Più confusione che chiarezza
Tra gli accademici circola una calzante metafora, coniata pochi anni or sono dal politologo Steve Wolinetz, per introdurre il tema dei partiti politici europei. Fa diretto riferimento alla storia di Sherlock Holmes e del cane che non abbaia di notte, suggerendo per analogia come sia proprio l’assenza, e non la presenza, degli europartiti a segnare la rotta degli studi in merito, nonché identificando tale difetto come utile a sciogliere alcune aporie più generali concernenti il sistema politico dell’UE e i processi dell’integrazione europea, un po’ come nella novella di Doyle il silenzio dell’animale offre a Scherlock Holmes la prova determinante per smascherare l’assassino. In effetti, malgrado i progressi degli ultimi anni, il livello politico comunitario manca ancora di soggetti partitici ben definiti e compiutamente sviluppati in strutture analoghe a quelle nazionali. Per partiti politici europei s’intendono, tanto sul piano teorico che su quello squisitamente pratico, delle entità dai contorni non chiari, in un certo senso liquide, a prima vista dunque difficili da racchiudere in una definizione puntuale.
Più livelli – quello nazionale, quello transnazionale e quello propriamente comunitario – s’intersecano in essi e pur mescolandosi non riescono a trovare una sintesi stabile, impedendo che una natura indipendente e matura possa emergere dal loro incontro. Le ragioni di questa confusione sono in parte ascrivibili alla peculiare e complicata architettura del sistema istituzionale comunitario – e questo tratto, come in un circolo vizioso, esce ancor di più rafforzato dall’inconsistenza stessa dei partiti europei. D’altro canto la radice del problema riposa anche su fattori tipicamente umani, nello specifico l’assenza di una seria e consensuale volontà politica a superarlo. Se il tema, come si vede, offre esorbitanti grattacapi ai politologi, figuriamoci ai cittadini comuni, per la maggior parte dei quali le formazioni europee rimangono un arcano a cui risulta difficile interessarsi.

- Il logo della campagna d’informazione lanciata dal Parlamento Europeo in vista delle elezioni di giugno
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Fonte : www.europarl.europa.eu
Seppur in maniera indiretta, gli ultimi dati pubblicati dall’Eurobarometro sulle imminenti elezioni europee, rivelando per esempio che il 54% degli europei non è interessato votare o che quasi due terzi di essi non hanno alcuna cognizione della data delle votazioni, dimostrano come gli europartiti falliscano nell’esercitare quella che dovrebbe essere una delle loro principali funzioni : fungere da cinghia di trasmissione tra le istituzioni e la cittadinanza [1].
Un poligono a tre facce
Per il momento sprovvisti di una dimensione indipendente e conchiusa, i partiti politici europei sono come accennato il risultato dell’(inter)azione di differenti sfere, tre per la precisione. In questo senso, si è ricorso all’immagine di un poligono a tre facce per illustrarne la conformazione (Bardi), nonché per metterne in risalto difetti e lacune. Il lato della figura più ampio e visibile, che comprende anche gli altri due, raccoglie i partiti nazionali, al contempo primo motore e ostacolo alla crescita delle formazioni politiche europee. I partiti nazionali occupano infatti una salda posizione di preminenza rispetto alle altre due dimensioni : continuando ad avere l’esclusiva sulla scelta dei candidati alle elezioni europee, essi si occupano di fatto della selezione della classe dirigente e possono cosi’, sia in modo diretto che indiretto, orientare i comportamenti di voto dei propri eletti. Inoltre, caratteristica da non trascurare, costituiscono ad oggi l’unico canale diretto tra i cittadini e la macchina istituzionale comunitaria.
Aggregandosi per affinità ideologica, i partiti politici nazionali vengono quindi a formare a livello europeo le altre due facce del poligono : le federazioni transnazionali e i gruppi parlamentari. Le prime, pur avendo ricevuto a partire dal Trattato di Maastricht il suggello legale dell’Unione, conseguendo lo status di ‘partiti politici europei’, nei fatti mantengono una intrinseca debolezza organizzativa, tanto che si fatica a inquadrarli come veri e propri partiti. Al contrario, i gruppi parlamentari svolgono un ruolo ben più dinamico e definito : le loro strutture possono beneficiare del supporto materiale dei servizi del Parlamento europeo, ed hanno avuto modo di rafforzarsi e migliorare la propria coordinazione interna in oltre cinquant’anni di attività assembleare. In un certo qual modo il rapporto tra le due entità appare quindi essere inverso rispetto ai contesti nazionali, con i gruppi più idonei a condizionare le scelte delle federazioni e non viceversa.
