Tempi duri per gli immigrati che cercano di entrare nell’Unione Europea. Molti paesi, in primis quelli alle frontiere meridionali dell’Europa, come Italia e Spagna, hanno inasprito le già restrittive politiche sugli accessi, limitando il numero di visti rilasciati annualmente per i nuovi ingressi. Come se non bastasse, la crisi economica ha prodotto in tutta l’area UE un sensibile calo dei livelli occupazionali, di cui gli immigrati, in quanto categoria più vulnerabile, sono stati i primi a fare le spese.
Ad alimentare ulteriormente un clima di estrema tensione, si è registrata in molte elezioni locali e nazionali una netta affermazione di partiti xenofobi e populisti che hanno giocato e vinto la propria campagna elettorale appunto sui temi dell’immigrazione. È il caso di Belgio, Olanda e di alcuni luoghi considerati fino a pochi anni fa paradisi dell’integrazione, come la Svezia, o roccaforti socialiste, come la città di Vienna.
Una serie di segnali inquietanti a cui si è aggiunta un’estate all’insegna delle tensioni e delle polemiche a sfondo razziale in Francia, con nuovi scontri nelle ‘banlieue’, luoghi simbolo dell’emarginazione degli immigrati ma anche di quei francesi di seconda o terza generazione che non riescono a superare le barriere etniche. Ma soprattutto con la linea dura annunciata dal presidente Sarkozy nei confronti dei Rom, che ha portato ad un contestatissimo piano di rimpatri più o meno volontari di numerosi cittadini bulgari e romeni ed allo scontro frontale con le istituzioni europee, allarmate per la discriminazione etnica e per le presunte violazioni sulla libera circolazione dei cittadini europei all’interno dell’Unione.
L’Europa chiude le porte
Un aspetto comune delle politiche europee per l’immigrazione degli ultimi anni, tanto a livello nazionale che comunitario, è stato il continuo tentativo di limitare il numero di ingressi di cittadini extracomunitari, indipendentemente da quei fattori che spingono all’emigrazione (guerre, persecuzioni, assenza di opportunità di sviluppo, differenze salariali e il fenomeno sempre più rilevante delle catastrofi climatiche) o che attirano immigrazione (domanda del mercato del lavoro, la creazione di un mercato duale in cui alcuni ruoli sono ormai destinati esclusivamente a lavoratori extracomunitari, carenze di manodopera in alcuni settori specifici). L’unica preoccupazione è rispondere a quella che viene presentata dai mass media e recepita dall’opinione pubblica come un’emergenza.
E allora in Gran Bretagna sono stati ristretti i canali di accesso per i migranti in cerca di asilo e sono state inasprite le condizioni di detenzione ed espulsione per gli immigrati irregolari ; la Spagna ha innalzato mura elettrificate nelle enclavi di Ceuta e Melilla ; l’Italia ha siglato un Trattato di Amicizia con la Libia che, al di là dei risvolti economici e finanziari, mette sostanzialmente nero su bianco la violazione dei diritti umani garantiti dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati, impedendo l’accesso alle procedure d’asilo.

