Prima e durante il voto
La fase precedente al voto è stata caratterizzata dalla discussione sulla legge elettorale. Un dibattito che si è tutto concentrato sulla necessità di semplificazione del quadro politico. Un risultato invero già ottenuto a livello nazionale con l’applicazione di una soglia di sbarramento al 4% nella legge elettorale per il Parlamento italiano. Si è deciso di applicare un’analoga soglia anche al Parlamento Europeo sfruttando i margini offerti dalla legge elettorale europea che consentono una soglia di sbarramento fino al 5%. Il risultato è stato l’esclusione dal Parlamento di Strasburgo dei cosiddetti piccoli partiti. Realtà politiche importanti come i comunisti, seppur atomizzati in diverse sigle, i radicali, i verdi, i socialisti, la destra estrema non avranno una rappresentanza parlamentare a livello europeo. Questi partiti hanno raccolto messi insieme circa il 14% dei voti a livello nazionale. I rappresentanti di questi partiti inoltre avevano sempre dimostrato un certo attivismo in seno al PE, e ricoperto spesso ruoli istituzionali importanti. Basta ricordare che un esponente del Partito Comunista, Luisa Morgantini, è stata Vice Presidente del PE nella scorsa legislatura. La legge elettorale con soglia di sbarramento è stata fortemente sostenuta dai due partiti maggiori, il PD e il PdL, sulla base delle considerazioni menzionante in precedenza, riguardanti la volontà di semplificazione del panorama politico, che hanno raccolto un vasto favore tra i cittadini. Tuttavia vale la pena chiedersi se in seno al Parlamento Europeo considerazioni di questo genere abbiano una propria ragion d’essere.
Il PE è essenzialmente un’arena di rappresentanza dei popoli europei, non esprime un governo, ed al suo interno non ha una dialettica assimilabile a quella maggioranza-opposizione come nei parlamenti nazionali. Ha senso voler ridurre la rappresentanza e non dare modo a quelle istanze politiche portate avanti dai partiti più piccoli di avere una voce nel Parlamento europeo ? In una prospettiva di rappresentanza degli interessi non dello stato italiano, ma dei cittadini italiani, due concetti a mio parere non sempre coincidenti, che senso ha questa semplificazione ? Oppure piuttosto che di semplificazione si può parlare di contrazione della rappresentanza ?
Una conseguenza di questa “semplificazione” sarà l’assenza di parlamentari italiani in due gruppi numericamente consistenti come i Verdi, che a livello europeo hanno ottenuto un grande successo, ed il GUE/NGL (la sinistra europea). E dato che i gruppi parlamentari europei sono istanze in cui si negoziano posizioni comuni tra le delegazioni nazionali, in seno a questi due gruppi mancherà la rappresentanza degli interessi italiani. Questa legge elettorale e le conseguenze che essa ha prodotto non sembrano quindi andare nella direzione di colmare il gap tra arena politica nazionale ed arena politica europea.
Per ciò che concerne la fase di campagna elettorale è diventato ormai una sorta di luogo comune l’affermazione secondo cui nelle campagne per le elezioni europee, non si parla di temi europei. In realtà non sembra questa la ragione dell’allontanamento degli elettori dalle urne. Probabilmente se si parlasse di più di temi europei ci sarebbero ancora meno votanti. L’amara verità è che non esistendo partiti politici europei le campagne nazionali non possono che essere concentrate su temi nazionali. I primi avversari della nascita di vere formazioni politiche europee sono i partiti nazionali stessi, che dovrebbero in questo modo certificare il loro declino. Sembra improbabile, ed anche piuttosto artificioso che si parli improvvisamente di quello che succede in Europa prima delle elezioni europee, quando manca completamente il dibattito quotidiano su questi temi. Come appare artificioso che debba essere il Parlamento Europeo a dover organizzare una campagna di comunicazione per spingere gli elettori al voto, e spiegare loro cosa si decide a Strasburgo e a Bruxelles. Compito questo che toccherebbe ai partiti sulla base della contrapposizione di programmi alternativi.

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Il logo della campagna promossa dal PE per incoraggiare l’affluenza alle urne (fonte : Parlamento Europeo).
Questo tipo di campagna è apparsa fin dall’inizio una strategia di riduzione del danno. In realtà ben pochi addetti ai lavori speravano che ottenesse il risultato di risollevare le percentuali di voto. La flessione c’è stata seppur di poco. Si è passati dal 45,47% del 2004 al 43% a livello europeo e dal 71,72% al 65,05 in Italia. Ma a mio avviso non è nei risultati della partecipazione elettorale che si misura la distanza tra sfera politica nazionale e sfera politica europea. In realtà le percentuali di voto potrebbero essere più alte laddove il dibattito tra le forze politiche è più radicalizzato sulla base di temi nazionali.