A prescindere da dove penda l’ago della bilancia, è importante chiarire che questa relazione non può essere meramente speculare, ovvero non è corretto parlare di un soggetto come espressione parlamentare dell’altro : seppur in larghissima parte interconnessi, gruppi parlamentari e federazioni non sempre vengono pienamente a coincidere. Le federazioni transnazionali poggiano infatti su una piattaforma di membri nazionali talvolta più ampia, tal’altra meno rispetto ai propri gruppi di riferimento in parlamento. Tanto per offrire un esempio, il gruppo dell’ALDE, la famiglia parlamentare dei liberal-democratici, include due federazioni differenti : il Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (ELDR) e il piccolissimo Partito Democratico Europeo.
Alcuni partiti nazionali inoltre, specialmente di matrice estremista, pur appartenendo a un gruppo politico in parlamento non aderiscono alla federazione collegata oppure, come nel caso di formazioni ecologiste e ambientaliste scandinave, si sono unite in organismi che tuttavia non sono riconosciuti come partiti europei. Infine, tutte queste incongruità, seppur minimali, sono vieppiù rafforzate dall’inclusione nei ranghi delle federazioni di soggetti « extra-comunitari », ovvero di partiti provenienti da stati europei non (ancora) aderenti all’Unione europea, in qualità di associati o osservatori.
Guido al labirinto dei partiti europei
Una veloce panoramica sulle federazioni e i gruppi cui sono legate, a rischio di risultare pedante, è necessaria. Sulla carta al momento esistono 10 partiti politici europei ufficialmente riconosciuti dall’Unione, nonostante sussistano differenze di una certa rilevanza quanto al livello di sviluppo da essi raggiunto. In cima alla lista, sia per numero di adesioni che sotto il profilo dell’organizzazione, svettano le due grandi famiglie dei Popolari e dei Socialisti, i gruppi più cospicui in seno al Parlamento europeo. Parlamento che di fatto hanno sempre dominato in condizioni di pseudo-duopolio, spesso e volentieri non rinunciando a forme di aperto consociativismo, come nel caso classico dell’elezione del presidente dell’assemblea, proveniente a turno dalle loro file grazie a un calcolato gioco di reciproci appoggi. PES o PSE (Partito del Socialismo Europeo) e PPE o EPP (Partito Popolare Europeo) costituiscono la forma più evoluta di partiti politici europei, essendo tra l’altro i più longevi, ed entrambi hanno rafforzato nel tempo la loro sfera d’influenza e la propria presenza nel dibattito pubblico. Lo dimostra, ad esempio, il buon riscontro sulla stampa ottenuto dall’ultima convention dei socialisti a Madrid, lo scorso dicembre, nel corso della quale è stato adottato ufficialmente il “manifesto” per le

- Poul Nyrup Rasmussen, presidente del PES, insieme al premeir ungherese Ferenc Gyurcsany e a Martine Aubry, segretaria del partito socialista francese
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Fonte : www.pes.org
imminenti elezioni europee. Il PSE e il PPE, malgrado le loro conclamate debolezze, incarnano per il momento l’avanguardia dei partiti politici europei (pur distanti dal possedere ancora i poteri e la forma di veri e propri partiti) e potrebbero dunque fungere da traino e modello per gli altri attori partitici europei.
Ben diversa è la condizione dei liberali europei, la terza forza per numeri, al cui gruppo parlamentare (l’ALDE) corrispondono, come detto, due differenti federazioni. Di queste, la più corposa, ovvero l’ELDR (Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori), ha una struttura ancora piuttosto involuta, più vicina a quella di un’associazione orizzontale di partiti nazionali che di un vero e proprio partito con un sistema decisionale verticale. Tra le ragioni principali di questa differenza spicca senza dubbio la bassa coesione ideologica dei partiti che ne fanno parte, una caratteristica facilmente rintracciabile nei dati sul comportamento di voto nel PE. Il liberalismo vanta in effetti molte e articolate espressioni, collocabili su un ampio spettro che va da forme radicali e progressiste, quasi prossime alla social-democrazia, ad altre di orientamento più conservatore e/o marcatamente liberista.
