USA 2012 : l’Europa per chi fa il tifo ?

L’elettorato europeo attende impaziente, come il resto del mondo, l’esito delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti che avranno luogo il 6 Novembre 2012. Ma vi siete chiesti chi gli elettori europei sperano esca vincitore da tale competizione ? Gli ultimi quattro anni di amministrazione Obama hanno indebolito il Presidente incumbent, o al contrario la sua gestione della crisi economica, della questione sanitaria interna e della politica internazionale nel suo complesso hanno rafforzato l’immagine del Presidente Obama nel vecchio continente ?


Dati statistici dimostrano che la percentuale di gradimento dei paesi europei nei confronti degli Stati Uniti, nonostante sia diminuita rispetto al 2009, rimane comunque molto alta (80% nel 2012 rispetto all’86% del 2009). Si tratta di capire se l’elettore europeo predilige Obama in virtù dei meriti accumulati durante la sua amministrazione, o per mancanza di una valida alternativa.

La politica estera USA cambia direzione : l’Europa li rincorre

Sicuramente uno degli aspetti più interessanti per l’elettorato europeo nel giudicare la performance dell’amministrazione riguarda le sue azioni in politica estera. Questo per il semplice fatto che gli Stati Uniti sono e rimangono l’unica superpotenza al mondo in grado di spiegare forze in diverse « aree calde » e, in quanto tali, le decisioni prese a Washington determinano la direzione e la portata dell’impegno richiesto alle capitali europee nel resto del mondo. Ma per comprendere come l’elettore medio europeo orienterebbe il proprio voto il 6 Novembre, se gli fosse data la possibilità di farlo, bisogna analizzare l’orientamento generale della politica estera di Obama nei suoi quattro anni di Presidenza.

In primo luogo, un sentimento diffuso tra l’elettorato europeo ma anche tra le leadership del continente è che l’asse dell’interesse politico del Dipartimento di Stato americano si sia spostato dall’Europa verso l’Oriente, vicino e lontano in generale, e verso la Cina in particolare. Non a caso, infatti, la destinazione della prima missione all’estero di Obama in qualità di neo Presidente è stata la Cina al posto di una capitale europea. Lo stesso Dipartimento di Stato nella figura di Hillary Clinton ha scelto Beijing come prima destinazione dopo le elezioni del 2008, per sottolineare come gli Stati Uniti e la Cina congiuntamente dovessero prendere in mano le redini della ripresa economica. Un duro colpo per un’Europa vessata sul piano economico dallo spettro della recessione e dalla crisi del debito di numerosi stati membri e, allo stesso tempo, continuamente alla ricerca di se stessa e, senza successo, di una maggiore unità sia sul piano politico che militare.

Lo spostamento da parte degli Stati Uniti da uno scacchiere sempre meno europeo e sempre più globale, ha avuto quindi delle ripercussioni molto serie anche nell’ambito dell’Alleanza Atlantica e della sicurezza interna europea. Con Obama alla Casa Bianca, infatti, le priorità in politica estera degli Stati Uniti si sono concentrate prevalentemente sul Medio Oriente (si ricordi il noto discorso di Obama al Cairo poco dopo la sua elezione) e sulle relazioni con i partner asiatici, prima tra tutti la Cina, non fosse altro che per il fatto che quest’ultima attualmente è il maggior acquirente di titoli del debito pubblico statunitense. Queste scelte strategiche hanno lasciato l’Europa priva dell’appoggio dello storico alleato transatlantico, rendendola quindi più vulnerabile soprattutto sul piano militare. Divergenze tra UE e USA si sono susseguite con riferimento alla gestione statunitense della sicurezza sul continente europeo. Nel corso delle trattative sul sistema di difesa missilistico in seno alla NATO nel 2010, gli Stati Uniti si sono trovati a fare da moderatore tra le posizioni dell’UE e della Turchia. In quell’occasione, infatti, l’amministrazione Obama si è offerta di rimettere al centro del dialogo tra USA e UE la questione della membership europea della Turchia, in cambio dell’appoggio da parte di Ankara al programma di difesa missilistico della NATO. Tale programma metteva la Turchia in una situazione di imbarazzo con il vicino Iran, in quanto veniva percepito come meccanismo di difesa contro eventuali attacchi da parte di Teheran. Obama, temendo un avvicinamento della Turchia alla Russia, ha saputo sfruttare l’occasione per uno scambio di interessi senza troppo tenere in considerazione le difficoltà degli alleati europei di raggiungere un consenso sulla questione dell’ingresso turco nell’Unione Europea. Successivamente la decisione nel 2011 da parte di Washington di installare comunque un sistema di difesa anti-missile in Europa ha messo il continente in una posizione di tensione con la vicina Federazione Russa. Mosca ha, infatti, risposto a quella che venne percepita come una provocazione da parte di Washington con la minaccia di instaurare nell’enclave di Kaliningrad un nuovo sistema radar e di missili mobili Iskander a corto raggio (fino a 500 km), che possono trasportare anche testate nucleari.

