Oggetto del mio lavoro sarà quello di spiegare le cause che portarono il PCI, dei primi anni ottanta, a diventare un partito fortemente giustizialista. La questione morale, lanciata da Enrico Berlinguer con un articolo pubblicato nel numero di Repubblica del 28 luglio 1981, ha pesato e sta pensando come un macigno nel campo della sinistra italiana.
Nell’intervista rilasciata a Eugenio Scalfari, il leader del PCI, denunciava i partiti, e di conseguenza l’intero sistema politico italiano, come macchine di potere e di clientela, che avevano smarrito la loro strada, che avevano dimenticato la loro essenza e la loro missione primaria, cioè quella della rappresentanza popolare. Il 28 luglio quindi, venne sancita la nuova fase della politica berlingueriana. Una politica basata sui concetti di austerità e di giustizia, una politica sicuramente conseguenziale agli avvenimenti che avevano minato seriamente la democrazia italiana, come le vicende della P2, tanto per citare una delle più clamorose, e degli enormi sprechi del terremoto in Irpinia. Come spiegherà lo stesso Berlinguer nell’intervista precitata “[…]…la questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. […]..Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.” Quindi la politica, secondo il leader comunista, per poter affrontare le grandi sfide sociali, avrebbe dovuto dar vita ad un processo riformista che avrebbe coinvolto il rapporto partito-istituzioni. Tale rapporto altro non era che un corretto e semplice ripristino del dettato costituzionale, ove i primi, i partiti, avrebbero rispettato i secondi, le istituzioni, secondo gli schemi della democrazia partecipativa e legalitaria. I partiti che non si fossero posti come problema essenziale e primario quello della questione morale, non avrebbero dato vita ad un quel processo riformista. E senza quest’ultimo non si sarebbe potuto sviluppare alcun rinnovamento del quadro politico, appiattitosi ormai da tempo su concezioni clientelari e di stampo mafioso.
Adesso la domanda da porsi è la seguente : la scelta di una politica giustizialista del PCI fu una semplice conseguenza degli scandali che contraddistinsero la società italiana degli anni ’70 e ’80 ? Oppure ci fu qualcosa di più complesso dietro la scelta di Berlinguer ? A mio modesto parere, da come si evince dal titolo, ritengo la politica giustizialista, un cambio di tattica all’interno di una strategia ben precisa, che aveva come fine ultimo quello di trasformare il PCI, da partito di lotta e di opposizione, a partito di governo. Questo obiettivo poteva essere raggiunto solo se si fosse riuscito a coniugare due operazioni molto importanti : la prima, vedeva il partito comunista capace di proporre, in piena autonomia, un’offerta programmatica basata sulla difesa dei valori della democrazia. La seconda operazione, parallela alla prima, consisteva nel far acquisire al PCI la mentalità di partito di governo attraverso una collaborazione, anche diretta, con le forze che governavano il paese. Per essere più chiari, il PCI doveva uscire da una sorta di isolamento politico che esso stesso aveva delineato.
Per dimostrare lo sforzo del leader comunista bisogna incominciare da alcune questioni internazionali perché è proprio tenendo l’occhio sempre attento a tali questioni che Berlinguer traeva spunti, e insegnamenti, per agire e intervenire, non soltanto nel campo della politica estera, quello da lui prediletto, ma anche in quello della politica interna e della stessa vita e del modo di essere e di lavorare del partito. La prima operazione, cioè quella riguardante l’autonomia programmatica del PCI, non poteva non passare da uno smarcamento dello stesso nei confronti del PCUS. Nel giugno del 1969, da vice segretario, inviato a Mosca come capo delegazione del PCI alla conferenza mondiale dei partiti comunisti, non convinto del documento finale, del quale si richiedeva l’approvazione e la firma, Berlinguer negava l’una e l’altra. Fu questo il primo atto pubblico rilevante con il quale il PCI marcava la sua autonomia di giudizio e di comportamento rispetto all’Unione Sovietica. Non sarà l’ultimo. Il tentativo continuo di europeizzare il partito comunista italiano avrà una svolta con il XIII Congresso (1972), quando Berlinguer farà compiere ai comunisti italiani un mutamento radicale del loro atteggiamento politico e ideale nei confronti del patto atlantico. Nel suo rapporto, il leader comunista, criticava aspramente alcune frasi che avevano contraddistinto la politica del PCI fino ad allora : “Via l’Italia dalla Nato, via la Nato dall’Italia”, e, anzi, dichiarava di accettare le elezioni a suffragio diretto del Parlamento Europeo, in quanto campo fertile e utile per affermare la nuova linea del partito : “un’Europa né antisovietica, né antiamericana”. Una posizione che venne mal digerita dall’ala cossuttiana, e fu vista con freddezza dal PCUS.
In ogni caso, nacque in questo modo l’eurocomunismo. La proposta berlingueriana si basava sul fatto che la lotta per il socialismo e la sua costruzione si doveva attuare nel rispetto assoluto di tutti gli istituti e le regole che garantivano i diritti di libertà, individuali e collettivi e nell’instaurazione di rapporti civili, politici, e istituzionali fondati sulla più ampia democrazia rappresentativa. In conclusione, per Berlinguer, il socialismo non si poteva dividere dall’esperienza democratica. Tale proposta fu resa nota nella primavera del 1975 durante un incontro con il segretario del partito comunista francese, George Marchais, ribadita il 3 febbraio 1976 in un’intervista a cura di Carlo Casalegno per alcuni importanti quotidiani europei come La Stampa, Le Monde, Times. L’autonomia piena del PCI per Berlinguer era molto di più che un traguardo, ma una conquista che si sarebbe acquisita pian piano. Al XXV congresso del PCUS, 1976, tale concetto venne chiarito e addirittura, in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione sovietica, rafforzato attraverso una frase-dichiarativa destinata a fare storia “la democrazia è un valore storicamente universale”. Venne così sancito uno strappo netto con il partito sovietico, sia di tipo politico che ideologico. L’autonomia programmatica, fondamentale per un partito di governo, si tradusse sostanzialmente in due grandi idee per la sinistra non solo italiana, ma anche europea : l’eurocomunismo, definizione che ad onor del vero è stato frutto della creatività dei mass media, ma che non rende merito alla portata del lavoro sviluppato, e la questione femminile. Quest’ultima proposta politica, l’emancipazione femminile appunto, risultò in genere un fatto alieno, se non addirittura fastidioso e avverso per i partiti comunisti europei, compreso quello sovietico.