Analoghe, ma anche più profonde, le difficoltà che impediscono ai Verdi Europei e all’Alleanza Libera Europea (che formano un unico gruppo nel Parlamento Europeo) di plasmare i propri legami nelle forme di un effettivo partito o pseudo tale, come i propri omologhi socialisti e popolari sulla piazza europea. In primo luogo, seppur in maniera tutt’altro che definita e con molte sfaccettature, due importanti “faglie ideologiche” attraversano il mondo ecologista : la prima divide partiti nazionali euroscettici da quelli più favorevoli all’integrazione comunitaria ; la seconda oppone formazioni dall’anima ancora movimentista ad altre ormai istituzionalizzate, alcune con alle spalle esperienze di governo. Malgrado queste tensioni si siano nel corso del tempo allentate, esse continuano tuttavia a minare la concordia in seno alla federazione. Più in generale, “il diffuso atteggiamento antiburocratico e la chiara preferenza di molte delegazioni nazionali per sistemi decisionali decentrati e vicini alla base si sono sinora tradotti in un’evidente riluttanza a creare un’organizzazione partitica compiutamente transnazionale” [2]. L’attività del gruppo parlamentare, creato per la prima volta nel 1984, non è riuscita, almeno non sinora, a stimolare una maggiore integrazione in seno alla federazione. Tutto ciò, mentre l’ambiente è ormai permanentemente in cima alla lista delle priorità dell’Unione, incide negativamente sull’influenza che gli ecologisti possono esercitare proprio sull’approccio comunitario alle tematiche che sono all’origine del loro impegno politico.
Dopo tutto, malgrado le differenze non irrilevanti quanto al livello di organizzazione interna e attività politica, le quattro succitate federazioni posseggono, o si sforzano di possedere, le sembianze di partiti. All’opposto, le altre sei formazioni ufficialmente riconosciute dall’Unione tendono più ad apparire come associazioni di partiti ideologicamente rassomiglianti (ma non necessariamente affini), dotati in generale di strutture deboli e di una presenza pubblica quasi irrilevante, se non invisibile. A parte il Partito della Sinistra Europea (SE) che, nato appena cinque anni fa dall’unione delle principali identità comuniste e socialiste radicali del continente, sta lentamente cercando di crescere come soggetto unitario, le rimanenti forze costituiscono una mera proiezione dei gruppi parlamentari (o di parte di essi) all’esterno dell’assemblea, talvolta con l’adesione di singoli eurodeputati indipendenti. Le loro chance di sopravvivenza sul lungo periodo risultano per altro piuttosto limitate nella misura in cui i gruppi cui fanno riferimento sono decisamente volatili e continuamente soggetti a cambiamenti nella composizione dei propri aderenti. L’Alleanza per l’Europa delle Nazioni offre un esempio lampante : il suo gemello e mentore in parlamento, l’UEN (Unione per l’Europa delle Nazioni), ha nel corso del tempo fatto da ombrello ad una variegata panoplia di partiti nazionalisti o d’ispirazione conservatrice, molti dei quali sono poi confluiti nei Popolari (come l’UMP di Sarkozy) o si sono sciolti. Tra le tre entità di una certa caratura su cui si regge ancora la federazione, ovvero Alleanza Nazionale, il Fianna Fail irlandese e i polacchi di Giustizia e Libertà, il primo partito dovrebbe presto confluire nel PPE a seguito della fusione con Forza Italia, laddove il secondo vive ormai con palese sofferenza le intemperanze nazionalistiche delle rimanenti formazioni e naviga a vele spiegate verso l’adesione all’ALDE. Un barlume di speranza per il gruppo è stato recentemente acceso dalle dichiarazioni del segretario dei Conservatori inglesi, David Cameron, favorevoli a un passaggio del proprio partito dai ranghi dei Popolari a quelli proprio dell’UEN in ragione dell’eccessivo europeismo del PPE.
Le altre due federazioni votate a rappresentare i partiti euroscettici viaggiano velocemente verso un prematuro scioglimento. Il primo, l’EUD, non opera quasi più, mentre il partito che fa da specchio al gruppo parlamentare IND/DEM, Alleanza dei Democratici Indipendenti in Europa, si è sciolto in un nuovo cartello di voci euroscettiche chiamato Libertas, il quale, nato dall’esperienza della campagna per il “NO” al referendum in Irlanda per il Trattato di Lisbona, sta raccogliendo adesioni in tutta Europa e sembra prossimo a riscuotere un discreto successo nella imminente tornata elettorale europea.
