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La teoria federalista e l’europeizzazione : critica e possibili innesti - Parte II

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Al fine di risolvere i problemi rimasti aperti nella pur avanzata teorizzazione di Beck e Grande occorre integrare la loro prospettiva con un’altra che garantisca una più forte tenuta sotto il profilo istituzionale, democratico e strategico.


Dove interviene il federalismo : sovranità, democrazia e costituzionalizzazione

Tenuto conto di quanto presente oggi sul piano della proposta politica ed intellettuale, le caratteristiche migliori per realizzare tale innesto virtuoso risultano essere quelle della teoria federalista, intesa come specifica prospettiva d’integrazione volta a realizzare nel cuore della complessa realtà politica europea un sistema politico federale di portata continentale e sovranazionale avente le seguenti peculiarità istituzionali : un’organizzazione politica in cui “le funzioni di governo sono divise in modo tale che la relazione tra il corpo legislativo la cui autorità si esercita su tutto il territorio e i corpi legislativi la cui autorità si esercita su parti di territorio non è una relazione tra superiore e inferiore… bensì una relazione tra partners coordinati nel processo di governo. In un governo federale vi è una divisione delle funzioni di governo tra un’autorità, generalmente chiamata governo federale, che ha il potere di regolare certe questioni per l’intero territorio, e una serie di autorità, generalmente chiamate governi degli Stati, che hanno il potere di regolare certe altre questioni per ciascuna delle parti che costituiscono il territorio…Sistema di governo federale significa perciò una divisione di funzioni tra autorità coordinate, autorità che non sono in alcun modo subordinate le une alle altre, né nell’estensione, né nell’esercizio delle funzioni loro "assegnate” [1]. Siffatta divisione di funzioni, che nel caso europeo potrebbe essere realizzata mediante un modello cooperativo [2], si stabilirebbe attraverso una carta costituzionale che - oltre a delineare una procedura di revisione della stessa fondata sulla rappresentanza ed il suffragio dei cittadini europei in quanto tali [3] - fondi una nuova sovranità [4] dei cittadini dell’Unione da esercitarsi, sulla base dei dettami della costituzione stessa, attraverso i diversi livelli di governo della federazione. Tale esercizio differenziato (tutelato da una apposita Corte di giustizia in base al dettato della Carta costituzionale) garantirebbe la tutela delle singole differenze nazionali [5] senza pregiudicare la capacità di azione comune in ambiti decisivi quali la politica estera e di difesa e la politica economica, ambiti nei quali è inutile pensare ad una qualsiasi efficacia senza la creazione di una nuova sovranità meta-nazionale (e questo resterà valido fino a quando non si troverà un adeguato sostituto del concetto di sovranità [6] che non implichi per il nomos europeo il ritorno alla fase pre-sovrana medioevale [7], un’esiziale stasi nella moderna fase poli-sovrana [8] o l’accettazione di una fase post-sovrana in cui la politica stessa muore dissolta nella molteplicità dei livelli funzionali [9]). Altresì nascerebbe, con la costituzione federale, un nuovo sistema democratico sovranazionale dotato di maggior “responsività” (data da una nuova ripartizione di competenze – e di risorse - capace di rispondere in maniera migliore [10] alle sfide glocali della temperie contemporanea), implicante per i cittadini la nascita di un nomos riflessivo al livello europeo [11] che metterebbe le basi per un progressivo ritorno dei cittadini stessi ad una deliberazione relativa alla trasformazione/regolazione cosciente (e quindi responsabile) e collettiva della “realtà” e del mondo.

In merito si ricorda come la democrazia (con le sue attuali espressioni nazionali) sia un fenomeno storico, caratterizzato da un costante divenire, la cui analisi non può limitarsi ad una singola, seppur utile, fotografia. E’ fondamentale, per prevenirne i rischi, coglierne le tendenze ed individuarne i potenziali circoli viziosi così come ci hanno insegnato i suoi più grandi studiosi, sin dai tempi di Tocqueville, incredibile profeta del mondo odierno [12]. Orbene, quali tendenze possono emergere da un’analisi delle democrazie nella temperie contemporanea ? In esse l’uscita di scena del dibattito sulle “finalità della vita sociale” [13] ha comportato la quasi completa scomparsa dell’idea che possano esistere delle vere alternative politiche, con il conseguente svuotamento funzionalistico – che riduce la politica ad amministrazione – dei programmi dei partiti politici ed il progressivo impoverimento descrittivo/orientativo di concetti quali quelli di destra e sinistra [14].

Da tale riduzione sostanziale e percettiva dello spettro politico deriva un rischio notevole per la sopravvivenza stessa della democrazia tenuto conto del fatto che - come scriveva Bobbio - per avere una democrazia gli elettori devono essere messi di fronte ad “alternative reali” [15]. Si tratta di un pericolo verso il quale si marcia quotidianamente, tenuto conto del progressivo peggioramento tendenziale della qualità delle democrazie esistenti [16] che a sua volta, nonostante alcune dinamiche positive sul piano della “démocratie d’appropiation”. A riguardo il lavoro portato avanti da Pierre Rosanvallon è di notevole interesse [17], si traduce in una sempre più bassa partecipazione alla vita elettorale e democratica da parte dei cittadini. A siffatto “circolo vizioso della democrazia”, ormai istauratosi, contribuisce l’incapacità dell’uomo contemporaneo di fronteggiare democraticamente una politica che diviene sempre più complessa : nella seconda metà del XX secolo la politica ha esteso enormemente il suo ambito d’azione, toccando ogni aspetto della vita umana, ivi compreso il problema, prima inesistente, della potenziale distruzione della specie umana in quanto tale (mediante le armi nucleari) [18]. Per rispondere all’estensione del suo raggio d’azione – tenendo conto del fallimento dell’opzione totalitaria - la politica si è frammentata, ricercando una soluzione su base settoriale e tecnica ad ogni singolo problema ad essa connesso : i livelli funzionali della vita politica si sono così moltiplicati (aumentando e sviluppando le reciproche interdipendenze) sfuggendo al controllo di un’opinione pubblica che, rimasta chiusa nel mono-livello nazionale, inizia proprio oggi a manifestarsi, sia pur timidamente, sotto forma trasnazionale [19].

