Quale clima dopo Cancun ?

Intervista con François Gemenne, autore del libro “Géopolitique du changement climatique” (Armand Colin 2009). Gemenne insegna Geopolitica dei cambiamenti climatici a Sciences Po Parigi e all’Università Paris 13. I Suoi lavori di ricerca si concentrano soprattutto sulle migrazioni ambientali e sui fenomeni d’adattamento ai cambiamenti climatici. È membro dell’Istituto dello Sviluppo Durevole e delle Relazioni Internazionali (IDDRI).


Allora partiamo subito con la domanda da un milione di dollari, quale risultato dopo Cancun e perché si è parlato di una “mezza vittoria” ?

Più che di una mezza vittoria l’accordo di Cancun è a mio avviso insoddisfacente. Si tratta in sostanza di un copia-incolla del vecchio accordo di Copenaghen e non c’è assolutamente nessun progresso reale rispetto allo scorso anno. Per esempio il fondo verde da 100 miliardi di dollari destinato ai paesi poveri era già stato pensato in chiusura dello scorso summit, la cifra è rimasta la stessa e non sappiamo ancora da dove dovrebbero arrivare questi soldi. L’obiettivo del contenimento della temperatura media del pianeta entro i 2 gradi era, allo stesso modo, già stato definito a Copenaghen e malgrado questo oggi ci stiamo rendendo conto che nessuna iniziativa concreta è stata adottata per far rispettare questo parametro. Se guardiamo al contenuto del documento finale di Cancun non c’è niente di nuovo ; l’unico aspetto positivo lo ritroviamo nel diverso approccio al processo decisionale. A Copenaghen l’accordo era stato negoziato da 5 paesi e poi imposto agli altri mentre a Cancun la decisione è stata preparata coinvolgendo la totalità delle delegazioni, con la sola Bolivia che si è chiamata fuori. Cancun ha segnato un importante ritorno al multilateralismo, che dopo Copenaghen era stato fortemente messo in discussione.

Immaginiamo le difficoltà nel gestire questo genere d’incontri internazionali : Che ruolo ha avuto la presidenza messicana nella persona di Patricia Espinosa ?

Tutti sono rimasti positivamente sorpresi dalla performance messicana e dal ruolo del Ministro Espinosa. L’importante a Cancun era soprattutto ristabilire la fiducia tra le parti. Fiducia imperativa quando parliamo di negoziazioni internazionali ; senza questa non potrebbero esservi accordi di nessun tipo. Dunque la grande scommessa di questo summit è stata proprio quella di vincere la diffidenza. Una cosa che ha richiesto molto tatto, tattica e savoir faire. In questa occasione, i messicani e soprattutto la Presidente della Conferenza, Patricia Espinosa, hanno mostrato un abilità particolare nel mettere i partner a loro agio : Il successo di Cancun è soprattutto diplomatico.

Perché la Bolivia ha rifiutato l’accordo ?

È un fatto curioso in quanto la Bolivia è l’unico, tra i 194 paesi, ad aver rifiutato l’accordo. Curioso soprattutto perché gli altri membri dell’Alternativa Bolivariana, di solito molto “combattivi” nelle negoziazioni (mi riferisco soprattutto a Cuba, Ecuador e Venezuela), hanno alla fine scelto di sottoscrivere il documento finale. Tutti oggi si chiedono il perché di questo rifiuto e probabilmente una parte della spiegazione può essere ricondotta al summit di Cochabamba, l’incontro dei popoli sui cambiamenti climatici. Qui fu elaborato un accordo sul clima per certi versi concorrenziale rispetto a quello di Copenaghen. Ora a Cancun si è scelto di formalizzare l’accordo di Copenaghen (reintegrandolo di fatto nel processo ONU) mentre l’accordo firmato in Bolivia è finito nel dimenticatoio ; ecco, credo che questo sia stato probabilmente uno sgarbo che la delegazione boliviana non ha gradito e che ha portato in sostanza al rifiuto finale. Questa però resta solo una delle possibili interpretazioni dell’accaduto.

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Quale peso hanno ancora la Cina e gli Stati Uniti nei trattati internazionali sull’ambiente (MEA) e qual è il rapporto di forza tra le due potenze ?

