In Irlanda il ricordo delle zampate con cui la ‘tigre celtica’ si era resa protagonista di una crescita economica senza precedenti sembra ormai un souvenir vecchio di decenni. Ma solo fino a un anno fa il paese era guardato da tutti come il miglior esempio dell’unione tra fondi di provenienza comunitaria e liberismo anglosassone, una ricetta che gli aveva consentito di uscire dalla povertà e di superare il reddito pro capite medio dell’Unione. Ora infuriano le proteste di piazza, specie dei lavoratori del settore pubblico, per i quali si profilano riduzioni di salario indirette, mediante un aumento delle contribuzioni pensionistiche. Il governo, nonostante corpose (7 milioni di euro) iniezioni di capitale, sembra ad un passo dalla nazionalizzazione dei due principali istituti di credito del paese, mentre il deficit pubblico esplode – sino a toccare per quest’anno, secondo le stime, il 10% – e si moltiplicano fosche voci, si spera infondate, di un possibile default sui titoli di stato. All’orizzonte, poi, si profilano le elezioni europee (assieme ad una tornata amministrativa) e il secondo referendum sul Trattato di Lisbona. C’è solo da sperare che il governo, e il paese con esso, non imploda prima di allora.
(Foto : un tramonto sul fiume Liffey, a Dublino ; fonte : www.flickr.com, © féileacán)


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