Un ritorno dal sapore del paradosso storico
Chi avrebbe mai detto che quasi un secolo dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano, alla fine della Prima Guerra Mondiale, che nel quadro mediorientale significò la cacciata definitiva dei dominatori turchi dai paesi arabi, un governante proveniente dalla penisola anatolica si sarebbe riproposto come leader del mondo arabo-islamico. Agli occhi di molti osservatori arabi questa svolta delle relazioni tra Turchia e mondo arabo ha tutto l’aspetto di un paradosso della storia.
Tanto più che nelle masse arabe sembrano riaffacciarsi le stesse speranze coltivate quando dalla dissoluzione dell’Impero ottomano nacquero alcuni degli attuali stati arabi. Speranze frustrate dalle amministrazioni coloniali occidentali, dalle guerre e dai regimi autoritari instauratisi in molti di questi paesi. Adesso sula scia della primavera araba, Erdogan si fa beniamino di queste masse arabe.
I contrasti tra Turchia e Israele
In realtà il governo turco d’ispirazione islamica conduce da qualche tempo una strategia di riavvicinamento al mondo arabo. I primi segnali si sono avuti con le posizioni fortemente critiche assunte nei confronti di Israele per il blocco di Gaza iniziato nel 2006 e poi per la dura condanna dell’operazione Piombo Fuso condotta nel gennaio del 2009 dall’esercito israeliano su Gaza. Le relazioni con Israele si sono ancora più inasprite a seguito dell’attacco alla nave pacifista Mavi Marmara nel 2010 con la morte di numerosi attivisti turchi.
Ai primi di settembre, il governo turco ha richiamato il proprio ambasciatore in Israele, declassando il rango delle relazioni diplomatiche e sospendendo la collaborazione e i contratti militari con lo stato ebraico, come reazione al rifiuto israeliano di presentare scuse ufficiali a seguito della pubblicazione del rapporto ONU che ha cercato di far luce sull’episodio.
Erdogan si è apertamente espresso contro il blocco navale imposto a Gaza e durante la sua visita in Tunisia ha annunciato una maggiore presenza di navi militari turche nel Mediterraneo Orientale, affermando che Israele “non potrà più continuare a fare come gli pare nel Mediterraneo”, ed ha invitato in maniera piuttosto secca Israele a riconoscere lo stato palestinese schierandosi risolutamente in favore della dichiarazione d’indipendenza poi presentata da Abu Mazen all’ONU il 23 settembre.
Il discorso che ruota attorno al conflitto israelo-palestinese ha naturalmente attirato le simpatie delle popolazioni arabe, una posizione sicuramente di stampo populista, ma che sta mettendo fortemente sotto pressione Israele che rischia di perdere il suo unico alleato nell’area mediorientale, ritrovandosi ancor più isolato.
Il modello turco e le aspirazioni alla leadership regionale
Erdogan ha colto la palla al balzo della primavera araba per proporsi come leader regionale, e paradossalmente come leader del mondo arabo, pur non essendo lui stesso arabo. Ma oltre al discorso populista anti-israeliano c’è qualcosa in più.
La Turchia offre al momento ai paesi islamici un modello di regime laico, con un partito islamico moderato al governo, e uno sviluppo economico impetuoso. In fondo si tratta di quello che cercano le migliaia di giovani scesi nelle piazze arabe e che hanno portato alla caduta dei regimi in Egitto, Tunisia, Libia, che alimentano tuttora le rivolte in Yemen e Siria e le richieste di riforma presenti in altri stati mediorientali. Erdogan l’ha ben capito e fa leva su questo sentimento per proporre la Turchia come modello e leader regionale.
D’altra parte molte cancellerie occidentali vedono con favore l’affermarsi di questo ruolo, e sperano che effettivamente il modello turco possa affermarsi nei paesi arabi, impedendo che conquistino il potere le ali più radicali dei movimenti di protesta e garantendo la stabilità in paesi dove esistevano regimi repressivi, ma che comunque garantivano un ordine almeno apparente e gli interessi economici occidentali. Tuttavia l’impressione è che nessuno sia in grado di fare previsioni né abbia un’idea precisa di cosa verrà dopo la primavera araba.
La Turchia si è lanciata in questa scommessa guidata da Erdogan, cercando di inserirsi nel vuoto di potere venutosi a creare per modellare il futuro del Medio Oriente in accordo con i propri interessi geopolitici ed economici. Nel corso del suo tour Erdogan ha promesso sostegno politico ed assistenza economica ai nuovi governi arabi. Naturalmente questo andrà di pari passo con gli accordi energetici e lo sbocco ai mercati dei paesi arabi, di cui una Turchia con tassi di crescita negli ultimi anni superiori al 10% ha un assoluto bisogno.
Il primo ministro turco ha anche dimostrato una grande capacità di adattarsi agli eventi. Inizialmente, infatti, l‘atteggiamento della Turchia è stato diverso nei confronti delle rivoluzioni scoppiate nei vari paesi. Verso l’Egitto, un potenziale rivale dal punto di vista geo-strategico, dove la Turchia non ha grandi investimenti, il governo turco si è subito dimostrata solidale con i manifestanti.
