Tutte le strade portano in Germania. E Bruxelles cosa serve ?

E’ il segno dei tempi. Se prima (molto prima) tutte le strade portavano a Roma, e ieri a Bruxelles, dove la Commissione europea operava come cerbero degli Stati, oggi tutte le strade portano in Germania. Che sia Berlino, Francoforte o Karlsruhe, oggi la vita politica europea si svolge nel Paese tedesco.


Il Premier Monti è tornato nuovamente in visita a Berlino per esporre le prossime tappe del programma italiano per uscire dalla crisi del debito. La scorsa settimana è stato il turno del primo ministro greco di andare a “Canossa” per illustrare le riforme adottate da Atene (poche, a dire la verità) e per chiedere una dilazione sui tempi di rientro dal debito, così come al primo giorno di presidenza, il presidente francese Hollande si è precipitato come un fulmine (perdonate la battuta) a Berlino per conferire con la cancelliera tedesca. Allo stesso modo i giornali di tutto il mondo si affannano a intervistare un giorno il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi – un italiano ma che lavora a Francoforte – ed il giorno dopo il capo della Buba – la Bundesbank – Jens Weidmann alla ricerca di un improbabile scoop che possa cambiare la sorte dei mercati – improbabile perché oramai le posizioni dei due sono note al pubblico. La Germania, che pure sta facendo di tutto pur di evitare di assumere un ruolo di guida (egemonia, direbbe qualcuno) del vecchio e asfittico continente, si ritrova ad essere l’epicentro della attività politica europea. Nulla di nuovo direbbero i più. Sono oramai mesi che Berlino è al centro del sistema data la sua importanza economica in Europa. Tuttavia questo nuovo scenario sta producendo delle conseguenze non solo all’interno della dialettica europea ma anche sul piano internazionale che chissà che non possano risultare decisive anche per il suo futuro.

La Merkel presidente dell’Europa ?

Berlino ha chiaramente assunto un ruolo centrale nella scena politica europea. Non c’è decisione che possa essere approvata senza il suo beneplacito né iniziativa che non coinvolga direttamente il cancellierato. Una posizione di forza, che si riflette non solo sulla dinamica interna delle istituzioni europee ma anche sulla scena internazionale. Grande attesa, infatti, si registra per la prossima visita della Merkel in Cina. Come sottolinea il Financial Times, a Pechino, nonostante alcune spinose questioni che contrappongono i due Paesi, su tutte il nodo dei sussidi al fotovoltaico, la visita della cancelliera tedesca è considerata più importante del successivo summit EU-Cina di settembre. L’opinione delle autorità cinesi, poco avvezze alle complicazioni istituzionali europee, è che oggi le redini del gioco siano nelle mani di Berlino e che l’incontro tra i vertici dei due Paesi rappresenti il vero momento di parlare con il “leader“ dell’Europa. Un’incoronazione sul campo che confermerebbe gli attuali equilibri europei.

Probabilmente non era questa l’intenzione degli estensori del Trattato di Lisbona- quanto sembrano lontani i tempi in cui si discuteva delle maggioranze qualificate e dei voti ponderati- ma sta di fatto che né Barroso, né Van Rompuy e ancor meno lady Ashton sono riusciti ad imporsi come rappresentanti e ambasciatori dell’Europa nel mondo, smentendo se mai ce ne fosse bisogno il mito del soft power europeo. La cancelliera tedesca, dunque, non solo è diventata il punto di riferimento interno per le decisioni sul futuro dell’UE, ma anche sul piano internazionale inizia a rappresentare quel famoso numero di telefono che gli americani da sempre invocano per parlare con l’Europa (e chissà quante telefonate hanno ricevuto in questi mesi i tedeschi dalla Casa Bianca per cercare di sbloccare i piani salva euro).

Cosa ne è di Bruxelles ?

Nei nuovi equilibri europei, Bruxelles è quella che ne esce più indebolita. Una delle conseguenze della crisi economica e finanziaria, infatti, è quella di aver riportato le istituzioni dell’UE al loro ruolo iniziale : una grande babele burocratica, priva di una reale forza decisionale. Le grandi decisioni sul futuro dell’Europa erano un tempo appannaggio esclusivo delle riunioni di Bruxelles. Vere e proprie maratone, anche notturne, in cui i capi di stato e di governo si ritrovavano tutti assieme nella capitale belga per discutersi su come procedere sulla strada dell’integrazione. L’ultimo Consiglio di luglio sembrava aver riportato in auge questa dinamica, quando, a seguito di una lunga trattativa, si era dato via libera al nuovo ruolo del Fondo salva Stati. Il deteriorarsi della crisi finanziaria e soprattutto il ricorso di alcuni economisti euroscettici tedeschi alla Corte Costituzionale di Karlsruhe, però, hanno mostrato tutti i limiti di un processo decisionale che appare incapace di affrontare la crisi in maniera decisiva e tempestiva. E così in queste ultime settimane è stato tutto un susseguirsi di incontri bilaterali, di riunioni più o meno segrete, fino alla proposta di un nuovo Trattato (che novità) per la supervisione bancaria e per una maggiore integrazione fiscale.