Uno spazio ristretto di dibattito
La manifestazione più evidente della distanza sta nel momento successivo alle elezioni. In Italia chiuse le urne non è decollato il dibattito sulle conseguenze che avrà a livello europeo la nuova composizione del PE, i nuovi eletti rimasti sulla scena per settimane prima delle elezioni si sono eclissati. Non è dato sapere quale sia la loro posizione sulla probabile riconferma di Barroso a capo della Commissione Europea, né sulle sfide che attendono l’Europa nei prossimi 5 anni. Di questi temi, di conseguenza, non si discuterà mai nelle sfere pubbliche nazionali. Tali tematiche continueranno ad essere dibattute in uno spazio ristretto, per addetti ai lavori. Un tempo si sarebbe definito questo spazio élitario. L’aggettivo non ha necessariamente una connotazione negativa. Si tratta piuttosto della constatazione che la gran massa dei cittadini, in Italia come nel resto d’Europa, non partecipa a questo dibattito, o forse non sa neanche che esso è in corso.
Il mito del deficit democratico : vecchi e nuovi strumenti di interazione tra le due sfere
Tutto ciò non deriva dalla mancanza di strumenti di partecipazione, il mito del deficit democratico non sembra reggere. Piuttosto si tratta dalla mancata percezione dell’Unione Europea come entità politica sovranazionale a pieno titolo. Il Parlamento europeo dovrebbe essere la vera catena di collegamento tra sfera politica nazionale e sfera politica europea, ma non è mai riuscito ad adempiere a questo ruolo, non è mai stato percepito come il Parlamento dei cittadini europei. Questi preferiscono affidare la rappresentanza dei propri interessi ai governi, i cui esponenti, che sono pur sempre rappresentanti democraticamente designati, fanno tuttavia riferimento ad una sfera politica essenzialmente nazionale.
Altro soggetto di raccordo tra la sfera politica nazionale e quella europea potrebbe essere il Commissario designato da ciascun paese in seno alla Commissione Europea. A questo proposito sarebbe auspicabile che il governo italiano designasse una personalità dall’alto profilo politico, che possa rappresentare per i cittadini una figura di riferimento a livello europeo. Senza tuttavia dimenticare che se entrasse in vigore il trattato di Lisbona non tutti gli stati avrebbero un proprio commissario, il che potrebbe comportare l’assenza per alcuni stati proprio di questa figura di raccordo.
Sempre riguardo alla futura entrata in vigore del nuovo trattato una nuova norma in esso contenuta potrebbe costituire un ulteriore fattore di contatto tra sfera politica nazionale e sfera politica europea. Si tratta del ruolo riconosciuto ai parlamenti nazionali come guardiani del principio di sussidiarietà (che prevede che si possano intraprendere azioni a livello comunitario solo in quei settori in cui i livelli nazionali non possano efficacemente intervenire ; NdR), il cosiddetto “freno di emergenza” che essi potranno tirare in caso un terzo dei parlamenti nazionali riscontri una violazione di questo principio in una proposta di normativa europea avanzata dalla Commissione, obbligando quest’ultima a rivederla. Ma naturalmente gli effetti di questo meccanismo si potranno verificare solo nella pratica. Occorrerà vedere quanto il Parlamento italiano sarà interessato al suo utilizzo, oppure se preferirà lasciare la rappresentanza degli interessi nazionali al governo in seno al Consiglio dei Ministri dell’UE.
Diverse soluzioni sono state ipotizzate per garantire una maggiore attenzione dei cittadini alla sfera politica europea. Due tra le tante, la presenza sulle schede dei simboli dei partiti europei e l’indicazione preventiva dei candidati a presidente della Commissione Europea. Evidentemente nessuna di queste è garanzia di risultato, ed andrebbero solo ad aggiungere qualcosa ai meccanismi di designazione dei rappresentanti istituzionali. In realtà non si tratta di reinventare la ruota, gli strumenti di raccordo la le due sfere già ci sono, e sono rappresentati dalle stesse istituzioni già esistenti. Piuttosto occorrerebbe ridare dignità a queste istituzioni facendo uscire dalla ristretta sfera politica europea il dibattito sul futuro dell’Unione, portandolo dentro le sfere politiche nazionali. Naturalmente questo è un compito che spetta agli attori politici nazionali. Il discorso è particolarmente valido per l’Italia, dove negli ultimi tempi preoccupanti segnali di disillusione verso il processo di integrazione europea si stanno facendo avanti, al di là di quello che è stato l’esito della competizione elettorale del 6-7 giugno.
(Fonte logo : Parlamento europeo, su www.flickr.com)


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