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Ratko Mladic, L’Aia, il Kosovo. È intorno a questi tre nomi che si dovrebbe giocare l’adesione della Serbia all’Unione Europea. Intanto un primo passo è stato compiuto il 25 ottobre scorso, grazie ai 27 ministri degli esteri dell’UE, che hanno dato il via libera alla Commissione per prendere in esame la candidatura della Serbia. Il percorso che porterà Belgrado in Europa è lungo e tortuoso, e i problemi insoluti sono ancora numerosi : dal Kosovo ai criminali di guerra in libertà, passando per un nazionalismo che desta preoccupazione. L’impresa di Tadic non è delle più semplici : riuscirà a guidare i suoi verso Bruxelles e a vincere resistenze e reticenze varie ? Sono in molti a crederci.


Il 25 ottobre 2010 in Lussemburgo il vertice dei ministri degli esteri dell’UE ha invitato la Commissione Europea a esaminare ufficialmente la candidatura della Serbia a paese membro. La domanda di adesione era stata depositata da Belgrado a Bruxelles nel dicembre 2009, durante la presidenza svedese. Un segnale importante, arrivato nonostante la forte opposizione olandese : i Paesi Bassi ritenevano, infatti, che prima dell’avvio di qualsiasi trattativa diplomatica tra la Commissione e Belgrado, la Serbia avrebbe dovuto consegnare al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia (TPI) i due latitanti accusati di crimini contro l’umanità Ratko Mladic e Goran Hadzic. A questo proposito, il quotidiano progressista olandese De Volkstrant, dichiarava amaramente il 26 ottobre scorso : « Il pragmatismo politico ha avuto la meglio su una condizione (moralmente) “non negoziabile” ».

Va precisato che i negoziati per l’adesione della Serbia all’UE non sono ancora iniziati, e probabilmente non inizieranno a breve termine. « I negoziati partiranno solamente quando l’UE darà alla Serbia lo status di paese candidato all’adesione, - spiega Matteo Tacconi, giornalista-reporter esperto di Balcani - ma prima bisogna attendere la ratifica degli Accordi di stabilizzazione e di associazione (ASA), che precedono il conferimento dello status di paese candidato all’adesione. Attualmente gli ASA con la Serbia sono in fase di ratifica nei vari parlamenti degli stati membri : qualcuno li ha già ratificati, qualcun altro sta aspettando ». Tra i paesi che temporeggiano c’è, ovviamente, l’Olanda.

La decisione presa dai 27 è stata salutata positivamente dai media serbi, anche se adesso Belgrado dovrà dimostrare di cooperare pienamente e senza titubanze con il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, altrimenti non ci saranno ulteriori passi avanti nell’adesione all’Unione. Si tratta di una condizione che Uri Rosenthal, ministro degli esteri olandese, è riuscito ad ottenere in cambio del via libera a Belgrado. Ma la questione Mladic/Hadzic non è ovviamente la sola condizione legata all’ingresso della Serbia nello spazio comunitario. L’altra questione scottante riguarda il Kosovo : la diplomazia europea si aspetta dei progressi per quanto riguarda le relazioni tra Belgrado e Pristina, processo che avrà l’appoggio dell’UE e del suo Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, Catherine Ashton.

Non va dimenticata, inoltre, l’importanza del rispetto dei criteri economici e politici preliminari ad un’adesione del Paese all’UE, oltre alla lotta contro la corruzione. In pratica il percorso è ancora lungo e tortuoso, come si evince anche dall’articolo della giornalista serba Tanja Trikić, apparso sul quotidiano serbo Blic il 26 ottobre 2010 : « Se non vuole restare un’eterna promessa, Belgrado farà bene a mettersi al lavoro senza perdere altro tempo. Bisognerà infatti intraprendere profondi e radicali cambiamenti, a prescindere da quanto difficili si riveleranno. […] Dopo le spiacevoli esperienze di Bulgaria e Romania, Bruxelles ha ribadito che la Serbia non potrà entrare nell’UE dalla porta di servizio. L’Unione europea non abboccherà a un altro bluff ».