Sono senza dubbio due potenze “decisive” che possono segnare le sorti di qualsiasi trattato internazionale sull’ambiente. Due grandi potenze che si osservano e sappiamo benissimo che non ci può essere nessun grande accordo globale che escluda la Cina e gli Stati Uniti. Anche a Cancun abbiamo visto come l’uno aspetti sempre le mosse dell’altro. Per quanto riguarda questi negoziati ci sono sempre stati almeno due punti fermi nella politica Cinese : il primo è il rifiuto netto di qualsiasi accordo che possa mettere a rischio la sua sovranità nazionale ; il secondo è che non ci sarà mai nessun taglio importante di emissioni senza un medesimo impegno da parte degli Stati Uniti. La situazione resta quindi bloccata se pensiamo alle difficoltà interne dell’amministrazione Obama che, dopo aver perso la maggioranza al Congresso, stenta a proporre un “agenda verde” degna di questo nome. È ben evidente che, allo stato attuale, il Congresso non ha alcuna intenzione di prendere accordi vincolanti. Resta una situazione molto difficile ed è un peccato perché, proprio in occasione di quest’ultimo incontro, la Cina si era mostrata molto più flessibile, spinta in particolare dalla nuova posizione indiana. Ha accettato il principio secondo cui anche i paesi emergenti devono ridurre le emissioni sottoponendosi ad un controllo internazionale, dunque ha saputo inviare svariati segnali di apertura. Lo stallo nelle trattative internazionali dipende interamente dalla problematica situazione interna degli Stati Uniti : solo se questi saranno capaci di inviare a loro volta un segnale di “flessibilità”, potrebbero verificarsi veri cambiamenti. Questa situazione di blocco perdurerà, a mio avviso, almeno fino alla fine della presidenza Obama. Se la prima mossa spetta, come abbiamo detto, agli Stati Uniti, possiamo altresì affermare che anche gli altri paesi industrializzati, con in testa Giappone e Canada, a dover offrire più disponibilità al dialogo. Discorso diverso per l’Europa che attualmente gioca in solitudine il ruolo dello studente modello.

Ecco, a proposito, perché il Giappone ha proposto un nuovo accordo che sostituisse Kyoto prima della sua naturale scadenza nel 2012 ? A quale scopo ?

Certamente è ironico che Tokyo voglia cambiare Kyoto. Ci sono più ragioni che potrebbero spiegare questa presa di posizione : la prima è la grande rivalità con la Cina. Il Giappone mal sopporta la perdita del ruolo di prima potenza asiatica e non è disposto a tagliare le proprie emissioni qualora il paese che attualmente da tutti viene identificato come prima vera potenza economica, non soltanto asiatica ma mondiale, non sia a sua volta vincolato da tale accordo. Il Giappone cerca ancora di riaffermarsi sullo scenario internazionale.

Quale clima ci attende dopo Cancun e quali prospettive per il prossimo summit di Durban 2011 ?

L’idea è che il percorso tracciato a Cancun possa finalmente portare a qualcosa di più concreto il prossimo anno a Durban o magari a Rio nel 2012 quando si celebreranno i vent’anni dell’Earth Summit. La speranza è chiaramente quella di un accordo vincolante che coinvolga tutti gli stati a partire da quelli più industrializzati.

E l’Europa ?

Siamo senza dubbio i primi della classe. In questi anni il ruolo dell’Europa si è rafforzato molto e questo è stato possibile grazie anche alla coordinazione di tutti gli stati membri su alcune posizioni unitarie ma questo non vuol dire che anche all’interno dell’Unione Europea non ci siano discussioni. Recentemente infatti 2 paesi in particolare si sono distinti per le loro pessime posizioni in materia : l’Italia e la Polonia. Il dato estremamente positivo, emerso anche in quest’ultimo incontro, è che gli altri attori ci percepiscono come una grande potenza, l’unica che attualmente si sforza veramente di trovare accordi vincolanti a tutela dell’ambiente.


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Les enjeux du climat après Cancún

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Emanuele RICCI

Après avoir terminé son master 2 en « Innovation et Développement » à l’Université de Rome La Sapienza, Emanuele s’est installé à Bruxelles où, actuellement, fréquente un master en relations internationales à l’Université Libre de Bruxelles. Dans le mois de (...)

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