Lost in transition, la Libia alla prova elettorale

Lo scatolone di sabbia. Così, nel 1911, lo storico Gaetano Salvemini descrisse la Libia durante la guerra di conquista italiana. In quei tempi fu la maldestra aspirazione coloniale di Roma a portare il caos, oggi a regnare sembra essere ancora il caos, ma questa volta le cause sembrano essere più complicate e si legano alla profonda natura dell’assetto socio-politico della Libia. Allora cosa rende il futuro di Tripoli instabile ?


Ormai siamo all’anno zero. Dopo la rocambolesca caduta di Gheddafi, le prime elezioni libere in Libia sono previste per il sette luglio. In palio ci sono circa duecento seggi per il Congresso generale nazionale – la futura assemblea parlamentare libica – che avrà in seguito il compito di nominare un comitato costituente e formare il nuovo governo. Ma queste elezioni sono appese a un filo, il rischio è quello di rivedere le scene viste qualche giorno fa a Bengasi, devastazioni e schede elettorali date alle fiamme all’interno della commissione elettorale incaricata di organizzare il voto. Il già difficile processo di transizione potrebbe, dunque, impantanarsi lasciando spazio alla violenza, alla corruzione, e alle divisioni sociali ed etniche. Amnesty International ha già ampiamente descritto, in questi mesi, le scorribande delle milizie che sfuggono ormai al controllo del Consiglio nazionale di transizione (Cnt), gli arresti indiscriminati di giornalisti e bloggers e le torture ai prigionieri, quasi come a regolare conti del passato – sono ancora vividi i ricordi dei sopravvissuti alla macelleria messicana del carcere gheddafiano di Abu Salim - ed epurare ogni traccia di ciò che resta del colonnello e del suo regime. Certo, i lunghi anni del leader della Jamahiriya sembrano aver completamente estirpato ogni segno di collante civile, di principi democratici, di libera partecipazione alla cosa pubblica. Lo stesso capo del Cnt, Mahmoud Jibril, non riesce a stabilizzare la precaria situazione politica e istituzionale del paese, essendo, lui stesso, in costante pericolo di vita. La sua coalizione, l’Alleanza dei patrioti libici, è un insieme mal amalgamato di politici in ascesa, vecchi capi tribali, sportivi e qualche liberale che difficilmente riuscirà ad elaborare una comune piattaforma politica. Del resto, anche Jibril ha recentemente dichiarato di non essere tanto interessato a vincere politicamente, quanto ad “insegnare al popolo la democrazia”. Una dichiarazione impegnativa, poiché proprio l’opacità e la distanza del governo ad interim sono le cause principali di questa situazione.

I nuovi colonnelli al banco delle elezioni

Nonostante le difficoltà, la caduta di Gheddafi ha inevitabilmente vivacizzato il quadro politico. Alle elezioni si sono presentati più di quattromila candidati, ma la commissione elettorale ne ha ammessi circa duemila e cinquecento come esponenti indipendenti e quasi mille come rappresentanti di partito. I seggi a disposizione alla fine saranno circa duecento, centoventi riservati agli indipendenti e il resto ai partiti. Un numero non particolarmente elevato se si pensa che le circoscrizioni elettorali siano ben settantadue, le principali sono quelle della Tripolitania, alla quale spettano cento seggi, la Cirenaica, con sessanta, e il Fezzan, che avrà, invece, quaranta posti a disposizione. A parte la coalizione di Jibril, in forte ascesa è il partito Giustizia e Costruzione, che fa capo ai Fratelli Mussulmani libici, che sperano di poter cavalcare l’onda del successo che in Egitto ha fatto salire al potere il candidato della fratellanza, Mohamed Morsi. Anzi, la speranza degli islamici è di convincere il popolo libico che una salda alleanza tra i due paesi, improntata al riscatto economico e sociale delle classi sino ad ora oppresse dalla dittatura, può esserci solo con la vittoria di Giustizia e Costruzione in Libia. A guidare il partito islamico è Mohammed Sawan, un ex prigioniero politico del colonnello Gheddafi, che pur avendo dichiarato alla stampa di aspirare a uno Stato che riconosca le diversità e uno stato di diritto dove le differenti opinioni siano rispettate, non ha mancato di suscitare le perplessità di molti analisti occidentali. Del resto, la contrapposizione tra laici e fondamentalisti si presenta come un tema fondamentale del futuro della nuova Libia. Sia in campo religioso che politico, i libici sono sempre stati impermeabili a ogni forma di estremismo, soprattutto per l’onnipresenza violenta e imperante del regime di Gheddafi. Tuttavia, ora che il coperchio della pentola è saltato, potrebbero sorgere correnti di pensiero chiaramente destabilizzanti. Pur essendo un magistrato laico, anche Jibril ha dichiarato che “tutte le leggi dello Stato che non rispecchiano i dettami della sharia saranno cancellate e le prime a essere soppresse saranno la legge sugli interessi bancari e quella che vieta la poligamia”. Probabilmente, com’è accaduto in altri contesti quali l’Egitto o la Tunisia, saranno i giovani a spostare l’ago della bilancia a favore dell’una o dell’altra parte. Ad ogni modo, più che i temi a carattere squisitamente dottrinario a pesare saranno le posizioni dei vari schieramenti in campo economico, di politiche occupazionali e rispetto allo sviluppo tecnologico del mondo arabo. In corsa ci sono anche seicento donne, una conquista importante per la nuova Libia. Quella libica è una società avente una chiara connotazione maschilista. Non ci sono soltanto la discriminazione e la marginalizzazione del ruolo delle donne, ma vige una dura separazione. Tuttavia, la battaglia per i diritti civili delle donne in Libia ha visto protagoniste dal grande coraggio, come Mamma Khadija Giahmi, che già negli anni cinquanta trasmetteva dalla radio un programma per la parità dei diritti. Oggi sono nati una serie di comitati che si battono per l’ingresso in politica anche contro il parere dei nuovi colonnelli al governo. Uno di questi la Libyan Civil Society Organization, che ha raccolto firme per un cambiamento della legge elettorale. Ma basterà tutto questo per instaurare una condizione necessaria a rendere effettivi e permanenti tutta una serie di diritti oggi negati alle donne ?