La sfera pubblica nazionale, ancora prevalente, non è uno spazio sufficiente per discutere democraticamente attorno a molte di queste tematiche che coinvolgono gli interessi di potenziali pubblici transnazionali o metanazionali ; altresì, in essa, la priorità è dettata dall’agenda nazionale che tende a far passare in secondo piano tutto quello che avviene nei meta-livelli (e, a volte, negli infra-livelli) della politica, che sono proprio quelli in cui spesso si assumono decisioni di rilevanza fondamentale per gli stessi contesti nazionali. Ciò che avviene in questi livelli viene quindi distorto, marginalizzato o estromesso dal dibattito, con la conseguente mancata creazione di opinioni pubbliche sufficientemente strutturate e radicate – fondamento di ogni scelta politica democratica – attorno a buona parte delle policies da essi prodotte, che finiscono, il più delle volte, per passare agli occhi del cittadino medio come problematiche tecnico-burocratiche prive di sostanza politica. Di fronte a tale fenomeno è importante sottolineare come ogni questione di rilevanza pubblica [20], lungi dall’essere meramente una problematica tecnica, ha un aspetto politico [21] , senza per questo ridursi esclusivamente ad una istanza politica (e quindi conservando, come condizione necessaria ma non sufficiente per la propria risoluzione, la presenza di un expertise). Ed ogni questione politica implica, per il livello a cui viene posta, una scelta che può essere democratica o non democratica. In tal senso è possibile affermare che l’integrazione europea ha manifestato nel corso della sua storia l’esigenza di uscire – secondo quanto voluto dai suoi stessi pionieri – dalla mera dimensione funzionale per aprirsi ad una compiuta integrazione politica e democratica. Ma il percorso di democratizzazione dell’Unione è appena all’inizio : il fatto che, nonostante i progressi realizzati in senso democratico nel corso del processo d’integrazione europea [22], non sia ancora rinvenibile un’opinione pubblica europea fa comprendere come sia difficile rendere pienamente democratico il livello di decisione europeo [23], aprendolo ai cittadini europei - ad oggi esistenti solo in quanto cittadini di uno stato nazione dell’Unione [24]- ed ancora privi, in quanto tali, di quel potere riflessivo che, secondo attenta analisi di Bohman sovracitata, caratterizza ogni autentica democrazia. Siffatto mancato completamento della democratizzazione al livello europeo si incontra con la crisi delle alternative politiche al livello nazionale alimentando quel “circolo vizioso della democrazia” che si è testè cercato di sbozzare, con il conseguente e sempre più marcato distacco tra la classe politica ed il resto della società [25]. A riguardo è importante considerare come il federalismo, applicato su scala europea, rappresenti un importante strumento per spezzare la spirale negativa in cui appaiono imprigionate le democrazie contemporanee. Esso, ad esempio, grazie alla riorganizzazione del potere su base costituzionale riaprirebbe, con la creazione di un forte livello sovranazionale, lo spazio per una discussione su una politica a carattere mondiale, cosa assolutamente impossibile nell’attuale assetto che vede vigente, con la sovranità dei singoli stati nazione, una condizione di sostanziale impotenza dell’Europa sul piano internazionale (che spesso si traduce in un’esiziale irresponsabilità degli europei nei confronti della tenuta e della riorganizzazione dello stesso sistema internazionale). Inoltre avendo riorganizzato il carico di lavoro al livello nazionale e vedendo una nuova distribuzione di risorse tra i vari livelli si riaprirebbe la possibilità di portare avanti, sia su scala europea che su scala nazionale, una politica sociale di ampio respiro [26] , che a sua volta comporterebbe una rinnovata discussione sui possibili modelli sociali da promuovere. Per dirla in breve : un’Unione europea riorganizzata in senso federale si doterebbe di nuovi e efficaci [27] mezzi – a tutti i livelli - i quali, a loro volta, aprirebbero nuove possibilità relative al loro utilizzo con un conseguente dibattito che, grazie al sistema democratico previsto dalla costituzione federale, stimolerebbe la creazione di nuove opinioni pubbliche relative ad ogni livello di governo. Questo sistema, rivitalizzando il confronto attorno a questioni chiave – quali, ad esempio, quelle connesse al futuro assetto politico e sociale dell’Europa e del Mondo in un epoca di sempre maggiore interdipendenza – porrebbe una parte importante delle condizioni necessarie per un ritorno del dibattito relativo alle “finalità della vita sociale” nel cuore della sfera pubblica (più precisamente, delle sfere pubbliche). Così si favorirebbe, da un lato, la rinascita di alternative politiche reali [28] e, dall’altro, si aprirebbe una discussione ed una deliberazione democratica attorno ad ogni scelta - decisioni che, nel corso della storia del XX secolo, vengono collocate al di fuori della sfera nazionale per necessità “funzionali” - indipendentemente dal livello istituzionale precipuo a cui spetterebbe. In tal senso il federalismo europeo, lungi dall’essere una formula magica o una panacea universale, porrebbe in essere alcune condizioni rilevanti per la riapertura di un “circolo virtuoso della democrazia”.

