Poche settimane fa il Times portava alla luce quello che è stato unanimamente definito lo scandalo più pesante della storia del Parlamento europeo. Quattro deputati colti in flagrante a chiedere « bustarelle » come contropartita alla presentazione di emendamenti. Una vicenda sinistra che ha fatto il giro della stampa continentale, imposto un’indagine dell’Olaf e costretto l’assemblea a rimettere mano alle regole interne in materia di trasparenza. Ma di recente diversi casi, sebbene di minor portata, avevano già proiettato non poche ombre sulla probità dei nostri rappresentanti in Europa. Ecco in rassegna alcuni degli affaire più scottanti delle ultime legislature.
Giles Chichester e Derek Conway, quando la prebenda è di famiglia
L’opinione pubblica inglese non perdona ai propri politici nemmeno le marachelle più veniali. Al primo sentore di illecito pretende hic et nunc la testa dell’empio amministratore. E tanto peggio se il malcapitato, veri o presunti che siano i capi d’imputazione, ha pure la malasorte di fare la spola con i Palazzi di Bruxelles, città che ai sudditi di Sua Maestà suscita diffidenza nel migliore dei casi. Date le premesse, a Giles Chichester e Derek Conway è andata tutto sommato bene. Ci avranno anche perso la faccia. Ma, per loro fortuna, non il posto.
Chichester, capodelegazione del Partito Conservatore al Parlamento europeo, nel 2008 finì sulla graticola per aver amministrato in modo quanto meno opaco buona parte delle proprie prebende da deputato. Sin dal 1996 si faceva addebitare l’intero importo dell’indennità di segreteria - su per giù 20mila euro al mese da destinare agli stipendi di assistenti e consulenti - sul conto di una società londinese di cui era egli stesso proprietario assieme alla moglie (che figurava anche tra i dipendenti). L’allegra azienda a conduzione familiare nel volgere di dieci anni avrebbe risucchiato la bellezza di 450mila euro. Finché l’intrallazzo non viene a galla. Il trucco è nudo. I giornali sferrano la solita offensiva.

- Giles Chichester assieme alla moglie Viriginia
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Fonte : www.gileschichestermep.org.uk/
A questo punto David Cameron entra in scena ingiungendo a Chichester di rimettere al partito i galloni di leader della delegazione. Ma di dimissioni da deputato neanche a parlarne. Anzi, nel 2009, placatasi la bufera mediatica, il nostro si fa pure rieleggere al Parlamento europeo dopo aver incassato l’assoluzione del segretario generale della stessa assemblea al termine di un’indagine interna. Ironia della sorte, prima che l’affaire deflagrasse, lo stesso Cameron lo aveva incaricato di ripulire l’immagine dei Tories nel solco di un precedente scandalo. Un altro eurodeputato conservatore, tal Derek Conway, era infatti finito nell’occhio del ciclone per aver tenuto il figlio per quasi tre anni sul libro paga del suo ufficio parlamentare. Pagando l’incauta manovra con l’espulsione dal partito. Solo due casi isolati ? O la punta dell’iceberg ? I più scettici propenderebbero per la seconda opzione.
Un ciclone di nome di Galvin
Di fatti, un paio di anni prima che le cronache si scatenassero sulla vicenda Chichester, un oscuro revisore contabile di nome Robert Galvin era stato assegnato dai servizi stessi del Parlamento a una indagine interna sulla regolarità delle prebende reclamate dai deputati. Il diligente funzionario ispeziona un minutissimo campione di circa 167 rimborsi tra i circa 4mila versati nel 2004. Apriti cielo ! La mole di raggiri che viene a galla fa invidia alle più navigate consorterie criminali. Segue un rapporto di 92 pagine così imbarazzante da costringere gli alti papaveri della burocrazia europea a metterlo alla spicciolata sotto chiave. Pare che il grosso delle magagne stanate da Galvin riguardasse proprio le indennità di segreteria. Talvolta versate a illustri sconosciuti mai accreditati ufficialmente come assistenti, talaltra a società che risultavano non in attività (e che presumibilmente servivano da paravento per reindirizzare la pecunia nelle tasche dei deputati stessi) ; assistenti con doppi e tripli stipendi ; soldi dirottati direttamente nelle casse dei partiti politici. E chi più ne ha più ne metta. La materia è troppo scottante per non sfuggire alla sordina. Finisce che il Liberal-democratico inglese Chris Davies fa trapelare alcuni dettagli del dossier. L’emiciclo scricchiola, i deputati temono una pioggia di fango. E con un colpo di mano chiudono la vicenda votando contro la pubblicazione del rapporto.
Diaria, dolce diaria
E’ un vizietto antico quanto i parlamenti stessi : riscuotere il gettone di presenza, salvo poi non presenziare a un bel niente. Anzi prendere spigliatamente il largo. Una ruberia, per così dire minore, radicatissima anche in quel dell’emiciclo europeo. Come resistere alla ricca mancia da 290 euro che la cassa del deputato prodiga per ogni giornata di lavori ? Così, anche se partenti, di primo mattino i parlamentari fanno la fila per intascare la loro sacrosanta diaria, appena in tempo per saltare su un volo che li condurrà diritti a casa. Un po’ d’argent de poche fa sempre comodo per il tragitto. Sennonché, un anonimo venerdì di Febbraio, in agguato ci sono quei diavoli del News of the World, quotidiano dell’euroscettico Murdoch con il pallino per lo scoop. Fotografano il britannico Robert Sturdy e un nutrito drappello di colleghi stranieri (“un’orda”) “battere cassa” tra le sette e le otto di mattina e poi correre a tutta birra in stazione o all’aeroporto.
E’ l’ennesimo scandalino confezionato su misura per un audience assetato di sangue. Così fan tutti. O almeno parecchi. E da svariati anni. Oggi la segnalazione ai reporter britannici è partita dalla deputata Nikki Sinclair. Ieri la gola profonda rispondeva al nome di Hans-Peter Martin, la cui crociata per la trasparenza è stata pagata con l’isolamento, sopratutto dopo che nel 2004 aveva provato a fare le bucce al leader dei progressisti e connazionale Martin Schultz denunciandone almeno 21 abusi sull’obolo di presenza.
Il volo è deluxe (parte prima)
In quegli stessi mesi, il solito Martin aveva squarciato il velo su un altro inghippo da manuale : i rimborsi viaggio. I forzieri del Parlamento europeo indennizzavano a cuor leggero gli spostamenti dei deputati su base rigidamente forfettaria. Per i voli, ad esempio, veniva sborsato l’equivalente della tariffa più onerosa in business class. Superfluo dire che si potevano lambire cifre vertiginose. Un esempio d’immediata risonanza : un’andata Roma - Bruxelles era compensato con circa 800 euro, quantunque un biglietto in classe turistica ne valesse appena 100. Anche a prenotarlo la sera prima.

