Testimone di una sentenza storica.

Il caso Charles Taylor e il mantenimento della pace nell’Africa occidentale.

Dalla capitale della Liberia, Monrovia, dove lavoro per la forza di pace dell’ONU, UNMIL, ho assistito ha una sentenza storica per la giustizia penale internazionale e la pace di una regione travagliata da guerre civili e crimini contro l’umanità. Tra entusiasmo e indifferenza, la sentenza contro l’ex dittatore liberiano, Charles Taylor, rappresenta comunque un evento storico per la stabilità dell’area e della comunità internazionale e un monito agli ancora tanti dittatori che continuano a governare impunemente , in particola nell’area a sud del Sahara.


Lo scorso 26 aprile la giustizia penale internazionale ha segnato un risultato storico nel suo travagliato cammino per condannare tramite un giusto ed equo processo i responsabili di crimini internazionali. Come provano il processo-farsa all’ex dittatore iracheno Saddam Hussein, condannato a morte da un tribunale istituito dalla stessa forza occupante in violazione delle Convenzioni di Ginevra, e il pestaggio in diretta tv di Muammar Gheddafi, interessi politici hanno spesso sopraffatto in passato la giustizia penale internazionale e con essa l’individuazione di una responsabilità penale dell’individuo in materia di crimini internazionali e del limite alle norme in materia di inviolabilità e immunità dalla giurisdizione penale spettanti a taluni organi dello Stato. La Corte Speciale per la Sierra Leone, istituita dalla risoluzione 1315/2000 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per perseguire i responsabili dei crimini contro l’umanità, crimini di guerra e alte gravi violazioni del diritto internazionale umanitario commessi in Sierra Leone durante una delle più cruente guerre civili degli anni ’90, ha emesso una storica sentenza, condannando l’ex dittatore liberiano, Charles Taylor, per i reati commessi in Sierra Leone dal 1996 al 2002. Si tratta di una sentenza storica in quanto per la prima volta dopo Norimberga un ex capo di Stato viene condannato per i crimini commessi da un governante in carica. Se ben si ricorda, infatti, l’ex presidente serbo, Slobodan Milosevic, morì in cella all’Aja prima della fine del processo di fronte al Tribunale speciale internazionale per I crimini commessi in ex Jugoslavia (ICTY). Undici i capi di accusa per cui l’ex presidente liberiano, in carica dal 1997 al 2003, e’ stato condannato, tra i quali : atti di terrorismo, omicidio, stupro, schiavitù sessuale, oltraggio alla dignità personale, violenze, atti disumani, reclutamento di bambini-soldato, riduzione in schiavitù, saccheggi. Una sentenza che rappresenta un monito per i dittatori che da anni governano impunemente i propri paesi, in particolare nel continente africano e nel sub-Sahara. Basti pensare alla vicina Costa d’Avorio, il cui ex presidente, Laurent Gbagho, attende all’Aja l’inizio del suo processo di fronte alla Conte Penale Internazionale Permanente per i crimini contro l’umanità per cui è stato accusato, in seguito alle contestazioni del risultato elettorale del 2010. Durante il conflitto in Sierra Leone, Charles Taylor, divenuto presidente in Liberia rovesciando con un colpo di stato il governo legittimo di Samuel Doe, avrebbe armato i ribelli del RUF (Revolutionary United Front) contro il governo di Freetown, in cambio dell’accesso alle risorse minerarie del paese, soprattutto diamanti trasportati illegalmente in Liberia, su cui pesano ancora oggi le sanzioni delle Nazioni Unite e le misure del famoso accordo di Kimberly,che prevedono un certificato ufficiale di provenienza per i diamanti importati dalla Liberia, a causa delle rilevanti connessioni esistenti tra compravendita dei diamanti e finanziamento di attività militari e paramilitari, come il caso Taylor dimostra. Tuttavia, nonostante la sentenza storica emessa all’Aja, l’impianto accusatorio che attribuiva a Taylor il ruolo di comando diretto delle operazioni militari dal fronte ribelle in Sierra Leone è stato ritenuto insufficiente e pertanto si è riusciti a dimostrare il solo sostegno materiale fornito dall’ex presidente liberiano. Il diritto internazionale penale è materia delicata e non è qui che si intende analizzare l’intero impianto della sentenza, ma piuttosto esaminare quali eventuali ripercussioni essa possa avere sullo scenario regionale e sul ruolo della giustizia penale internazionale nel mantenimento della pace e stabilità soprattutto in un area come l’Africa sub-Sahariana spesso segnata da anni di guerre civili e atroci crimini contro l’umanità. La Sierra Leone