Si tratta ora di spiegare in quale modo tale approccio vada a colmare le lacune della teoria esposta nelle pagine dell’ “Europa Cosmopolita”. In merito si riprenderanno i “punti deboli” della stessa precedentemente analizzati. 1) Incapacità di individuare concretamente cosa debba essere realizzato in quanto decisivo per indirizzare l’Europa in senso Cosmopolita : il federalismo indica nel raggiungimento di una sovranità democratica meta-nazionale – non assoluta [29] - l’obiettivo strategico principale da realizzare concretamente attraverso una costituzione federale europea (sotto la forma di una singola Carta costituzionale), la quale - ma qui si entra nella tattica - potrebbe essere ottenuta, in via del tutto esemplificativa, attraverso un’Assemblea costituente europea o mediante una convenzione che, raccogliendo e sviluppando in senso federale il cosiddetto “acquis communautaire”, sottometta l’approvazione del testo in questione ai cittadini mediante un unico referendum paneuropeo da attuarsi simultaneamente in tutti i paesi dell’UE [30]. La costituzione darebbe vita ad un’Unione federale europea che, per le dinamiche istituzionali e democratiche già accennate, segnerebbe non la fine dell’europeizzazione ma la sua accelerazione ed approfondimento in senso cosmopolita. Tale processo consentirebbe al complesso sistema imperiale – nel senso di Beck – di proporsi come imprenditore cosmopolita sullo scenario globale, interagendo/reagendo in maniera virtuosa – ovvero avendo un peso politico ed un dibattito democratico alle spalle - con la globalizzazione e con le forme di integrazione politica e sociale di livello mondiale. La risposta alla domanda “che fare” e dunque, quella di cercare un modo – e possono essere molteplici - per realizzare una forma di organizzazione costituzionale e federale al livello europeo, ovvero di trovare una strada – tattica - per ottenere il vero obiettivo strategico : una carta costituzionale europea. In merito è importante precisare l’importanza dell’obiettivo in questione tenendo conto di un paio di probabili obiezioni : La prima, non è possibile ottenere una costituzione senza un popolo ed un popolo europeo non esiste ; la seconda, perché una carta costituzionale e non un insieme di carte e documenti dal valore costituzionale (modello inglese) ? Al punto primo rispose Habermas che, originariamente in polemica con Grimm [31], spiegò come non fosse necessaria l’esistenza di un soggetto collettivo primordiale per dare vita ad una costituzione [32] e che, differentemente da quanto sostenuto dal giurista tedesco, fosse proprio il processo di integrazione politico-istituzionale a creare, in Europa, una nuova forma di identità politica post-nazionale [33]. Sul punto secondo si consideri come il modello inglese sia il frutto di secoli di stratificazioni storiche e di un reciproco adattamento di elementi politici che rispondono a principi e logiche diverse [34] ma consolidate da una lunga tradizione interpretativa (es. Blackstone, Bagehot, Dicey, ecc.), su cui non poco ha pesato la peculiare storia del Regno Unito. Per tali ragioni risulterebbe di difficilissima (e lentissima) riproduzione su scala europea. Altresì è d’obbligo ricordare come lo stesso modello inglese, a seguito delle riforme promosse dai governi di Blair e sotto la pressione dei processi di globalizzazione, si stia gradualmente uniformando agli altri modelli costituzionali presenti nel mondo [35]. Inoltre un’unica carta costituzionale (e non un trattato internazionale sotto forma di “testo unico” da 448 articoli come quello del 2004) avrebbe il vantaggio di essere facilmente consultabile da parte dei cittadini e, anche per questo, si presterebbe con maggior facilità ad un ruolo fondativi nei confronti di un’identità politica europea. Tenendo conto di quanto testè esposto, si auspica che appaia con maggior chiarezza l’importanza strategica dell’eventuale conseguimento di una carta costituzionale europea.

2) Inesistenza di una sovranità complessa e il problema del nuovo sovrano : Il federalismo sostituisce l’apporto di una presunta “sovranità complessa” con la sovranità dei cittadini europei – il cui corpo politico, demiurgicamente plasmato dalla costituzione, costituirebbe il nuovo sovrano - creata attraverso la nuova carta costituzionale. Si tratterebbe di una nuova forma di sovranità sovranazionale [36] in quanto metterebbe fine alla singole sovranità degli stati nazionali senza tuttavia – ed ecco l’elemento di “novità [37]” – assorbirne o distruggerne la diversità o l’autonomia che risulterebbero tutelate, per ciò che riguarda le competenze stabilite, dalla costituzione federale e dalle procedure di revisione della stessa (che lungi da inficiare la sovranità dei cittadini europei gli darebbero semplicemente una forma, definendo, ad esempio, una soglia di maggioranza qualificata che preveda i voti di una maggioranza di cittadini e di una maggioranza di stati). Nascerebbe così un nuovo soggetto politico federale, sovranazionale e sovrano sul continente europeo. Una siffatta Unione lungi da contrapporsi al concetto di “Impero” chiosato da Beck e Grande (da non intendersi esattamente nei termini del celebre omonimo di Negri ed Hardt [38]) ne costituirebbe il solo possibile “centro imperiale di sovranità” dalle caratteristiche pienamente democratiche e politiche. L’effetto dato dalla sua istituzione – con la conseguente tenuta di un sistema politico capace di democratizzare, pacificare ed integrare un’intera regione del globo - sarebbe quello di aprire una nuova fase dell’europeizzazione : il centro dell’impero, grazie alla sua stabilizzazione costituzionale, aprirebbe una fase di democratizzazione nell’intera regione, riuscendo a porsi come modello di integrazione volontaria e pacifica. La costituzione – altro elemento di potenziale novità di una costruzione federale europea - non porrebbe fine agli ingressi di nuovi stati, a patto che essi accettino i valori e il diritto dell’Unione stessa (in merito si dovrebbe lavorare su un articolo apposito che tenga conto anche delle prassi d’allargamento degli ultimi anni). I nuovi cittadini (ed anche gli stati con una probabile maggioranza qualificata), entrati a far parte dell’Unione in questa nuova fase dell’europeizzazione, potrebbero contribuire come gli altri nel cambiare la costituzione stessa, facendola sempre più un patrimonio comune. In tal modo, inoltre, si metterebbe fine alla minaccia di una potenziale guerra tra gli stati membri dell’Unione, con un impatto positivo sui conflitti latenti nei Balcani, nell’Europa dell’Est e nel Mediterraneo [39].