I 15 miliardi di dollari investimenti ei 25.000 cittadini turchi che risiedono in Libia hanno invece indotto ad adottare un approccio più cauto verso la rivoluzione anti-Gheddafi. Lo stesso dicasi nei confronti della Siria, soprattutto temendo l’instabilità in un paese con cui esiste un confine diretto. Erdogan aveva poi ottimi rapporti sia con Gheddafi che con Assad e per questo era stato oggetto di critiche.
Tuttavia una volta percepito che il regime libico stava crollando, soprattutto grazie al supporto offerto dalla NATO ai ribelli, Erdogan ha abbracciato la causa del comitato di liberazione libico. Ha poi invitato il regime siriano a fermare la repressione e adottare riforme, anche per il timore di un flusso incontrollato di rifugiati al confine con la Turchia.
E sembra che la mossa stia funzionando, infatti, durante il suo tour arabo, sembra che tutti, sia le popolazioni sia i nuovi governi si siano dimenticati del passato ed Erdogan è stato accolto ovunque come un campione della libertà araba. Come detto in precedenza ciò è dovuto al fatto che la democrazia turca offre un modello che molti sperano replicabile nei paesi arabi, ma anche alla ricerca di una figura di riferimento esterna ai nuovi regimi su cui campeggia per ora un grosso punto interrogativo.
Paradossalmente Erdogan nei paesi arabi è molto più popolare dei nuovi governanti libici, egiziani, tunisini di cui pochi conoscono il nome stesso. Sembra sepolto il sospetto che la Turchia fosse il cavallo di Troia degli Stati Uniti in Medio Oriente, e la retorica anti-israeliana è stata probabilmente strumentale a superare questa visione in precedenza piuttosto diffusa nel mondo arabo.
I segnali inviati a Stati Uniti ed Europa
Nei confronti dei suoi alleati occidentali la Turchia sembra adesso in grado di sfruttare la rendita di posizione dovuta ala propria importanza geopolitica. Il paese rimane un pilastro della NATO, essenziale per mantenere l’ordine nel Mediterraneo ed un ponte verso l’Asia Centrale.
Gli USA, che al contrario appaiono in difficoltà nel Mediterraneo non si sono troppo sbilanciati sul contrasto attualmente aperto tra il governo turco e quello israeliano, l’alleato turco è altrettanto importante di quello israeliano e forse preferiscono che la Turchia si inserisca nel gioco attualmente in corso in Africa Settentrionale per bilanciare l’iperattivismo francese e britannico.
Con questo riorientamento della propria politica mediterranea il governo turco segnala anche all’Europa che dopo tanta attesa, e sulla scia di una crescente disaffezione nella popolazione, il paese può fare anche a meno dell’adesione all’Unione Europea, poiché ha ormai la forza per perseguire una propria strategia di sviluppo economico e di autonomia nelle proprie scelte di politica internazionale.
La Turchia in questo modo cerca d ribaltare il tavolo dei negoziati, dopo aver bussato a lungo alla porta dell’Europa, senza ottenere una risposta definitiva, adesso sembra voler dire che la palla è passata a Bruxelles che deve dimostrare chiaramente di volere l’adesione di una Turchia che può rappresentare una risorsa per un’Europa economicamente e politicamente in declino. In caso contrario la Turchia sta già percorrendo strade alternative.
Alla ricerca di una nuova dimensione internazionale
Ad Erdogan ed al suo partito ormai al potere dal 2002 va riconosciuto il merito di aver saputo guidare il paese consentendone lo sviluppo economico e ridandogli una stabilità ed una credibilità politica messe in discussione dal ruolo invasivo dei militari nel corso degli anni ‘80 e ’90. E’ riuscito a diradare i dubbi sulla possibile messa in discussione dei principi laici dello stato turco da parte di un partito d’ispirazione islamica.
Adesso, dopo i successi sul piano interno, Erdogan sembra lanciarsi in una scommessa più ardita sul piano internazionale. Mette in discussione alcuni dei pilastri della politica estera dello stato kemalista, come l’alleanza con Israele, la necessità dell’adesione all’Unione Europea e il non coinvolgimento negli affari interni dei turbolenti vicini arabi, per perseguire un proprio disegno di potenza regionale inserendosi nel gioco aperto dalla caduta di regimi al potere da decenni.
La tentazione sarebbe di definire queste mosse come una politica neo-ottomana, con strumenti diversi, Erdogan non cerca di sottomettere le masse ed i governi arabi ma di sedurli e sembra che per ora ci stia riuscendo.
Le opinioni espresse nell’ articolo sono da imputare alla sola responsabilità dell’autore e non riflettono la posizione ufficiale dell’istituzione presso la quale è attualmente impiegato.


Newsletter
Euros du Village
Gli Euros
Die Euros
The Euros
Los Euros
Ajouter un commentaire
Ajouter un commentaire

(1)
