di Lisbona, i balbettii sull’immigrazione, e ancora e soprattutto il responso sbiadito e prono al volere degli Stati nei confronti della crisi economica figurano tra i principali vulnus del primo mandato. Barroso ha sistematicamente trascurato le problematiche sociali, già sollevate dagli effetti collaterali della globalizzazione e poi impostesi con drammaticità all’attualità europea con l’ondata recessiva proveniente dagli Stati Uniti ; ha fatto orecchie da mercante al cospetto di un rapido e preoccupante incremento del trasporto su strada e ancor di più aereo poco compatibile con le ambizioni ambientaliste del 20-20-20 ; ha preferito la comoda via del silenzio o dell’inazione sui diritti umani. Una perfomance politica così infelice ha nel corso del tempo rinfoltito in misura sproporzionata i ranghi dei critici il cui spettro include in egual misura deputati europei, stakeholders, ONG, società civile ; ha infine e soprattutto originato un movimento di opinione contrario alla rielezione tanto attivo quanto categorico.

Fuori le mura di Bruxelles tuttavia, nei circoli di potere nazionali, l’ex primo ministro lusitano è considerato sotto una luce ben diversa. Invero il suo scrupoloso pragmatismo politico, nutrendosi di compromessi e inerzia, ha sempre fatto comodo agli Stati membri (soprattutto i più grandi) non fosse perché lascia più spazio alle negoziazioni intergovernative sull’attività più propriamente sovranazionale. Non a caso il voto del Consiglio Europeo di giugno sul secondo mandato di Barroso, prima tappa verso la nomina ufficiale, ha goduto del beneficio dell’unanimità. Ciò che – è bene puntualizzarlo – non corrisponde a un automatico attestato di stima professionale, se si pensa che sia Nicholas Sarkozy che Angela Merkel hanno in più occasioni lasciato trapelare giudizi tutt’altro che lusinghieri verso il politico portoghese, ma ha più che vedere con un mero calcolo utilitaristico. Barroso è in campagna per la propria rielezione da almeno due anni e, al netto delle ripetute critiche nei suoi confronti, ha speso tutto il suo capitale politico e anche personale nel persuadere i capi di stato a confermarlo, qui promettendo portafogli, là non intervenendo verso patenti violazioni del diritto comunitario e via proseguendo. Una strategia che ha pagato. Ma che, purtroppo, ha enormemente minato il prestigio e l’influenza della Commissione Europea.

Un futuro incerto

Quale lezione si può tirare dal primo mandato Barroso e quali scenari incombono dietro la sua seconda volta al timone della Commissione Europea ? L’Europa degli ultimi cinque anni ha dovuto fronteggiare il prepotente emergere di vecchie e nuove vertenze politiche : dalla globalizzazione alla sicurezza energetica, passando per l’immigrazione e l’ambiente. Le sfide in tal senso poste al nostro continente, i rischi e i pericoli a esse incatenati, avrebbero richiesto da parte dell’UE una risposta chiara e univoca, quanto ferma e intraprendente, a fortiori su uno sfondo geopolitico in costante mutamento e contrassegnato dalla protervia avanzata di nuovi potenti attori, su di tutti Cina, India e Brasile. In particolare, come già accaduto in passato, alla Commissione sarebbe spettato proprio il ruolo, lo stesso immaginato in embrione da Jean Monet, di (pro)motore e coordinatore consapevole di un approccio audace e perciò stesso realmente prospettivista e progressista alle suddette questioni. In altre parole l’esecutivo comunitario avrebbe potuto e dovuto mettere il proprio potere, la propria influenza e soprattutto le proprie competenze al servizio della risoluzione di problematiche da cui dipende in buona parte il futuro benessere e la credibilità del continente. Liberalizzare il mercato dell’energia, tanto per fare un esempio, allevierebbe sul lungo termine la dipendenza europea da paesi produttori terzi con tutte le conseguenze economiche e politiche che ciò implica. L’ultima parola nella catena di comando compete certamente agli Stati membri e in misura minore al Parlamento, ma possedere l’iniziativa legislativa è e rimane una prerogativa che dà alla Commissione un’importante leva di potere. Barroso e i suoi colleghi hanno largamente rinunciato ad assumere questa responsabilità, a provare cioè a dirigere un’orchestra di 27 strumenti nel tentativo, non facile, di fargli suonare la stessa melodia. L’ex primo ministro portoghese ha insomma scelto di privilegiare le pulsioni particolaristiche dei vari paesi, in un’ottica di perpetuo compromesso, sull’unità d’intenti in un’Europa alla disperata ricerca di leadership. E l’UE porterà a lungo addosso le conseguenze di questa opzione.

(Foto logo : servizio audiovisivo della Commissione Europea)


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Agostino
22 septembre 2009
00:21
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condivido pienamente le conclusioni e le previsioni. e anche per quanto riguarda il deficitario bilancio della prima presidenza Barroso mi sembra difficile obiettare qualcosa : è la pura verità e come tale va assunta.

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