3) Incapacità dell’assetto istituzionale beckiano/grandiano di realizzare e sostenere un insieme di norme vincolanti che permettano il “cosmopolitismo” senza una caduta nel particolarismo : Il federalismo, in tal senso, opererebbe con ben altra solidità visto che, come sottolinea Padoa-Schioppa, “European Union is strong and efficient, indeed it already costitutes a world-level power where (only where) it is operating with rules peculiar to a federation of States and peoples, although unique : a single voice in currency, in competition and international trade, a majority-based decision-making procedure, a democratic control by the European Parliament, a proper use of the subsidiary principle, a correct balance of the three powers” [40]. Se tale potenziale responsività dell’assetto istituzionale federale risolverebbe il problema della efficacia delle politiche prodotte (e quindi quello della capacità dell’Unione di agire in senso cosmopolita), la tutela delle peculiarità e dell’autonomia dei singoli stati federati sarebbe garantita, oltre che dal dettato costituzionale concernente le competenze, dalla costituzionalizzazione del principio di sussidiarietà [41] e del principio di proporzionalità. Così facendo i singoli stati riuscirebbero a conservare ed a far pesare – come componente ineliminabile della federazione - la propria cultura, la propria storia e la propria differenza, valorizzandola positivamente sia nel rapporto con gli altri stati della federazione (regolato costituzionalmente) che nei riguardi degli stati extraeuropei [42]. In tal senso è dunque possibile affermare che il cosmopolitismo, inteso nella particolare accezione beckiana [43], trova nell’orizzonte teorico e istituzionale federalista un alleato prezioso.

Un potenziale incontro virtuoso

L’integrazione politica europea appare giunta ad un bivio. Di fronte alle sempre più grandi e decisive sfide – dalla crisi economica alle emergenze ambientali ed umanitarie – i paesi europei possono elaborare delle piccole soluzioni intergovernative che sommino le rispettive impotenze nazionali senza poter fornire, in alcun modo, delle soluzioni stabili ed efficaci ai problemi comuni o possono aprirsi ad una sfida più grande, la sola potenzialmente capace di ravvivare, con la Politica, una democrazia che appare sempre più chiusa nel suo esiziale “circolo vizioso”. A tal fine, tuttavia, bisogna fornire all’Europa una prospettiva, un’idea, che sappia riunire e coinvolgere i cittadini, dischiudendo un orizzonte futuro attorno a cui costruire una strategia. In merito la teoria federalista, lungi dall’essere fuori dai giochi della storia, presenta un’insieme di strumenti e di posizioni dal significativo valore democratico e strategico (come si spera di aver illustrato, sia pur brevemente, nelle pagine precedenti). Essa, tuttavia, non costituisce, come ogni altro orizzonte teorico, un sistema chiuso e perfetto, anch’essa deve tener conto, dialogicamente, degli apporti e delle intuizioni elaborate su altri terreni ed a partire da altre, sia pur affini, convinzioni ed esperienze al fine di riparare la sua barca nell’alto mare delle correnti politiche ed intellettuali della nostra temperie. In merito la teoria dell’europeizzazione di Beck presenta una serie di considerazioni che – al di là dei limiti stigmatizzati nella presente trattazione (parte I) – meritano di essere prese in considerazione per la costruzione di una più compiuta ed approfondita teoria dell’integrazione europea (alcuni punti sono stati evidenziati sempre nella parte I) che si orienti verso una prospettiva “cosmopolita” e democratica. Tale lavoro – da intendersi sempre in maniera riflessiva e dunque in fieri – è, al di là dei tatticismi e di un certo presunto pragmatismo, l’unica base attraverso la quale individuare degli obiettivi strategici sui quali costruire, questa si nella maniera più pratica possibile, una tattica vincente. A riguardo, volgendo rapidamente lo sguardo alla desertificazione mediatico-pubblicitaria che coinvolge la sfera politica contemporanea, è forse bene riaffermare che senza la bussola della teoria (e meglio non avere bussole d’epoca) non si hanno degli obiettivi strategici e senza degli obiettivi strategici si è condannati politicamente alla sopravvivenza ed, in ultima istanza, ad una fine scevra da conquiste o lasciti (fatti salvi i propri errori, pur sempre conoscibili solo attraverso una lente interpretativa). Per questo appare oggi importante valutare criticamente scritti dalla forte carica innovativa e provocatoria quali l’“Europa cosmopolita” provando a trasferirne gli apporti sul terreno federalista e viceversa. Su questa scia è interessante sottolineare come lo stesso Beck, che pur aveva preso intellettualmente le distanze dal federalismo [44], abbia aderito allo “Spinelli Group”, firmandone il manifesto che prevede espressamente il raggiungimento di una “federal and post-national Europe, a Europe of the citizens” [45]. Tale recente esperimento, che si rifà apertamente al nome ed all’eredità di Altiero Spinelli, potrebbe dare vita ad una proficua contaminazione anche sotto il profilo della cultura politica [46] contribuendo ad aprire, sotto diversi aspetti, una nuova fase del processo di europeizzazione che porti l’Europa ad assumersi le sue responsabilità al livello planetario. É e sarà il mondo, infatti, il vero banco di prova di ogni “sogno europeo”.