- Un funzionario FRONTEX sorveglia la frontiera tra Grecia e Turchia
-
(Fonte : www.flickr.com © rockcohen)
Nel frattempo, gli sforzi a livello comunitario si sono concentrati nell’edificazione di quella che viene spesso definita ‘Fortress Europe’ : un sistema che prevede norme durissime per l’accesso allo status di rifugiato e la possibilità per i governi di rimandare i richiedenti asilo, ancor prima che approdino in Europa, nei paesi per i quali sono transitati, se questi sono ritenuti sicuri. Un approccio tanto rischioso quanto efficace per limitare il numero di rifugiati ammessi in Europa, a patto di chiudere un occhio sul rispetto dei diritti umani : accordi di riammissione dei migranti sono stati firmati dalla Commissione con paesi il cui rispetto dei diritti umani è quantomeno dubbio, recente esempio il Pakistan.
Piuttosto, i paesi dell’Unione hanno preferito investire le proprie risorse nella costituzione di un’agenzia per il pattugliamento delle frontiere e l’intervento rapido in situazioni di emergenza : sono stati proprio gli uomini di FRONTEX ad assurgere agli onori della cronaca negli ultimi giorni per il loro intervento al confine tra Grecia e Turchia, nel tentativo di arginare il flusso di immigrati che negli ultimi mesi hanno provato ad entrare irregolarmente in Europa dal Bosforo. Una vera e propria crisi umanitaria in un paese già afflitto da pesanti carenze normative sul diritto d’asilo, in cui mancano le strutture di accoglienza e su cui la crisi economica si è abbattuta con estrema violenza, esasperando ulteriormente le condizioni dei migranti.
Soprattutto quest’ultima crisi dovrebbe far riflettere : quando le politiche per l’immigrazione non sono mirate all’alleviamento delle pressioni migratorie nei paesi di origine (piani di investimento e di aiuti allo sviluppo) o alla creazione di un sistema efficace di ricevimento e integrazione per chi fugge in cerca di asilo e protezione - quando nemmeno gli interessi economici provenienti dall’interno vengono recepiti, ma ci si preoccupa solo di innalzare barriere, l’inevitabile conseguenza è che la pressione migratoria non diminuisce e si adatta al cambiamento. Fino a pochi anni fa le rotte dell’immigrazione transitavano dal Sahara e approdavano in Spagna, attraverso lo Stretto di Gibilterra, e in Italia via mare. Oggi, tra barriere elettrificate e pattugliamento del Canale di Sicilia, la rotta privilegiata è divenuta, appunto, il confine greco - turco.
L’Italia si vende a Gheddafi
Problema irrisolto, dunque, e solo spostato pochi chilometri più in là. Chilometri che permettono però a molti governi di celebrare il successo di politiche che nascondono la polvere sotto al tappeto. È quanto fatto dall’Italia, ad esempio, in seguito alla firma del Trattato di Amicizia con la Libia. Grande vanto del governo Berlusconi è stata la riduzione dei clandestini sbarcati sulle coste italiane nell’ordine del 90%. Anche in questo caso, il problema è stato tutt’altro che risolto : mentre il governo sbandiera i dati sugli sbarchi (passati da 38.000 nel 2008 a 9.000 nel 2009), la Caritas fa presente che le stime sull’immigrazione irregolare ammontano ad oltre 150.000 unità l’anno. Ciò vuol dire semplicemente che si sono spese energie su un fenomeno di grande impatto mediatico ma di minimo impatto effettivo. I flussi non sono cessati, hanno semplicemente cambiato strada. Ad oggi, la maggior parte degli irregolari presenti in Italia entra con un visto turistico o di lavoro temporaneo e rimane nel nostro paese ignorando la scadenza del visto. E mentre il governo celebra la riduzione dell’immigrazione irregolare nella misura irrisoria del 5-10%, la vita e i diritti di centinaia di rifugiati respinti in Libia vengono messi a rischio.

- Una pista nel deserto della Libia meridionale
-
(Fonte : www.flickr.com © NPJB)
Ma ciò che più salta agli occhi analizzando le ultime misure prese dal governo italiano sull’immigrazione è la totale assenza di politiche a lungo termine. Tutti i provvedimenti sono mirati ad arginare un’emergenza che non c’è, non si ascoltano le richieste dei datori di lavoro, si appesantiscono le trafile burocratiche per ottenere visti e permessi. Con l’unico risultato concreto di spingere sempre più migranti nel cono d’ombra dell’illegalità, e sempre più imprenditori a ricorrere a (e purtroppo, spesso ad approfittare di) un bacino mano d’opera a buon mercato e vulnerabile.
Laddove laboratori di accoglienza ed integrazione erano stati costruiti e stavano iniziando a dare risultati, l’azione del governo Berlusconi è passata come un uragano, travolgendo il lavoro di anni nel nome di politiche che con l’immigrazione hanno ben poco a che vedere. È quanto successo a Lampedusa, dove si era costruito un filtro efficace che permetteva a circa il 50% degli immigrati di vedersi riconoscere lo status di rifugiato. Oggi invece, è l’accusa del responsabile per il Mediterraneo dell’Alto Commissariato dell’ONU per i rifugiati, Laurens Jolles, i respingimenti verso la Libia impediscono di fatto a queste persone l’accesso a quei diritti garantiti dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati.
Pochi giorni fa il Parlamento ha approvato, contro il parere del governo, delle sostanziali modifiche all’accordo Italia - Libia che tutelano il diritto di asilo : ma anche in questo caso il voto congiunto tra il neonato gruppo dei finiani e le opposizioni è stato il risultato di scelte assolutamente indipendenti dalla questione immigrazione, un’occasione per i fuoriusciti dal PdL per mandare un segnale inequivocabile agli ex alleati di governo. Intanto gli sbarchi iniziano a riprendere su rotte differenti : non più Lampedusa, ma la Sardegna e, addirittura, il Lazio. Ad ulteriore dimostrazione del fallimento delle politiche del governo italiano.
Pericolo, curva a destra
La repressione, dunque, non risolve il problema dell’immigrazione. Al contrario, lo acuisce, esasperando gli inevitabili fallimenti di quelle politiche volte unicamente ad impedire l’ingresso degli stranieri e che non si curano, piuttosto, dei processi di integrazione. Ad aggravare ulteriormente il problema sono intervenute previsioni rivelatesi errate da parte dei leader europei. Nel restringere i canali di accesso all’Unione Europea per i lavoratori stranieri, si sperava contestualmente di colmare il gap tra domanda e offerta di lavoro grazie all’immigrazione intraeuropea, soprattutto dai paesi dell’ex blocco sovietico in cui povertà e disoccupazione sembravano essere elementi propulsivi incontenibili.
Ed invece tale previsione si è rivelata ampiamente infondata, squilibrando un mercato del lavoro in cui la costante domanda di manodopera a basso costo si scontra con le impervie modalità di accesso per i lavoratori extracomunitari. Il tutto mentre, di contro, milioni di lavoratori europei perdevano il posto di lavoro a causa della crisi economica che attanaglia il continente (e non solo) ormai da oltre due anni. Tale contraddizione ha prodotto un’ondata di successi elettorali in tutta Europa per partiti e formazioni di stampo xenofobo e populista, anche laddove, fino a qualche anno fa, tali successi apparivano impensabili. Movimenti che hanno gioco facile nell’incolpare gli stranieri per gli alti tassi di disoccupazione e costruiscono i loro successi cavalcando l’onda lunga delle paure dell’opinione pubblica, e che costringono i partiti tradizionali a formare maggioranze risicate e instabili, se non addirittura ad includerli nella squadra di governo.
È il caso emblematico dell’Olanda, fino a poco tempo fa considerata uno dei paesi più tolleranti e liberali d’Europa, dove la coalizione di centrodestra si è vista costretta a ricorrere all’appoggio esterno del Partito della Libertà guidato dal leader xenofobo Geert Wilders e uscito come vero vincitore dalle ultime elezioni. Wilders si è distinto per alcune proposte provocatorie, come la “tassa sullo straccio in testa” per le donne che portano il velo, ed ha garantito il suo appoggio all’esecutivo solo in cambio di una politica fortemente restrittiva sull’immigrazione. Situazioni molto simili si sono riproposte in Svezia, in Belgio, nelle elezioni municipali a Vienna.
La situazione peggiore, però, si vive in Francia, paese con uno dei tessuti sociali più intricati dell’Unione, che spazia dalle seconde e terze generazioni di immigrati dalle ex colonie del Maghreb, dell’Africa Nera e della Guyana, agli immigrati dall’Est Europeo fino alle popolazioni nomadi. Eppure, paradossalmente, il Fronte Nazionale di Le Pen, uno dei più antichi partiti xenofobi europei, sopravvive ai margini della scena politica da oltre trent’anni senza essere mai riuscito ad influenzare le decisioni di governo. Ma, almeno negli ultimi mesi, il Presidente Sarkozy non ha fatto rimpiangere ai francesi le dichiarazioni xenofobe e intolleranti dell’olandese Wilders. A differenza del quale, vista la posizione che occupa, Sarkozy ha potuto far susseguire azioni concrete.