La geografia dei partiti politici europei rimane dunque fortemente fluida, continuamente soggetta a smottamenti e defezioni, arricchita dal conio di nuove formazioni o ridotta dalla scomparsa di vecchie. Per i cittadini arrivare a comprendere un quadro così complicato e mutevole, oltretutto composto da soggetti con caratteristiche molto differenti, è impresa improba e tutto sommato inutile. Il loro punto di riferimento rimangono i partiti nazionali, anello di congiunzione imprescindibile tra essi stessi e i partiti politici europei.
Le legislazione avanza, i partiti meno
La situazione appena tratteggiata, con tutte le sue falle e debolezze, sarebbe apparsa più plausibile e in fondo giustificata in relazione al vuoto legislativo che circondava le formazioni politiche europee 25 anni fa. Oggi, tuttavia, gli europartiti possono poggiare su una solida, seppur incompleta, ancora giuridica, ispirata da alcuni riferimenti nei trattati, dapprima, e successivamente a più riprese arricchita di dettagli dall’attività legiferante dell’Unione. Una prima importante forma di riconoscimento giuridico per le entità politiche a livello europeo, come detto, si materializza tra le disposizioni, molte radicalmente innovatrici, contenute nel Trattato di Maastricht, tredici anni dopo l’entusiastico debutto delle elezioni europee. Si tratta per il momento di un semplice e spiccio richiamo all’importanza dei partiti come “fattore per l’integrazione europea”, che ne identifica l’essenziale ruolo nella formazione “di una coscienza europea” tra i cittadini comunitari.
Il cosiddetto articolo sui partiti, come originariamente inserito nel Trattato dell’Unione Europea, evita tuttavia di chiarire quale dovrebbe essere la natura dei partiti europei, né offre alcun’altra indicazione in proposito. Il suo valore è insomma meramente declaratorio. Ciò non di meno ha il merito di aprire sul piano giuridico la questione dei partiti, coniando la figura legale di « partiti politici europei », e rendendola d’ora in avanti non più aggirabile dai legislatori. Se il dibattito, da allora, assume un ruolo più centrale nella vita istituzionale dell’Unione, esso purtroppo verte (e continuerà a vertere) quasi esclusivamente sul finanziamento delle formazioni europee, tema che viene sollevato dai partiti nazionali in modo spesso strumentale, allo scopo di acquisire nuove e fresche sovvenzioni alla propria attività.
Come conseguenza, il Trattato di Amsterdam sanziona per la prima volta la possibilità per gli europartiti di accedere al budget amministrativo comunitario, pur lasciando insoluti i dilemmi legati alle definizione giuridica delle entità stesse. Il risultato è quindi una contenuta linea di bilancio che, indirettamente, finisce in buona parte nelle tasche dei membri nazionali. Con l’arrivo dei primi finanziamenti un tabù è stato comunque infranto. Il successivo Trattato di Nizza, portando il processo decisionale in materia di partiti dall’unanimità alla maggioranza qualificata – un escamotage già più volte utilizzato in caso di disaccordi irrisolvibili – apre anche la strada al rapido varo di una legislazione finalmente più comprensiva e puntuale. Legislazione che, dietro la spinta fondamentale della Commissione Europea, arriva in effetti con un primo regolamento nel 2003 (No 2004/2003), modificato e integrato nel 2007. L’importanza di quest’atto risiede nell’aver infine messo in opera un meccanismo più limpido ed efficiente di finanziamento, soprattutto agganciandolo al rispetto di una serie di requisiti che, se non altro, offrono una prima definizione giuridica dei partiti politici europei : una mossa che ha funto da sprone per traghettare le federazioni verso forme associative effettivamente più coese e strutturate. Senza indulgere in dettagli, tra i criteri appena menzionati spicca ad esempio l’obbligo per le federazioni di essere costituite di partiti nazionali in rappresentanza di almeno un quarto degli Stati membri, di aver personalità giuridica, di non poter accettare donazioni dai gruppi politici in Parlamento e via proseguendo.