[1] Kenneth C. Wheare, What Federal Goverment is, “Federal Tracts” n. 4, Londra, Mcmillan, 1941, traduzione italiana in Il Federalista, XXXIII, 1991, pp. 74-91. Si tratta di un tipo di sistema federale i cui caratteri sono definiti dall’aumento delle relazioni tra i diversi livelli di governo e dall’estensione delle competenze concorrenti, che lo differenzia dal modello del federalismo costituzionale classico, a carattere dualistico, in cui il governo federale e i governi degli stati operano in due sfere separate senza reciproche interferenze sulla base di una rigida divisione delle competenze. Si veda Lucio Levi, Lo sviluppo dell’autonomia teorica del federalismo dopo la seconda guerra mondiale in Guido Montani, Lucio Levi e Francesco Rossolillo, Tre introduzioni al federalismo, Napoli, Guida, 2005, p. 76.

[2] Si tratta di un tipo di sistema federale i cui caratteri sono definiti dall’aumento delle relazioni tra i diversi livelli di governo e dall’estensione delle competenze concorrenti, che lo differenzia dal modello del federalismo costituzionale classico, a carattere dualistico, in cui il governo federale e i governi degli stati operano in due sfere separate senza reciproche interferenze sulla base di una rigida divisione delle competenze. Si veda Lucio Levi, Lo sviluppo dell’autonomia teorica del federalismo dopo la seconda guerra mondiale in Guido Montani, Lucio Levi e Francesco Rossolillo, Tre introduzioni al federalismo, Napoli, Guida, 2005, p. 76

[3] Attualmente, con il Trattato di Lisbona, è stata istituzionalizzata la procedura di revisione dei trattati mediante convenzione. In quest’ultima, convocabile mediante un voto a maggioranza semplice dei governi, è prevista la rappresentanza dei parlamenti nazionali e di quello europeo. Ai sensi dell’art. 48 TEU, tuttavia, le riforme previste mediante tale convenzione possono entrare in vigore solo attraverso l’appoggio unanime dei governi e l’unanime ratifica delle singole razioni membre dell’UE. Tale strumento, pur rappresentando un passo in avanti rispetto al vecchio art. 48 TUE, appare quindi ancora troppo distante dai cittadini europei, considerati nel loro insieme, e dall’obiettivo di una procedura che esca dal solco del diritto internazionale ed entri in quello del diritto pubblico aprendo quindi la strada per un passaggio dai Trattati ad un Trattato (quello che si era tentato nel 2004) e da questo ad una Costituzione. In merito alle modifiche apportate dal Trattato di Lisbona si veda Antonio Padoa-Schioppa, The European Union after Lisbon : some reflections on istitutions and policies, in Lucio Levi, Which form of government for the European Union ?, The Ventotene Papers,The Altiero Spinelli Institute for Federalist Studies, Ventotene, 2010, pag. 7-17 ; Jean-Claude Piris, The Lisbon treaty : A legal and political analysis, Cambridge University Press, Cambridge, 2010, pag. 104-109 e Jacques Ziller, Il nuovo Trattato europeo, Il Mulino, Bologna, 2007.

[4] In merito non si condivide l’approccio di chi, come Olivier Beaud, sostiene che “la Fédération est une forme politique irrèductible à l’Etat parce qu’elle s’oppose, presque point par point, aux élément caracteristiques de l’Etat, et en particulier à la souveraineté. Pour le dire d’un mot, l’Etat souverain se définì par l’unicité et l’exclusivité du pouvoir sur une même territoire alors que la Fédération se distingue, au contraire, par une dualité de pouvoir sur une même territoire…” (Olivier Beaud, La Fédération comme forme politico-juridique, in Giuseppe Duso ed Antonino Scalone, Come pensare il federalismo ? Nuove categorie e trasformazioni costituzionali, Polimetrica, Monza, 2010, pag. 20). Tale interpretazione, oltre a far cadere la distinzione tra confederazione e federazione, confonde l’esercizio della sovranità (che può avvenire su un unico livello o su diversi livelli in maniera esclusiva o non esclusiva in base a quanto previsto da ogni singolo ordinamento, come si può evincere dallo studio del sistema statunitense in cui lo stesso esercizio legittimo della violenza non è monopolizzato dalle istituzioni pubbliche) con la sua essenza che consiste nell’essere il potere legittimo di ultima istanza (da non intendere, schmittianamente, come “stato di eccezione”) fondato in maniera etico-politica e quindi, in un certo senso, dotato di un suo intrinseco limite (e quindi, ad avviso di chi scrive, non è possibile, anche sulla base di una corretta analisi del pensiero dello stesso Bodin, sostenere che “la sovranità è l’assenza di limiti e di regole, cioè il contrario di ciò in cui il diritto consiste”, Luigi Ferrajoli, La sovranità nel mondo moderno, Laterza, Roma, 2004, pag. 143. La sovranità, infatti, “è il punto di cerniera tra il fondamento etico-politico della sua legittimità e la concretezza giuridico politica della sua realizzazione, essa è moderna perché non sospesa nel cielo della onto-teologia, o all’opposto esaurita nell’istante dell’esistenza individuale, ma offre la forma dell’esistenza politica moderna che già nel suo atto di nascita pone il rapporto tra vita e politica, fra individualità e norma. Per restare nei tempi e nelle guise della sua origine moderna, il sovrano non sarebbe `sovrano´ se non seguisse le leggi di un governo giusto eppure non utopico, se i contenuti della vita non condizionassero la sua azione e forza di decisione come scrive Bodin, se nella forma della sua decisione non penetrassero i saperi della vita e della sua conservazione come pensa Hobbes, se il mondo non ne prendesse progressivamente possesso, non si istallasse con forza nel medesimo atto sovrano”. Biagio De Giovanni, L’ambigua potenza d’Europa, Guida, Napoli, 2002, pp.148-149