La Serbia di oggi

Ma com’è l’odierna Serbia ? Qual è il clima politico e sociale a Belgrado ? Quale la situazione economica del Paese ? Domande di non facile risposta, vista la complessità delle recenti vicende storiche legate alla cosiddetta “Jugosfera”. La Repubblica serba è guidata dal 2004 da Boris Tadic, leader del Partito democratico e europeista convinto. L’obiettivo che si è prefissato Tadic : creare una Serbia economicamente forte e renderla un paese autenticamente europeo. A sentire la giornalista Jasmina Tesanovic, nota autrice e giornalista serba, i risultati sembrano essere ancora lontani. Così si è espressa recentemente su East Journal : « Tadic senz’altro sta facendo del bene al Paese, ma intorno a lui c’è una rete di clientelismo che non si può tacere ». Secondo la Tesanovic la Serbia sarebbe ancora gravata, inoltre, da mille problemi, economici e “mentali”.

L’analisi di Zoran Kosanic, specialista di Balcani occidentali e autore di Désagrégation de la fédération yougoslave 1988-1992, Edition l’Harmattan, 2008 (non tradotto in italiano), è molto più dura, quasi impietosa, e evidenzia che il pericolo “nazionalismo” è sempre dietro l’angolo : « L’elettorato serbo – afferma Kosanic – ha scommesso molto sui partiti pro-europei, ed era pronto a numerosi sacrifici per far cambiare il Paese e avvicinarsi all’UE. Dieci anni dopo la caduta di Milosevic, invece, la Serbia è ancora economicamente esangue e corrotta, e le figuracce a livello internazionale si susseguono ». I democratici, secondo Kosanic, avrebbero ormai perso la credibilità di cui godevano in passato, e la scelta del “nazionalismo per ripicca” sarebbe diventata un’opzione possibile.

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Graffito contro il gay pride a Belgrado.

Il 10 ottobre, durante il Gay Pride a Belgrado, gli ultranazionalisti hanno attaccato i manifestanti, scontrandosi con la polizia e causando circa 140 feriti.

(Foto : flickr, turista666)

Tra progressismo e nazionalismo

Ed in effetti, recentemente, la frangia estrema del nazionalismo serbo ha mostrato di cosa è capace, mettendo a repentaglio la credibilità di Belgrado in Europa. Prima con l’aggressione omofoba del 10 ottobre, durante il Gay Pride, proprio nella capitale serba, dove gli ultranazionalisti hanno attaccato i manifestanti, scontrandosi con la polizia e causando circa 140 feriti. Poi con lo scacco di Genova, appena quattro giorni dopo, dove gli ultras serbi hanno provocato la sospensione della partita Italia - Serbia, valida per le qualificazioni agli Europei 2012, in seguito a numerosi incidenti dentro e fuori lo stadio. Che il loro scopo fosse proprio quello di rallentare l’apertura europea della Serbia ? Non è da escludere.

Intanto il Paese, come suggerisce Matteo Tacconi, sembra oscillare tra spinte in avanti e spinte all’indietro, tra progressismo e nazionalismo : « Essendo una nazione in transizione è inevitabile che sia così. L’élite politica serba deve però insistere di più sulle riforme, sull’acquis comunitario e sulla responsabilizzazione. A volte Tadic e l’attuale governo filo-europeo – continua Tacconi - sembrano timorosi di affrontare a viso aperto i nazionalismi, e c’è l’impressione che abbiano paura di perdere voti. Tadic e i suoi devono sicuramente mostrare più coraggio. Ma il coraggio arriverà anche se l’UE offrirà spunti e strumenti utili a sfoderarlo ».