La regolamentazione, come si vede, risponde principalmente e ancora un volta a un intento esclusivamente finanziario, ma segna un precedente essenziale per il futuro dell’entità politiche europee, avendole comunque vincolate, per lo meno a livello superficiale, ad assumere una dimensione più comunitaria. Quasi superfluo è ricordare come in effetti a partire dal 2003 le federazioni abbiano subito una rapida evoluzione, in primo luogo costituendosi nominalmente in “partiti”, proprio in virtù di questi progressi legislativi. Inoltre, più fondi significa la possibilità di maggiori strutture di supporto all’attività di partito, e un’organizzazione più efficiente. Va infine precisato che il regolamento del 2003, come la sua versione emendata del 2007, hanno comunque conosciuto una gestazione particolarmente travagliata, al centro di aspre lotte e forti dissensi in sede di approvazione (soprattutto tra Consiglio e Parlamento europeo). Essi costituiscono il frutto di un delicato compromesso, a testimonianza che significato e funzioni dei partiti politici europei sono ben lungi dal possedere una connotazione univoca e unanime tra le forze comunitarie.
Le elezioni europee sono alle porte e i partiti europei dispongono per la prima volta della possibilità di utilizzare una cospicua torta di fondi europei per la propria campagna, un chiaro incentivo a compiere l’auspicato salto di qualità verso entità compiutamente europee. Ancora una volta tuttavia emergerà un quadro in cui le voci partitiche nazionali s’impongono su quelle propriamente comunitarie. Perché ?
Che tipo di animali politici ?
Una rapida analisi delle principali incoerenze che interessano il sistema delle federazioni europee o europartiti, oltre a confermarne lo stato di forte involuzione, indica anche la necessità di riforme radicali per portare questi soggetti al rango di veri partiti, riforme cui la stessa Unione europea non sembra essere pronta. La vicenda dei partiti europei è in effetti intimamente legata ad alcune delle principali (e annose) problematiche dell’Unione, le stesse riassumibili nella celebre formula “deficit democratico”. E si tratta di un doppio legame, sia d’effetto che di causa : da un lato è la peculiare struttura istituzionale dell’Unione Europea a fungere da freno allo sviluppo dei partiti ; proprio questi ultimi dall’altro, nell’assumere una dimensione più europea, potrebbero essere motore di una maggiore integrazione democratica dell’UE stessa.
Come ampiamente documentato nell’introduzione, l’altro principale impedimento all’evoluzione dei soggetti politici europei è rappresentato dai partiti nazionali che ne formano i loro ranghi. In prima istanza, gli europartiti sono aperti all’esclusiva adesione dei partiti nazionali, negando pr converso la medesima prerogativa ai singoli individui (anche se i Verdi ora lo prevedono). Il tesseramento, strumento fondamentale di relazione tra la direzione di un partito e il suo elettorato, non è contemplato dai soggetti politici europei. Tra questi ultimi e la base intercorre sempre la mediazione dei partiti nazionali a cominciare dal momento più alto e partecipato nel rapporto tra cittadini e istituzioni : le elezioni.
Inoltre, fin dal 1979, l’anno delle prime votazioni per il Parlamento Europeo, le campagne elettorali sono state coordinate dai singoli partiti principalmente sulla base di istanze nazionali o locali : le tematiche europee compaiono nei programmi in maniera solo periferica. Le elezioni vengono infine pretestuosamente utilizzate dai partiti come palestra per le elezioni politiche nazionali oppure, nel caso ad esempio di una forza di governo, come banco di prova della propria popolarità. Sono insomma snaturate e obbligate ad assumere una dimensione eminentemente nazionale.
E’ pur vero che negli anni i partiti hanno aumentato i richiami ai gruppi di cui fanno parte in sede comunitaria ; è pur vero che dal PSE ai Verdi le federazioni si sono premurate di approvare dei manifesti elettorali che in teoria dovrebbero fungere da riferimento per ogni singola campagna dei propri referenti nazionali ; nella sostanza tuttavia le elezioni europee rimangono appannaggio dei soggetti nazionali. E indubbiamente la struttura stessa del sistema elettorale non aiuta a modificare le cose : i partiti europei non dispongono di liste unitarie in tutta Europa, né hanno o potrebbero avere voce in capitolo nella scelta dei candidati. La loro visibilità, malgrado le liste nazionali abbiano cominciato ad includerli come riferimento nei propri simboli, è comunque scarsa, per non dire nulla. L’assenza dalla contesa elettorale può e deve essere messa in relazione con la questione della bassa affluenza al voto, una problematica che, malgrado gli ingenti sforzi profusi dalle istituzioni, non è stata mai sanata, anzi si è aggravata con l’allargamento del 2004.