Parallelamente al problema dell’autonomia politica del PCI, Berlinguer dovette risolvere la questione dell’isolamento politico, che, come detto, il PCI stesso aveva creato scegliendo la strada dell’opposizione intransigente. Per risolvere tale questione, e consentire al partito comunista di assimilare le logiche governative, Berlinguer, il 28 settembre, il 5 e il 12 ottobre, farà pubblicare su Rinascita tre articoli : Riflessione sull’Italia dopo i fatti nel Cile nei quali veniva formulata la proposta del compromesso storico. Questo progetto nacque dopo un’attenta riflessione successiva agli avvenimenti del 10 settembre che videro il golpe fascista in Cile e la fine dell’esperienza di Unidad Popolar. La lezione cilena indusse Berlinguer a porsi il problema di come ottenere il più largo consenso possibile per uscire da una democrazia zoppa, e per evitare eventuali spaccature del paese, considerato l’attivismo brigatista di quegli anni. Ecco perché egli non vide strada migliore di quella che puntava sulla collaborazione. L’accordo tra tutti i partiti che avevano la volontà e la forza politica di respingere ogni resistenza conservatrice, ogni attacco reazionario, e ogni manovra eversiva, diventava non solo un atto politico fondamentale, ma ineluttabile. Per Berlinguer, quindi, il raggiungimento di un compromesso tra le culture comuniste-socialiste e cattoliche, era l’unica via di uscita per scongiurare il pericolo di soluzioni autoritarie e per allargare le basi dell’azione riformatrice. La proposta Berlingueriana venne accolta positivamente da Aldo Moro, il quale aveva come obiettivo quello di trovare una soluzione alla cosiddetta “questione comunista”, che il voto rendeva sempre più urgente. Infatti le elezioni amministrative del 1975 premiarono il PCI con il 33,4 % dei voti, segnando cosi la fine del centro-sinistra, fase storica teorizzata e poi concretizzata dallo stesso statista democristiano. Il coinvolgimento del PCI nella maggioranza divenne realtà con il governo monocolore andreottiano, 1976, che ottenne dai comunisti, un’astensione in parlamento, sino ad allora impensabile. Fu il governo della non sfiducia e l’inizio della politica della solidarietà nazionale. Il 26 gennaio 1978, il comitato centrale del PCI, all’unisono, preparò la richiesta di un coinvolgimento diretto dei comunisti nell’area di governo, ma la morte del segretario democristiano cambiò, forse, la storia. Il IV governo Andreotti, il vero governo di solidarietà nazionale, non vide infatti una partecipazione diretta del PCI. La morte di Moro costituì per Berlinguer diventò un serio problema. Il leader comunista capì che senza lo statista democristiano il coinvolgimento diretto del PCI nell’area di governo sarebbe rimasto un sogno incompiuto. Nel 1979, infatti, si registrò la fuoriuscita dei comunisti dal governo di solidarietà nazionale.
Il decennio 1980 per il PCI fu segnato dall’emergere di gravi problemi, legati soprattutto al ridimensionamento elettorale subito nelle elezioni di quegli anni. Le cause di questa perdita di consenso vanno ricercate nella difficoltà del partito di procedere ad una vera e propria revisione ideologica, che ebbe come conseguenza diretta l’incapacità di elaborare una piattaforma politica originale e aggiornata. Ecco la scelta del giustizialismo, una scelta per mascherare l’incapacità di elaborare una nuova proposta politica dopo il fallimento del compromesso storico dovuto anche, e forse soprattutto, alla morte di Aldo Moro.
L’obiettivo della strategia di Berlinguer, tuttavia, non venne raggiunto. Il PCI non divenne partito di governo e questo perché mentre l’autonomia gestionale e programmatica fu raggiunta, la fuoriuscita dall’isolamento politico rimase un progetto incompiuto. La scelta tattica di ritornare ad un PCI di lotta, e per di più giustizialista, non permisero al partito di avviare un dialogo con le forze della maggioranza ; anzi la formulazione successiva del pentapartito mirò ad allontanare i comunisti dalla macchina decisionale. Il giustizialismo quindi, fu una scelta che mise una pietra tombale sull’idea di partito riformista e programmatico, limitandone, senza entrare nel merito, la sempre accesa creatività politica che lo contraddistinse. La scelta di Berlinguer di trasformare il PCI nel partito dalle “mani pulite” non solo non fu pienamente capito dall’elettorato, ma venne aspramente criticato dall’area migliorista. Giorgio Napolitano sull’Unità, il 21 agosto del 1981, criticando aspramente la scelta del leader comunista scriverà : “ […]..bisogna saper scendere e muoversi sul terreno riformistico anziché pretendere di combattere il riformismo con pure contrapposizioni verbali o vuote invettive”. Qualche mese dopo fu accusato di revisionismo.


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