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Quale difesa per l’Europa ?

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L’ultimo decennio ha cambiato la percezione del concetto difesa, e spostato il suo perseguimento dal livello nazionale a quello internazionale. I conflitti civili hanno preso il posto di quelli interstatali e le minacce non convenzionali sono aumentate considerevolmente ; il nuovo scenario rende gli Stati incapaci di reagire efficacemente da soli e chiama le organizzazioni regionali e internazionali a giocare un ruolo chiave per assicurare stabilità e gestire i conflitti.


In questa prospettiva, migliorare la politica di sicurezza e difesa significa non soltanto ricalibrare diplomazia, politica e strategia militare, ma anche rafforzare il comparto dell’industria della difesa, fornendo risorse per gestire capacità credibili e mantenere la sovranità delle operazioni. Al momento la crisi finanziaria sta ridimensionando i budget nazionali della difesa in Europa, e solo cinque paesi membri della NATO (Albania, Francia, Grecia, Regno Unito e Stati Uniti) spendono per essa il 2% del PIL, raggiungendo la soglia di riferimento dell’Alleanza. Così come risorse limitate non assicureranno capacità militari più razionalizzate, tagliare le spese non metterà a riparo gli Europei dalle responsabilità internazionali, e armamenti più ridotti non assicureranno necessariamente un mondo più pacifico.

Dal 2004 l’Agenzia Europea di Difesa (EDA) sviluppa e rafforza le capacità militari della Politica comune di sicurezza e difesa (CSDP) ; istituita dal Consiglio, essa supporta lo stesso e gli Stati Membri nel loro sforzo verso il miglioramento delle capacità di difesa dell’UE, accelerando l’armonizzazione delle esigenze militari, la cooperazione dei programmi volti a rafforzare la Base Industriale Tecnologica della Difesa Europea (EDTIB) e lo sviluppo della ricerca.

La conferenza annuale dell’Agenzia, tenutasi il 31 Gennaio, ha elaborato proposte che saranno presentate al prossimo Steering Board Committee – formato dal Capo dell’Agenzia, l’Alto Rappresentante Catherine Ashton, il Capo Esecutivo Claude-France Arnould e dai Ministri della Difesa degli Stati Membri. Quest’anno la conferenza ha l’obiettivo di fornire risposte all’austerity e di ripensare la cooperazione di difesa, le priorità strategiche per l’EDTIB e le misure per migliorare l’efficienza e ridurre i costi del mercato della difesa. In altre parole : realizzare il concetto di Smart Defence. Il Generale francese Stéphane Abrial, Comandante del Supremo Comando di Trasformazione della NATO la definisce : “una visione di lungo termine guidata dalle nazioni. La Smart Defence ci impegna a realizzare strategie di lungo termine e a sviluppare capacità essenziali per realizzare la nostra la missione che si basa sulla cooperazione multinazionale”. Se da una parte gli impegni derivanti dall’Alleanza devono essere rispettati rendendo il risultato quanto più credibile, dall’altra i fatti parlano chiaro : l’ultima esperienza in Libia ha mostrato nuovamente l’insufficienza dell’UE nello svolgimento delle operazioni aeree, e ancora una volta la NATO ha assunto il compito al nostro posto perché l’EU non era in grado di prendere una decisione. Inoltre, “Le operazioni esigono standard tecnologici molto alti ; la crescente precisione, le attività di sorveglianza e informazione richiedono capacità non sempre raggiungibili per uno Stato che agisce da solo”, puntualizza Madame Arnould. L’Europa deve avere capacità militari più grandi della somma delle sue disparate parti e per questo, i governi europei hanno bisogno di costruire capacità complementari e aggregabili. La lezione libica e budget limitati dovrebbero accelerare questa evoluzione. Secondo Arnould “la tecnologia e l’innovazione oggi sono i fattori guida” ma in questo difficile contesto finanziario sembra più realistico vedere gli Stati Membri correre a riorganizzare le loro economie, cominciando dal potenziamento delle risorse già disponibili.