- Svariati deputati utilizzavano per i loro spostamenti compagnie low cost
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Foto : Tom Raftery ; fonte : flickr.com
Guadagno netto per il fausto passeggero : 700 euro. Senza neanche darsi la pena di presentare la ricevuta ai servizi competenti. In questo regime ci sguazzavano tutti, spuntandone laute creste sotto un inossidabile ombrello di legalità. Non che qualcuno non avesse cominciato a storcere il naso. La Corte dei Conti Europea aveva garbatamente acceso un faro sull’abuso già nel remoto 1998. Ma ci sono voluti gli alti lai della stampa e le rimostranze di diversi parlamentari di specchiata onestà perché l’assemblea si decidesse infine a revisionare le regole nel 2003. Introducendo un meccanismo di risarcimenti vivaddio commisurati al costo reale del biglietto, ripagato solo dietro esibizione della carta d’imbarco. Senza rompere con una prassi consolidata, i deputati si sono tuttavia premurati di procrastinare l’entrata i vigore del nuovo sistema a partire dalla legislatura successiva. Nel frattempo il dado era tratto. Serviva un capro espiatorio mediatico. Così, su imbeccata di Martin, la tv tedesca RTL tende un’imboscata all’allora eurodeputato Giorgio Napoletano appena sbarcato all’aeroporto di Bruxelles, incalzandolo sul costo del suo volo per la gioia di notisti di destra e alfieri dell’antipolitica, dal quotidiano Libero al blog di Beppe Grillo. Avrebbero potuto darsi la pena di fare i conti in tasca ad almeno una buona metà dell’emiciclo. Piuttosto che aprire il fuoco solo sul nostro Presidente della Repubblica.
Il volo è deluxe (parte seconda)
Dunque, nuovi ferrei controlli. Il bengodi dei rimborsi aerei è stato infine sgominato ? I contribuenti europei possono dirsi vendicati ? Non proprio. Un anno fa, all’Espresso viene il ghiribizzo di fare nuovi accertamenti sulla questione. E, manco a farlo apposta, scoperchia l’ennesimo vaso di Pandora. Spunta dal nulla una compagnia di jet privati. L’espediente, una volta ancora, è semplicissimo. L’operatore in question mette a nolo dei deputati italiani uno dei propri velivoli a mo’ di navetta tra Roma e Strasburgo in occasione delle sessioni plenarie dell’assemblea. Quindi emette delle carte d’imbarco farlocche per dare al viaggio l’immacolata sembianza di un volo di linea con tutti i crismi, essendo quelli privati interdetti dal nuovo regolamento. Secondo quanto rivela l’Espresso, il costo del finto biglietto viene massaggiato all’insù rispetto alle spese effettive della locazione, per dare la possibilità ai nostri rappresenanti di lucrare sulla differenza in fase di rimborso. Nella rete del settimanale restano impiglianti rappresentanti di quasi tutti gli schieramenti politici.


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