ha plaudito alla sentenza emessa all’Aja, e un senso di giustizia ha attraversato le strade di Freetown e di un paese che sta faticosamente cercando di percorrere il cammino verso la ricostruzione dopo una guerra civile che ha visto più di cinquantamila vittime e che deve far fronte oggi, cosi come la vicina Liberia, a infrastrutture devastate, una disoccupazione che sfiora l’85%, una rete elettrica quasi inesistente, e un lento ritorno alla democrazia. La sentenza della Corte Speciale per la Sierra Leone, tuttavia, ha già dato adito a critiche e lo stesso Charles Taylor nella giornata di mercoledì, ha rinnegato le accuse che gli sono state riconosciute rivendicando un giusto processo e di essere pronto a ricorrere in appello. La sentenza, in effetti, non attribuendo a Taylor il comando diretto delle azioni del Fronte Rivoluzionario in Sierra Leone ma il solo sostegno materiale, non rende la decisione dei giustici facile da comprendere, in particolare in Liberia, un paese con un sistema giudiziario debole e corrotto, in cui quasi il novanta percento della popolazione ignora le ragioni che hanno portato all’indictement dell’ex dittatore e le ragioni della condanna. La disinformazione generale, che è possibile cogliere ogni qual volta si affronta l’argomento con gli stessi politici liberiani, insieme al senso di frustrazione di un paese che non ha visto colpevoli per le atrocità commesse sul proprio suolo durante i quattordici anni di guerra civile, non deve essere considerato un segnale da poco. Non si deve dimenticare, infatti, che in Liberia la massiccia presenza della forza di peace-keeping delle Nazioni Unite, UNMIL, è ancora vitale per la stabilità del paese, come dimostrano le contestazioni violente che hanno seguito il primo e secondo turno delle elezioni presidenziali lo scorso novembre e che hanno portato alla presidenza il premio Nobel per la pace, Ellen Johnson Sirleaf, e a sedere in parlamento nomi noti alla comunità internazionale per le atrocità commesse in Liberia, tra cui Prince Johnson, ex signore della guerra, famoso per aver filmato le torture e l’uccisione del dittatore Samuel Doe, e altri un tempo vicini a Taylor. Inoltre, deve essere ricordata la recente decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di non trasformare la forza di peace keeping presente sul territorio in forza di peace building. La sentenza emessa all’Aja poche settimane fa ha certamente un’importanza storica, non solo per l’Africa, ma per l’intera comunità internazionale, riportando alla luce il dibattito sulla relazione tra giustizia penale internazionale e delicati processi di pace. Nel marzo 2003, ad esempio, la messa in stato d’accusa dello stesso Taylor, dalla Corte Speciale per la Sierra Leone, ha segnato una battuta d’arresto dei delicate negoziati di pace ad Accra, Gana, di cui lo stesso dittatore era parte, per rientrare frettolosamente in Liberia. Un altro esempio, molto più recente, è l’indictment emesso contro il presidente sudanese, Omar al-Bashir, dalla Corte Penale Internazionale Permanente per I crimini di genocidio in Darfur, che ha complicato considerevolmente il delicate porcesso di pace in Sudan. Da più parti si sono levate voci circa la necessità di considerare seriamente l’impatto della messa in stato d’accusa di alte autorità dello stato su delicati processi politici, e la possibilità di salvare vite umane come priorità rispetto al garantire alla giustizia internazionale i singoli responsabili se pur per atroci crimini contro l’umanità. In un interessante articolo di Chatnam House sulla sentenza contro Taylor si richiamano i delicati processi di pace in Mozambico con il gruppo ribelle Renamo. Un accordo di pace sarebbe stato difficilmente raggiunto se l’allora leader delle forze ribelli, Afonso Dhlakama, fosse stato messo in stato d’accusa da un tribunale internazionale. Simili affermazioni possono non essere condivisibili, soprattutto se si tiene in considerazione le gravi violazioni dei diritti umani in gioco. Tuttavia, non si può non riconoscere l’importanza di considerare quando e dove si emana un atto di accusa o un mandato d’arresto, considerando prioritario la necessità di evitare ulteriori crimini contro l’umanità.


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Maria TROVATO

Maria è laureata in Politica Internazionale e Diplomazia presso l’Università di Padova ed ha successivamente conseguito un MA in International Affairs presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) a Milano . Ha trascorso un anno (...)

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