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Barack Obama

Fonte : www.flickr.com

Infine, ancora più incisivamente la sensazione che gli interessi politici europei non siano più al centro delle decisioni geo-strategiche degli Stati Uniti è dimostrata anche dalla differenza nella gestione da parte dei due attori delle relazioni esterne e, in particolare delle situazioni di crisi, che è comunque sempre stata una questione controversa nel rapporto tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. La prima, pur essendo dotata di una Politica di Sicurezza e di Difesa Comune (PSDC), rafforzata con il Trattato di Lisbona, non riesce ancora a trovare quell’unità politica di cui avrebbe bisogno per intervenire in maniera efficace. L’Europa a 27, quando si tratta di interventi militari si divide ancora tra Stati interventisti (come l’Inghilterra e, in misura minore, la Francia e l’Italia) e Stati neutralisti, come la Germania. Negli Stati Uniti, la presidenza Obama ha cambiato abbastanza significativamente il volto della politica estera della superpotenza mondiale. A differenza del suo predecessore G.W. Bush, Barack Obama ha dato un taglio molto meno interventista alle decisioni adottate dal Dipartimento di Stato. Tale visione è riscontrabile nella presa di posizione sul ritiro sempre più cospicuo delle truppe statunitensi dall’Iraq che si e concluso a fine 2011, e nella decisione di non intervenire nel conflitto libico nella primavera 2011.

Questa impostazione di una politica estera incentrata sull’uso di strumenti diplomatici (soft power) piuttosto che bellici (military power) è un altro dei fattori che ha permesso all’amministrazione Obama di raccogliere consensi nell’ambito dell’elettorato e delle leadership europee. Basti ricordare l’ondata di proteste da parte dei movimenti pacifisti che aveva provocato la decisione dell’allora presidente G.W. Bush di dichiarare guerra all’Iraq nel marzo 2003. In quell’occasione, manifestazioni di protesta popolare si diffusero in tutta Europa a partire dal Regno Unito, per estendersi poi a Parigi, Roma, Oslo, Rotterdam e Mosca. Una larga fetta dell’elettorato europeo sembrava schierato contro quella che venne definita la « guerra del petrolio », che poco sembrava aver a che fare con gli attacchi terroristici contro gli Stati Uniti dell’11 Settembre 2001. Oggi la reazione dell’Europa a situazioni di crisi al di fuori del continente sembra aver cambiato decisamente direzione. Basti pensare all’esempio del recente intervento in Libia, in seguito ai sollevamenti che hanno portato alla fine del regime di Gheddafi. Paesi come la Francia e l’Inghilterra hanno messo in atto una pronta reazione, chiedendo anche l’intervento degli Stati Uniti che però di fatto non è mai arrivato. Le potenze europee continuano ad esercitare pressioni su Washington e nell’ambito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite anche in merito alla crisi siriana, che si protrae oramai da mesi, avendo già causato oltre 30,000 vittime civili. Obama, probabilmente anche per non aizzare ulteriori manifestazioni di odio contro gli Stati Uniti nel Medio Oriente, soprattutto in seguito all’attacco all’ambasciata USA a Tripoli che ha causato la morte dell’ambasciatore Stevens e di quattro altri diplomatici, e per non impegnarsi in un nuovo conflitto oltreoceano, ha deciso di non intervenire militarmente contro il regime di Assad. Washington per il momento si limita a sanzioni contro il regime siriano e a fare appello alla Russia a non inviare nuove armi all’esercito dello storico alleato. Nonostante possa essere condivisibile la decisione della Casa Bianca di non intervenire in una guerra civile, una larga fetta dell’elettorato europeo (e mondiale) non comprende come mai allora gli Stati Uniti abbiano votato in favore della risoluzione 1973 in sede di Consiglio di Sicurezza, che prevedeva l’intervento militare in Libia contro il regime di Gheddafi. Questa ed altre controverse decisioni potrebbero essere alla base di quel calo di consenso che il Presidente Obama ha visto registrarsi a partire dall’inizio del 2012, non solo tra gli elettori americani ma anche tra i suoi molti fan europei.

« L’altro » : Mitt Romney

Di certo non si può dire che il Presidente Obama possa dormire sonni tranquilli in questi ultimi giorni di campagna elettorale. Nei dibattiti televisivi, peraltro molto seguiti dall’elettorato USA a differenza di quanto accade nel caso delle elezioni europee, il Presidente in carica ha dovuto incassare dei duri colpi. Molti sondaggi l’hanno dato perdente in almeno due casi su tre. Pur tuttavia, il suo rivale repubblicano non sembra in alcun modo raccogliere consensi lontanamente assimilabili a quelli per il Presidente uscente. Ma quali sono gli aspetti del candidato repubblicano alle presidenziali 2012 più criticati e criticabili da parte dell’elettorato europeo ?

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Mitt Romney

Fonte : www.flickr.com

In primo luogo, Romney, qualora fosse eletto, sembrerebbe voler dare un’impronta molto più interventista alla politica estera degli Stati Uniti. Ha infatti condannato Obama per non aver reagito in maniera sufficientemente decisa all’assalto all’ambasciata americana a Tripoli, lasciando quindi intendere che, se fosse stato per lui, un intervento militare non sarebbe stato assolutamente escluso. In questo Romney molto probabilmente non raccoglierebbe il sostegno degli elettori europei, i quali non giustificherebbero un’ulteriore guerra di rappresaglia in Medio Oriente.