[5] In merito è importante sottolineare come il federalismo, lungi dal ricadere sotto la nozione di universalismo beckiana (ovvero una modalità di approccio all’alterità caratterizzata dalla cancellazione di ogni differenza) o sotto quella di “differenziazione verticale” (ovvero una modalità di approccio all’alterità attraverso la quale si pongono in un rapporto gerarchico di sovraordinazione e subordinazione le differenze), ha un implicito impatto cosmopolitico sulla società proprio in quanto pone in essere sul piano politico una relazione tra “partners coordinati” regolata dal diritto (es. la costituzione federale) che, allo stesso tempo, impedisce lo scivolamento nel particolarismo (attraverso una struttura di norme vincolanti) senza sacrificare la differenza. Il federalismo può, inoltre, realizzarsi in forma asimmetrica andando ulteriormente contro ogni omologazione “universalistica” sullo stesso piano della forma istituzionale, il che, tuttavia, non risulta scevro da eventuali complicazioni, quali una potenziale deriva etno-localistica (come in Belgio). Si veda Sofia Ventura, Federalismo e nazionalismo : il federalismo asimmetrico, “Rivista italiana di Scienza politica”, N.3, dicembre 2004, pp. 405-432 Ovvero fino alla nascita od all’individuazione di quella “nuova sintesi politico giuridica che razionalizzi e disciplini giuridicamente le nuove forme di potere” di cui scriveva Matteucci che, ad oggi, ancora non è stata colta da nessuno. Si veda Nicola Matteucci, Lo Stato moderno. Lessico e percorsi, Bologna, Il Mulino, 1997, pag. 99

[6] Ovvero fino alla nascita od all’individuazione di quella “nuova sintesi politico giuridica che razionalizzi e disciplini giuridicamente le nuove forme di potere” di cui scriveva Matteucci che, ad oggi, ancora non è stata colta da nessuno. Si veda Nicola Matteucci, Lo Stato moderno. Lessico e percorsi, Bologna, Il Mulino, 1997, pag. 99

[7] Come potrebbe essere, sul piano di fatto, se si seguisse la prospettiva “federalista” descritta da Giuseppe Duso in Id, La logica del potere. Storia concettuale come filosofia politica, Laterza, Roma, 1999, pp.181-189

[8] A cui condurrebbero tutte le prospettive “realiste” o euroscettiche.

[9] E’ quanto acutamente colto da Biagio De Giovanni che afferma : “…nell’Europa di oggi la moltiplicazione di poteri e funzioni, nella svaporante sovranità, potrebbe semplicemente sancire l’impossibilità dell’Europa politica, il declinare dell’Europa, per l’impossibilità manifesta di un proprio ruolo politico mondiale e assenza di una propria capacità di disegnare ed arricchire forme di partecipazione politica capaci di indurre e progettare trasformazione…Nell’Europa di oggi, alla caduta delle sovranità statali, corrisponderebbe invece semplicemente la fine dell’unità del potere e la sua moltiplicazione nei livelli funzionali e discreti e dunque, aggiungo, non politici”. Biagio De Giovanni, L’ambigua potenza d’Europa, cit., pp. 143-144

[10] Questa potenziale efficacia è messa in luce da numerosi studiosi ed esperti delle Policies contemporanee che evidenziano – es. nell’ambito della politica economica e monetaria, in quella estera o in quella sociale – l’importanza di un governo europeo politicamente legittimato. Si veda, ad esempio, Paul De Grauwe, Economia dell’unione monetaria, Il Mulino, Bologna, 2006, pag. 282 e Marco Clementi, L’Europa e il mondo, Il Mulino, Bologna, 2004, pag. 171.

[11] Con democrazia si intende, per dirla con James Bohman, “that set of istitutions by which individuals are empowered as free and equal citizens to form and change the terms of their common life together, including democracy itself. In this sense democracy is reflexive and consist of procedures by which its rules and practices are made subject to the deliberation of citizens themselves”, James Bohman, Democracy across borders. From Dêmos to Dêmoi, The Mit Press, London, 2010, pag. 2. In merito alla teoria della democrazia, ed alla sua caratterizzazione riflessiva, mi permetto di rimandare anche a Tommaso Visone, Which theory of Democracy ?, “Politikon : The IAPSS Journal of Political Science”, Vol. 13, N.2, October 2007, pp. 19-33

[12] Basti una citazione tra le numerose possibili : “Credo dunque che la forma d’oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo…Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi tenendosi da parte è quasi estraneo al destino di tutti gli altri : i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana ; quanto al rimanente dei suoi concittadini egli è vicino ad essi, ma non li vede ; li tocca ma non li sente affatto ; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria. Sopra di essi si erge un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte…Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi…Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in un piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadini perfino l’uso di se stesso…E’ effettivamente difficile comprendere come mai degli uomini, che hanno interamente rinunciato all’abitudine di dirigere se stessi, potrebbero riuscire a scegliere bene quelli che li dovrebbero guidare ; non si può mai sperare, quindi, che un governo liberale, energico e saggio possa uscire dai suffragi di un popolo di servi”. Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America, BUR, Milano, 2005, pp. 732-735

[13] Si veda in merito quanto argomentato da Alain de Benoist, Destra/Sinistra : verso la fine di una divisione, in Agostino Carrino, L’Europa ed il futuro della politica, Società Libera, Milano, 2002 disponibile su http://www.societalibera.org/it/lib...