L’incognita cirenaica e le toppe di Bruxelles

Anche se per alcuni la primavera araba potrebbe ripartire proprio dalle elezioni di questo sabato in Libia, il vero punto interrogativo della faccenda riguarda la posizione della Cirenaica. Nelle ultime settimane, infatti, si sono fatte sempre più forti le spinte centrifughe di questa regione legate all’infinito scontro con le prerogative politiche storicamente affidate alla Tripolitania, che anche il Cnt ha fatto fatica a indebolire. La delusione, espressa dal leader autonomista cirenaico Abdeljawad Badin, per non esser riusciti a controbilanciare il potere della Tripolitania, pur in un momento dove a guidare il Paese sono esponenti come Jibril dalla provenienza cirenaica, nasconde la paura per la formazione di un’assemblea costituente che potrebbe spezzare ogni sogno di autonomia federale e amministrativa. Per questa ragione il movimento autonomista cirenaico è passato ai fatti, minacciando di boicottare in massa il voto e d’innalzare il livello della tensione. La Cirenaica rappresenta, comunque, solo la punta dell’iceberg. Le crisi in Mali e Niger hanno reso, seppur di riflesso, la Libia meridionale molto instabile, gli scontri nell’oasi tribale di Kufra sono lì a ricordarcelo. In questo scenario, Bruxelles è corsa frettolosamente ai ripari cercando di arginare qualche falla. Il compito non è facile, l’Ue si appresta a guidare una complicata missione di monitoraggio elettorale che, nonostante le parole di Alexander Lambsdorff – l’eurodeputato a capo degli osservatori europei – il quale ha ribadito come non si preveda nessun tipo di destabilizzazione su larga scala a seguito del voto, potrebbe concludersi in un nulla di fatto. Nonostante l’Unione abbia messo in campo circa trenta milioni di euro per la ricostruzione del Paese africano, sui dossier più importanti (energia, sicurezza, immigrazione) i singoli Paesi europei continuano a muoversi in ordine sparso. Il governo Hollande ancora non sembra aver elaborato una strategia d’ingaggio precisa ma l’Eliseo, ultimamente, ha dato una grande mano al Cnt, accettando di consegnare a Tripoli, l’ex capo dell’intelligence di Gheddafi, Abdullah al-Senussi, catturato in Mauritania grazie al contributo delle forze speciali di Parigi. Il governo italiano, dopo aver gestito la delicata fase di contatto con il governo di transizione, ha riallacciato ogni rapporto con le autorità libiche, non mancando di attirare qualche critica a seguito della notizia di un nuovo accordo sui respingimenti, nonostante la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha condannato Roma, rea di aver violato l’art. 33 della Convenzione Onu sullo status dei rifugiati, quello che sancisce il principio del non-refoulement. Certo, vista la recente sentenza, ci saremmo aspettati un atteggiamento almeno un po’ più cauto in materia ma il Ministro degli esteri, Giulio Terzi, ha rassicurato tutti affermando che non c’è nessun motivo per ritenere gli accordi italo - libici in contrasto con le convenzioni internazionali. La speranza è che un maggior coordinamento europeeo possa, in futuro, evitare singole posizioni nazionali che rischiano di rappresentare una chiara anomalia dei principi fondamentali sui quali si basa il diritto dell’Unione.


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