Un’altra questione molto controversa e che ha gettato lo sfidante nel bel mezzo di una bufera di proteste è stata quella relativa all’aborto. La posizione di Mitt Romney in materia di aborto é apparsa più volte ambigua e in contraddizione con alcuni suoi provvedimenti e dichiarazioni precedenti. Infatti, in qualità di governatore del Massachusetts, Romney aveva addirittura fatto approvare una norma che prevedeva di destinare parte dei contributi fiscali ai fondi per l’aborto. Ma, non appena ha cominciato la sua corsa per la candidatura a Presidente degli Stati Uniti si è dichiarato assolutamente ed indiscutibilmente « pro-life ». Per poi cambiare ancora direzione ora, quando siamo agli sgoccioli della campagna elettorale e Romney ha bisogno del più vasto consenso possibile. Insomma, il candidato repubblicano sta giocando le sue carte in maniera molto pragmatica e realista, promettendo libertà di scelta e decisione ai più moderati mentre strizza l’occhio ai sostenitori più conservatori che sperano di trovare in Romney un solido appoggio alle loro istanze, qualora venisse eletto. Più che lo stesso Romney, a preoccupare non solo gli elettori americani ma anche molti europei sono state le dichiarazioni del candidato alla vice-presidenza, Paul Ryan. Questi ha infatti dichiarato che la posizione repubblicana sull’aborto è di totale rifiuto, anche in caso di violenza sessuale, incesto o qualora la gravidanza mettesse in pericolo la vita della madre. In un continente in cui molti paesi hanno accettato ormai da decenni la pratica dell’aborto, soprattutto in caso di violenza, la rigida posizione dello sfidante alla Casa Bianca lascia il pubblico europeo molto riluttante e poco incline a garantirgli un sostegno.

Non hanno giovato, infine, alla popolarità oltreoceano del candidato repubblicano le affermazioni sul sistema di tassazione che vorrebbe introdurre, il quale non prenderebbe in considerazione quella larga fetta della popolazione americana (quasi il 50%) che vota per Obama solo perché « dipendono totalmente dal governo » e ritengono che il governo debba provvedere a soddisfare il loro diritto alla sanità, al cibo e alla casa. L’Europa è un continente in cui prevale il concetto di welfare state, per cui chiunque ha accesso ai servizi base, primi tra tutti la sanità e l’educazione. E’ già abbastanza difficile per un europeo comprendere il sistema americano, soprattutto in materia di sanità, che lascia scoperta un’enorme percentuale della popolazione la quale non può permettersi un’assicurazione. Romney non può di certo aspettarsi dunque di convincere l’elettore europeo medio se le sue dichiarazioni pubbliche, ufficiali e non, tendono ad additare quelli che non possono pagarsi un’assicurazione come una sorta di « parassiti » dello stato. Costoro si aspetterebbero servizi e risorse che nell’ottica del repubblicano verrebbero così « rubate » ai ricchi donatori che supportano la sua candidatura.

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Paul Ryan

Fonte : www.flickr.com

Insomma, vinca il migliore

A dibattiti conclusi, statistiche dimostrano che l’incumbent Obama gode solo di un leggerissimo vantaggio rispetto al rivale Romney. Di certo, il risultato delle elezioni negli Stati Uniti e uno di quelli che possono cambiare la faccia delle relazioni internazionali nel loro complesso, e in quanto tali interessano tutti gli attori globali, prima tra tutti l’Unione Europea. Nonostante, o forse proprio in virtù del timore da parte delle potenze europee di rimanere escluse dal consesso dei « grandi », la scelta tra i due candidati sembra ancora propendere in favore del democratico Obama. Certo, l’Europa spera di riconquistarsi una posizione di primato sulla scena internazionale e come partner privilegiato di Washington, soprattutto in questo momento di crisi. Ma Obama più di ogni altro candidato sembra essere intenzionato a proiettare all’estero un’immagine degli Stati Uniti che si avvicina a quella che l’UE da tempo cerca di dare di sé. Ovvero di una potenza presente ed interessata a ciò che accade al di fuori dei propri confini, ma che predilige l’uso di strumenti di soft power piuttosto che il dispiegamento della propria forza militare. Allo stesso tempo, anche in politica interna e specialmente in materia di sanità, Obama ha legato il suo nome al tentativo di riformare il sistema americano sul modello europeo. Tra pochi giorni i risultati saranno pubblicati. Nel frattempo, il mondo intero e l’Europa in particolare rimane col fiato sospeso per capire che direzione prenderà il proprio futuro.


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Alessandra PROCOPIO

Dopo aver concluso una Laurea Triennale in Relazioni Internazionali presso l’Università di Bologna, Alessandra ha conseguito un MSc in International Relations Theory alla London School of Economics di Londra ed ha appena completato un Master in (...)

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