L’Unione Europea, dunque, potrebbe rappresentare un sostegno forte contro il nazionalismo revanscista serbo - un nazionalismo di tipo nuovo, basato sui valori tradizionali della chiesa ortodossa, e sul mito fondante della battaglia della Piana dei Merli del 1389 (quando i serbi affrontarono l’esercito ottomano) - e un modo per responsabilizzare il paese balcanico.

I segnali di apertura mandati dall’UE nei confronti di Belgrado negli ultimi due anni sarebbero stati importanti in questo senso, come ci spiega Tacconi : « Negli ultimi due anni l’UE si è mostrata più aperta e comprensiva nei confronti di Belgrado e ci sono state importanti novità : il Partito radicale serbo si è scisso e la sua costola scissionista, guidata da Tomislav Nikolic, che avrebbe drenato la grande maggioranza dei consensi, ha inserito nella propria piattaforma l’obiettivo dell’ingresso nell’UE. Il Partito socialista si è ripulito dalla incrostazioni miloseviciane e ora appoggia l’idea di Europa. Infine, Boris Tadic ha offerto prove molto buone nel processo di riconciliazione con i paesi vicini (condanna di Srebrenica con tanto di visita in loco per il 15° anniversario dell’eccidio, recente visita a Vukovar e costruzione di una « relazione speciale » con il presidente croato Ivo Josipovic). In tutto questo è impossibile non vedere lo zampino del fattore europeo », conclude Tacconi. Se i passi avanti ci sono stati, non tutti i nodi sono venuti al pettine, e ci sono ancora degli ostacoli importanti da superare prima di poter sperare nell’apertura dei negoziati di adesione. La Serbia ne è perfettamente al corrente, e sa bene che le due vere patate bollenti oggi si chiamano Kosovo e Mladic.

Kosovo : tra status quo e falso mito

Sul Kosovo si è giunti ad un accordo importante il 10 settembre 2010, con la risoluzione delle Nazioni Unite, approvata per acclamazione dall’Assemblea Generale, che invita al dialogo Pristina e Belgrado, un documento frutto di un compromesso tra Serbia e UE (dopo che i serbi hanno accettato di ritirare una precedente risoluzione contro l’indipendenza del Kosovo). Questo è il segnale del fatto che una parte maggioritaria della classe politica serba consideri ormai il Kosovo per perso. L’Europa pretende formalmente e non esplicitamente, il riconoscimento dell’indipendenza kosovara da parte dei serbi, questione su cui Tadic avrà molto da lavorare, terreno ricco d’insidie. « La Serbia non ha più potere decisionale sul Kosovo da molti anni – dichiara Zoran Kosanic. – Oggi i democratici cercano una via d’uscita sperando di cavarne il massimo dei benefici. Tenteranno di mantenere lo status quo, ma difficilmente riusciranno ».

Ma l’opinione pubblica serba come la pensa ? Matteo Tacconi crede in un lento depotenziamento del discorso Kosovo, e vede tracciata la strada che porta all’accettazione della perdita del paese a maggioranza albanese : « Credo che il mito del Kosovo sia molto gonfiato e che molte persone e molti politici non lo avvertano. Ovviamente, a livello pubblico, la classe dirigente non può mostrarsi cedevole ; è il solito discorso di consenso elettorale ». Bisognerà col tempo smussare le differenze tra maggioranza albanese e minoranza serba, e per questo è indispensabile un nuovo modo di pensare anche da parte di Pristina : non più dottrina monoetnica, ma apertura multietnica : « Il Kosovo deve essere di tutte le persone che vivono lì, serbi inclusi, non solo degli albanesi » aggiunge Tacconi.