Alexandre Dossat, Manager della comunicazione presso l’Associazione europea delle Industrie dell’Aereo Spazio e Difesa (ASD), traccia i profili delle spese dei ministeri della Difesa. In particolare egli sottolinea che “il costo del personale militare è la voce più importante del bilancio di difesa, inoltre – puntualizza – un tale elemento mostra il bisogno di spendere non necessariamente di più, ma certamente meglio per razionalizzare la spesa militare a vantaggio degli investimenti. In questo momento dobbiamo usare risorse limitate e lavorare in un modo più flessibile”. Cooperazione è la parola “chiave” nell’attuale frangente di crisi. Dossat spiega che mentre “in realtà non ci sono nuovi programmi da finanziare per migliorare gli acquisti militari, la soluzione è consolidare la domanda e ridurre la frammentazione del mercato”. Tuttavia il principio del pooling & sharing (messa in comune e condivisione) è ancora lontano dall’essere una pratica comune per la spesa militare, poiché gli Stati membri sono ancora reticenti ad accettare un livello di interdipendenza in un settore avente implicazioni rilevanti sulla sovranità nazionale ; dall’altra parte, la compartecipazione e la condivisione di asset militari richiedono un alto grado di intesa in politica estera.

Secondo i dati ufficiali dell’Agenzia, nel 2010, nonostante il livello complessivo delle acquisizioni sia aumentato di 1,8 miliardi di Euro rispetto al 2009, gli acquisti condotti in cooperazione rimangono una piccola parte. Infatti, è stato registrato solo un timido 22% (7,54 miliardi di Euro quando gli acquisti nazionali ammontano mediamente a 26,29 miliardi di Euro) contro il 76,6% dell’approvvigionamento nazionale, il che spiega la difficoltà per le imprese di penetrare il mercato di altri paesi. Il basso livello di armonizzazione potrebbe essere spiegato dal piccolo numero di partecipanti coinvolti nella cooperazione intergovernativa ; infatti, come in ogni negoziazione, minore è il numero di soggetti coinvolti, più facilmente si raggiunge il compromesso. Questo è ancora più vero considerato l’interesse implicito nella cooperazione in materia di armamenti, dove visione strategica ed esigenze possono essere condivise solo tra paesi allineati verso un comune obiettivo. Così, mentre non è ancora pervenuta una visione comune della CSDP, la tanto temuta “Europa a due velocità” si sta concretizzando come unica risposta possibile : “meglio essere in pochi”, direbbero alcuni funzionari dell’Agenzia.

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Un corso congiunto per fronteggiare gli ordigni esplosivi improvvisati

(Fonte : European Defence Agency)

Non a caso gli Stati implicati in un programma di cooperazione sotto l’egida EDA sono chiamati a impegnarsi nella condivisione di contenuti e standard elevati. Disponibilità alla collaborazione, requisiti, budget, gestione del progetto e cooperazione industriale, suonano come una soglia di sbarramento per i paesi meno motivati e diventano l’incentivo per i più competitivi. “La conseguenza” continua Dossat “è che i programmi coinvolgono solo alcuni Stati, generalmente quelli con il più alto grado di sviluppo delle industrie militari”. I programmi di cooperazione tendono ad includere attori con le industrie più avanzate nei settori rilevanti, e aggregano interessi economici ed esigenze di politica estera dei paesi partecipanti. Quindi l’esclusione di altri Membri dell’Agenzia da un programma diventa una condizione naturale per garantire la sopravvivenza della CSDP, dato che “l’implementazione della Smart Defence si ripercuote duramente sulle industrie meno performanti, migliorando la competitività degli attori più avanzati”, conferma Alexandre Dossat. Questo processo a geometria variabile spinge la cooperazione ad aumentare su progetti con forti implicazioni finanziarie, dove il ritorno economico è più grande. Tuttavia la mano invisibile del mercato non sarà certo sufficiente a consolidare la Base Tecnologica e Industriale della Difesa Europea, e interventi normativi al livello europeo sono necessari, data la responsabilità assunta dall’UE nei teatri di crisi e il dovere di preservare conoscenza tecnologica, competenze specializzate e know-how, che rappresentano un bene prezioso nella competizione economica globale. L’Europa non può permettersi di perdere una parte di questo capitale, e la nascita di una dipendenza esterna di lungo termine su competenze specifiche, come quelle operative, non è sostenibile, pena ledere l’autonomia dell’azione e la sovranità operativa delle missioni militari e civili. L’Europa è un’economia manifatturiera che può sperare di non sparire nella competizione del mercato lanciata dalle potenze emergenti – che al contrario stanno aumentando la spesa militare – solo se i vantaggi tecnologici saranno mantenuti su standard molto alti.


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Alessia CENTIONI

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