Le elezioni europee sfortunatamente rimangono un momento della vita pubblica ampiamente trascurato dalla cittadinanza europea, proprio perché in buona parte percepito come una replica delle elezioni nazionali. La discesa in campo diretta dei soggetti politici comunitari, in luogo dei partiti nazionali, potrebbe forse innescare un moto crescente d’affezione al voto europeo, assolvendo infine proprio a quel compito previsto dai trattati di incentivo alla formazione di una coscienza europea.
Ritornando al deficit democratico, un’altra problematica è legata al fatto che i partiti politici europei sono purtroppo ostaggio della posizione particolare che riveste il Parlamento Europeo nella complessa architettura comunitaria. L’impossibilità da parte della maggioranza partitica uscita vincitrice dalle elezioni di poter esprimere, previa voto parlamentare, un proprio candidato alla presidenza della Commissione (l’organo che, al di là di tutte le differenze, si avvicina di più a quello di un esecutivo nazionale) ne ridimensiona drasticamente il ruolo. E’ pur vero che, formalmente, i trattati (anche quello di Lisbona non ancora in vigore) hanno rafforzato il potere di controllo e nomina dell’assemblea nei confronti della Commissione Europea. Ma si tratta pur sempre di strumenti indiretti, mentre la scelta dei nomi della Commissione spetta inequivocabilmente al Consiglio dell’Unione europea ed è dettata da un articolato compromesso tra i governi degli Stati membri piuttosto che da un sano principio maggioritario (con un legame esplicito al risultato delle elezioni al Parlamento europeo).
Le federazioni europee sembrano per altro soffrire questa deminutio. Se è vero che buona parte delle novità istituzionali introdotte dai trattati, come dalla legislazione secondaria, costituiscono nulla di più che la legalizzazione di pratiche già adottate a livello informale dalla vita politica comunitaria, basterebbe che ogni federazione si facesse carico di indicare con chiarezza nel corso della campagna un candidato alla presidenza dell’esecutivo europeo. Come si è recentemente visto non è così.
Il caso più eclatante di questa rinuncia all’esercizio di una importantissima prerogativa è rappresentato dal Partito Socialista Europeo, che in fase di approvazione del proprio manifesto elettorale ha scelto di non segnalare alcun candidato. Addirittura, alcuni leader della stessa area politica (il primo ministro Gordon Brown, ad esempio) hanno già assicurato il proprio sostegno alla rinomina dell’attuale presidente José Manuel Barroso, politico di centrodestra il cui partito di appartenenza fa parte dei popolari europei. Si può quindi essere d’accordo con Thomas Janses, ex segretario generale del PPE, quando spiega la relativa debolezza dei partiti politici europei con il fatto che “il potere nell’Unione Europea non promana dal Parlamento, ma dai governi nazionali che devono la propria legittimità e il proprio potere ai propri parlamenti nazionali”.
L’ultimo tema, meno importante degli altri, concerne la coesione ideologica degli europartiti. La coesistenza all’interno di uno stesso gruppo politico o federazione di sigle nazionali con background politici affini ma non uguali indubbiamente imbriglia l’azione propositiva degli europartiti stessi. Questo discorso vale soprattutto per i Verdi o i Liberali ma interessa anche il PPE e il PSE nella misura in cui dopo l’allargamento le due principali forze europee hanno aperto le proprie porte a partiti dei nuovi paesi membri dotati di una prospettiva politica non sempre congrua con il suo omologo nella tradizione partitica occidentale. Paesi che hanno subito vicende nazionali differenti da quelle europee e con una storia democratica relativamente recente posseggono indubbie differenze con i vecchi paesi membri che si riflettono drammaticamente anche nella posizione dei propri rappresentanti politici. PSE e PPE annoverano tra i propri banchi partiti dell’Est non esattamente europeisti, o come nel caso del PSE, attraversati da conati nostalgici nei confronti del passato comunista dei propri stati. Questo dato indica la difficoltà per tutti gli europartiti ad elaborare ad esempio manifesti politici pregni di contenuti e che non si fermino a formule piuttosto vaghe e ambigue, accusa rivolta non a caso al manifesto del PSE.
La soluzione unica per tutti i problemi sarebbe di sganciare i partiti politici europei dai propri referenti nazionali, permettendo loro di crescere come figure compiutamente comunitarie con strutture e politici indipendenti. Uno scenario naturalmente fantapolitico, impossibile per ora a realizzarsi.
(Foto logo : inyucho ; fonte : flickr.com)


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