- Parigi : protesta contro le misure restrittive in materia di immigrazione
-
(Fonte : www.flickr.com © looking4poetry)
In seguito ad alcuni episodi di violenza verificatisi durante l’estate, il Presidente francese ha ordinato un giro di vite contro i Rom presenti sul territorio francese : numerosi campi nomadi sono stati sgomberati, tutti i Rom riconosciuti colpevoli di episodi di violenza o che non fossero in grado di dimostrare una fonte di reddito sono stati espulsi, agli altri è stato offerto un contributo di 300 euro per il rimpatrio volontario. Il Presidente ha poi proposto di ritirare la cittadinanza a qualsiasi persona d’origine straniera che attenti alla vita di un pubblico ufficiale, calpestando il principio di uguaglianza di fronte alla legge e distinguendo tra cittadini francesi di nascita o acquisiti. Tali posizioni hanno portato ad un violento scontro con le istituzioni europee e soprattutto con il Commissario Europeo Viviane Reding, che ha accusato il Presidente francese di violare le norme sul rispetto dei diritti umani, sulla non discriminazione e sulla libera circolazione dei cittadini comunitari. Già, perché i Rom rimpatriati sono cittadini di Bulgaria e Romania, da dove potranno facilmente tornare in Francia (grazie anche al generoso contributo economico del governo francese) senza incontrare alcun ostacolo legale.
Ma l’effetto più grave, se (come nel caso dell’Italia) non ci si ferma a fissare il dito ma si guarda la luna, è stato provocato dalle riforme introdotte nella nuova legge sull’immigrazione, che tra le altre misure inasprisce le sanzioni per gli stranieri (ma anche per coloro che hanno acquisito la cittadinanza francese da meno di 10 anni) che commettono reati. L’inserimento di suddette norme è stato reso possibile grazie al clima di paura e forte contrapposizione che il governo è riuscito a creare nei francesi, molti dei quali hanno condiviso la linea dura di Sarkozy nei confronti dei Rom. Quello che (ancora) non si vede è il rischio di deteriorare ulteriormente il difficile processo di integrazione nelle periferie francesi, dove molto spesso immigrati di seconda o terza generazione vivono ai margini della società.
Ma Sarkozy l’aveva promesso, da Ministro dell’Interno, cinque anni fa. In seguito a violenti incidenti avvenuti nella periferia di Parigi, dichiarò : “L’ordine sarà ristabilito immediatamente”. Cosa insolita per un politico, sta mantenendo fede alla parola data. Con buona pace dei diritti dei migranti.


Newsletter
Euros du Village
Gli Euros
Die Euros
The Euros
Los Euros
Ajouter un commentaire
Ajouter un commentaire
More and more like “Fortress Europe”

(1)