[14] Il che tuttavia non significa, come ha correttamente chiosato Carlo Galli, che i due concetti siano, ad ora, da abbandonare o da sostituire come tanta letteratura filosofica e politologica sostiene (il che è comune, pur nella forte differenza delle rispettive posizioni, a, facendo alcuni esempi, Dario Antiseri, Marco Tarchi, Massimo Cacciari, Costanzo Preve e Alain de Benoist). Si veda in merito Carlo Galli, Perché ancora destra e sinistra, Laterza, Roma, 2010, pp.77-85 .

[15] Si tratta della terza condizione per poter rientrare nella “definizione minima” di democrazia. Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, Torino, 1995, pag. 6

[16] Basta seguire i dati relativi alla libertà di informazione ed alla corruzione nelle principali democrazie del mondo negli ultimi otto anni su http://www.freedomhouse.org e http://www.transparency.org/policy_...

[17] A riguardo il lavoro portato avanti da Pierre Rosanvallon è di notevole interesse scientifico ed intellettuale, si vedano Pierre Rosanvallon, La légitimité démocratique. Impartialité, réflexivité, proximité, Seuil, Paris, 2008

[18] In merito si veda Edgar Morin, Introduction à une politique de l’homme, Seuil, Paris, 1999, pp.11-13

[19] Si veda in James Bohman, op.cit., pp. 79-92

[20] Dal ruolo politico delle tecnologie ICT (vedasi il caso di WikiLeaks), alla concorrenza internazionale (caso Google), dalla riforma del patto di stabilità, al diritto del lavoro dell’unione, ecc..

[21] Si veda Edgar Morin e Sami Nair, Una politica di civiltà, Asterios, Trieste, 1999, pag. 23

[22] Di cui l’ultimo, raggiunto formalmente attraverso il Trattato di Lisbona, potrebbe essere decisivo per la creazione di un’autentica sfera pubblica europea con relativa opinione pubblica. Si tratta dell’obbligo per il Consiglio europeo di tener conto del risultato delle votazioni per il Parlamento europeo nel proporre al parlamento un candidato per la presidenza della Commissione europea, candidato che poi dovrà essere eletto dal parlamento stesso a maggioranza (art. 9 D TUE). In questo modo il voto dei cittadini per il parlamento europeo avrebbe un ruolo fondamentale per l’elezione del leader dell’esecutivo europeo, con una conseguente probabile politicizzazione in senso europeo della campagna elettorale del 2014.

[23] “In a democracy the location of sovereignty becomes an issue when the people find their institutions and those who exercise authority through them unresponsive. Often authority is unresponsive not because citizens as a collective body are disempowered, but because these democratic institutions were constructed for a public that is different from the one that currently exist”. James Bohman, op.cit., pag. 66

[24] In merito è interessante la proposta avanzata da più parti di realizzare per le elezioni europee del 2014 delle liste transnazionali per eleggere un terzo dei deputati senza abbandonare del tutto le liste nazionali. Si veda Daniel Cohn-Bendit, Che fare ? Trattatelo di fantasia politica a uso degli europei, Nutrimenti, Roma, 2009, pag. 119

[25] Il populismo e la mancata partecipazione alle tornate elettorali sono le due reazioni principali a tale fenomeno.

[26] Ad oggi tale politica risulterebbe difficilissima da portare avanti. Infatti, con il sistema politico vigente, i governi nazionali “sono sempre più coinvolti in reti transnazionali e quindi sempre più dipendenti da risultati politici conseguiti a seguito di trattative svolte in condizioni di distribuzione asimmetrica del potere” e “essi , indipendentemente dalle politiche scelte, si adattano alle limitazioni imperative dei mercati deregolati e, reagendo al ridotto gettito fiscale ed agli impoveriti bilanci pubblici, devono accettare disuguaglianze sempre crescenti nella distribuzione del prodotto sociale”. Jurgen Habermas, Perché l’Europa ha bisogno di una costituzione ? in Jurgen Habermas, Tempo di Passaggi, Feltrinelli, Milano, 2004, pag. 64

[27] Si veda riguardo alla potenziale efficacia di un Unione federale europea, ad esempio nel settore della politica estera, in Roberto Palea, Il ruolo dell’Europa nel mondo : tesi sulla politica estera, di difesa e di sicurezza, Alpina, Torino, 2006, pp. 1-7

[28] Che, tuttavia, non può prescindere dalla rinascita del pensiero politico a sua volta legata ricorsivamente ad una rinascita del pensiero tout court.