La partita per salvare l’Europa quindi è oggi più che mai giocata esclusivamente dai singoli Stati membri. Le istituzioni europee, fondamentali fino ad oggi per dare attuazione al mercato unico, si sono dimostrate inefficienti, prive come sono di competenze e risorse, per contrastare la crisi finanziaria ed aiutare i Paesi in difficoltà. Con la ri-nazionalizzazione della politica europea, Bruxelles ha sempre più il semplice ruolo di amministratore di decisioni adottate in altri luoghi, si veda appunto Berlino. Così la Commissione è chiamata oggi quasi esclusivamente ad assistere all’attuazione dei piani di salvataggio ed a verificare il rispetto degli impegni adottati dai paesi per risolvere i loro squilibri economici. Un’occasione persa, a nostro avviso, per favorire l’integrazione europea e la costituzione di un vero governo dell’Europa. Le istituzioni europee potevano e dovevano avere un ruolo più attivo nel rilancio dell’economia europea, evitando il penoso e sbagliato sistema dei prestiti bilaterali tra Stati (si veda la Grecia), facendosi promotrici di un grande piano di investimenti strutturali e garantendone la loro attuazione.

Si sarebbe così aperta la via per la costituzione di quell’Europa federale che molti auspicano, ma non attraverso la creazione di complessi e spesso incomprensibili meccanismi istituzionali, ma attraverso piani e programmi concreti sulla base di un vero bilancio federale. Un grave colpo per la classe politica europea che dimostra – ancora una volta – di non essere pronta a svolgere quel ruolo guida di una comunità di oltre 500 milioni di persone e di 27 Stati membri. Non stupiamoci dunque del perché i cinesi considerino la Merkel la vera rappresentante dell’Europa !

La Germania cuore dell’Europa

La Germania, quindi, si appresta a diventare il luogo della contesa politica europea per i prossimi mesi. Prima, il 6 settembre si terrà a Francoforte il Consiglio direttivo della BCE, che dovrà decidere modalità e portata dei piani di intervento sui mercati finanziari per rendere più efficace la politica monetaria e limitare la speculazione sui titoli di Stato, questione che si preannuncia complessa per l’opposizione della Bundesbank a questo tipo di acquisti.

Quindi, il 12 settembre, i giudici della Corte Costituzionale tedesca saranno chiamati a decidere sulla costituzionalità del meccanismo europeo di stabilità - il salva Stati- fondamentale strumento operativo per l’eventuale intervento della BCE. Infine nel 2013 si terranno le elezioni nazionali (ma a ben vedere la campagna elettorale sembra già iniziata) ed avrà al centro della contesa proprio l’Europa. L’opinione pubblica tedesca, infatti, è divisa sul ruolo che la Germania deve avere rispetto agli altri Stati europei. In una bella intervista di qualche mese fa, l’ex ministro degli esteri Fischer sosteneva la necessità che la Germania agisse per evitare il crollo dell’Unione e così sembra oggi muoversi prudentemente ma convintamente la cancelliera Merkel. Dall’altro lato, cresce la fronda “isolazionista” tedesca che vorrebbe che la Germania si disinteressasse alle difficoltà degli altri Stati europei, a rischio anche di mandare per aria l’euro e le altre economie.

Ecco dunque il paradosso di oggi. Da un lato, si auspica e si invita la Germania ad assumere un ruolo di forza guida per l’Europa, nonostante la paura che si ha di diventare tutti tedeschi (che poi magari un giorno qualcuno ci potrà spiegare). Dall’altro lato, ad un tale invito di farsi promotori della rinascita europea, una parte della elite politica, economica e culturale tedesca risponde negativamente, auspicando la necessità di disinteressarsi delle sorti dei propri vicini europei, in nome proprio del fatto che questi non siano abbastanza tedeschi per meritarsi il loro aiuto. Tuttavia la Germania non può rifiutare la storia ed il ruolo che le viene attribuito dal mondo. Così come gli Stati Uniti tanti anni addietro, la necessità d’intervenire per salvare anche i propri interessi impedisce ai singoli governi di trincerarsi nell’isolazionismo. Ed è per questo che ha ragione il presidente Monti quando sostiene che bisogna aiutare la Germania a fidarsi degl’altri dimostrando si essere alleati e compagni di viaggio affidabili (anche se diversi).

La strada per la salvezza dell’Europa appare quanto mai complessa e irta di ostacoli, ma è evidente che questa passerà non più per Bruxelles ma per Berlino. E chissà che questo non ci porti a capire l’importanza della necessità di una leadership forte per assicurarci il nostro futuro.


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Giulio BOLAFFI

Presidente de "Gli Euros"

Giulio si è laureato in legge all’Università « La Sapienza » di Roma. Successivamente ha ottenuto un diploma di master al Collegio d’Europa di Bruges, dove è entrato a far parte del gruppo Eurosduvillage, alla Sioi di Roma ed al centro EPLC di Atene. (...)
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