[29] I teorici federalisti sono stati prevalentemente, come ben spiega Corrado Malandrino, critici del concetto di sovranità assoluta (intesa come tipizzazione astratta che trova, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, nella scuola di pensiero pubblicistico tedesca la sua estrema espressione), il che non significa che per i federalisti si debba abbandonare ogni forma di sovranità. Si veda Corrado Malandrino, Sviluppo di un nuovo paradigma federalista-comunicativo nella prospettiva di un’Europa federale, in Giuseppe Duso ed Antonino Scalone, op.cit., pag. 124-128

[30] Si dovrebbe trattare di un referendum a doppia maggioranza (quella dei cittadini dell’Unione e quella degli Stati membri). Si veda in merito Daniel Cohn-Bendit, op.cit., pp.117-118

[31] Si veda Jurgen Habermas, Una costituzione per l’Europa ? Commento a Dieter Grimm, in Jurgen Habermas, L’inclusione dell’altro. Studi di teoria politica, Feltrinelli, Milano, 2002, pp.167-176

[32] Il ragionamento è esposto chiaramente in Jurgen Habermas, Perché l’Europa ha bisogno di una costituzione ?, cit., pp. 70-74

[33] Si veda in merito Luca Scuccimarra, Frammenti di memoria. L’Europa, l’identità, la storia, in “Novecento”, n.10, gennaio-giugno 2004, pp.64-65

[34] Si veda la riassuntiva ma puntuale analisi storica contenuta in Pier Paolo Portinaro, Il labirinto delle istituzioni nella storia europea, Il Mulino, Bologna, 2007, pp. 175.177

[35] Si veda in merito Adam Tomkins, Costitutionalism, in Mattew Flinders, Andrew Gable, Colin Hay and Michael Kenny (edited by), The Oxford handbook of British politics, Oxford University Press, Oxford, 2009, pp. 239-261

[36] In merito occorre precisare che tale sovranità non sostituirebbe la sovranità dello stato nazionale con la sovranità di un nuovo stato nazionale più grande, bensì sostituirebbe la fictio della nazione sovrana (istituita da Sieyès) con una procedura giuridica – fondata sui dettami della carta costituzionale - che leghi ricorsivamente i cittadini al potere su scala europea.

[37] Si tratterebbe di una concezione già rinvenibile, in nuce, nelle costituzioni degli stati federali presenti sul territorio europeo quali Austria e Germania che, tuttavia, non viene applicata al livello sovranazionale in Europa (un esempio di democrazia sovranazionale – anche se l’analogia tra le nazioni europee e stati, ad esempio, come il Rajasthan ed il Kerala deve tener conto della differente storia istituzionale e politica dei due continenti - è l’India che, non ha caso, è stata descritta dallo storico Ravinder Kumar come “Stato civiltà” ; Ravinder Kumar, India : a Nation State or a Civilization State ?, in “South Asia Studies. New Series”, v. XXV, n. 2, agosto 2002, pp. 13-32 ).

[38] La definizione di impero cosmopolita è contenuta in Ulrich Beck ed Edgar Grande, L’Europa Cosmopolita, Carocci, Roma, 2004, pp.75-112

[39] In merito anche gli euro-scettici ravvisano nella azione differente e scoordinata dei diversi stati-nazione il fondamento del “bluff” dell’attuale Unione in politica estera. Si veda tutto il numero L’Europa è un Bluff. In morte di un’ideologia. Ognuno per sé nessuno per tutti. Il sogno di Putin, “Limes”, n.1, 2006. Riguardo alla letteratura federalista su questo problema si veda Antonio Mosconi, La fine delle egemonie. Unione europea e federalismo mondiale, Alpina, Torino, 2008, pp. 73-81

[40] Antonio Padoa-Schioppa, op.cit., pag. 14

[41] In merito al quale ci si permette di rimandare a Tommaso Visone, Principio di sussidiarietà e Stato federale. Storia, idee e possibili sviluppi, in “Il Federalista. Rivista di politica”, A. LII, N.1, 2010, pp. 58- 70

[42] Per il duplice motivo che, da un lato, la federazione costituirebbe – in particolare alla luce dei processi di globalizzazione - un interlocutore di maggior peso politico per la tutela delle sue singole componenti sul piano internazionale e, dall’altro, la riorganizzazione delle competenze darebbe agli stati federati la possibilità e le risorse per concentrarsi nella promozione e nella tutela della propria diversità culturale (es. nel settore del turismo, in quello della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, ecc.).

[43] “Il cosmopolitismo si distingue da tutte le forme finora indicate per il fatto che qui il principio che orienta il pensiero, la convivenza e l’agire, sia all’interno che verso le altre società, è il riconoscimento dell’alterità. Le differenze non vengono né gerarchicamente ordinate né cancellate, ma accettate come tali, anzi, valorizzate positivamente”. Ulrich Beck ed Edgar Grande, op.cit., pag. 28. Un alterità che, per farsi politica, non potrebbe tuttavia, esprimersi al di fuori di ogni comune cornice istituzionale e valoriale (come anche Beck e Grande riconoscono in Id, op.cit., pag. 29). In merito si veda anche Tommaso Visone, Garantire la libertà. Europa e laicità, “Mezzogiorno Europa”, n.6, A.IX, Novembre/dicembre 2008, pag. 34

[44] Si veda Ulrich Beck ed Edgar Grande, op.cit., pag. 35

[45] Si veda http://www.spinelligroup.eu/manifesto/

[46] In merito l’incontro organizzato dallo Spinelli Group per il 12/1/2011 dal titolo “The United States of Europe. Towards a transnational society ?” sembra suffragare tale contaminazione.


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Tommaso VISONE

Tommaso si è laureato in Scienze politiche ed in Relazioni internazionali presso l’Università degli studi di Roma Tre. Nel medesimo ateneo sta frequentando dall’A.A. 2009-2010 i corsi della sezione di studi europei ed internazionali della Scuola (...)
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