I presupposti per una futura distensione dei rapporti tra Belgrado e Pristina esistono, ma un possibile dialogo tra la Serbia e quella che il ministro degli esteri di Belgrado, Vuk Jeremic, ha definito la “provincia ribelle”, dovrà ancora attendere. Il Kosovo, infatti, andrà alle urne in dicembre, a seguito delle recenti dimissioni del Presidente in carica Fatmir Sejdiu (27 settembre 2010), e del voto di sfiducia del 2 novembre che ha causato la caduta del Primo Ministro Hashim Thaci. Pristina si trova in uno stato di impasse, : per il momento, dunque, la ripresa del dialogo sembra rinviata a data da destinarsi.

La cattura di Mladic e Hadzic e la resistenza olandese

Intanto resta la questione L’Aia, probabilmente la più scottante. « La piena cooperazione con il TPI è una condizione essenziale per l’adesione all’UE ». Questo recitava il compromesso finale dei 27 in Lussemburgo il 25 ottobre. Il Governo di Boris Tadic, almeno a parole, sembra impegnarsi seriamente a cooperare alla cattura degli ultimi due ricercati per genocidio e crimini contro l’umanità, commessi durante il conflitto jugoslavo (1991-1995). Si tratta del generale dei serbi di Bosnia, Ratko Mladic, accusato del massacro di Srebrenica, cittadina bosniaca dove nel 1995, vennero uccisi circa 8.000 civili musulmani nel giro di pochi giorni. Il peggior massacro avvenuto in territorio europeo dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. E di Goran Hadzic, ex presidente della Repubblica serba di Krajina (in territorio croato). Ed è qui che entrano in gioco i Paesi Bassi : è proprio a L’Aia difatti che si trova il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, con cui la Serbia è stata piuttosto reticente a collaborare fino a poco tempo fa, ma il nodo della questione sta soprattutto nel fatto che all’epoca dei fatti di Srebrenica il contingente olandese delle Nazioni Unite, che si trovava proprio nel luogo del massacro, venne accusato di non aver fornito adeguata protezione ai civili bosniaci, spianando la strada ai miliziani di Mladic. Il quotidiano di Rotterdam NRC Handelsblad, in un recente articolo, descrive molto chiaramente la situazione : « È incontestabile che il fiasco olandese a Srebrenica ha generato una relazione traumatica tra i Paesi Bassi e la Serbia, e anche se continuiamo a negarlo – spiega il quotidiano – questo fatto gioca un ruolo importante nella resistenza olandese contro la possibile adesione della Serbia all’UE ».

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11 luglio 2010 : quindici anni dopo il massacro di Srebrenica.

Ratko Mladic è accusato del massacro di Srebrenica, cittadina bosniaca dove nel 1995, vennero uccisi circa 8.000 civili musulmani nel giro di pochi giorni. Il peggior massacro avvenuto in territorio europeo dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

(Foto : flickr, Ayuto)

Ma oramai l’Unione Europea sembra aver fatto la sua scelta, e si va verso un nuovo tipo di relazioni con la Serbia. Adesso la palla passa in mano a Tadic e al suo governo, sta a loro dimostrare che il Paese è realmente disposto a collaborare attivamente con il TPI, anche se ancora in ottobre il Procuratore generale del Tribunale dell’Aia, Serge Brammertz, ha richiamato la Serbia in quanto secondo lui « non sembrava aver troppa fretta di catturare i due criminali di guerra ancora latitanti ».

Un’occasione da non perdere

L’occasione per i serbi è di quelle da non farsi sfuggire insomma, come ha sottolineato il 26 ottobre su La Stampa Jasmina Tesanovic : « Oggi la Serbia ha finalmente la possibilità di legalizzare i suoi figli illegittimi, ma solo se taglia i fili visibili e invisibili con il suo passato criminale. Finora Ratko Mladic, responsabile per il genocidio di Srebrenica, non è stato arrestato, i suoi amici vivono nella mia città, e la polizia e l’esercito lo proteggono e nascondono. L’UE con tutti i suoi problemi è l’ultima chance per la Serbia per far fronte al decennale male interno ».

Ci vorrà coraggio, come spiega Matteo Tacconi, a catturare Mladic e Hadzic, perché è probabile che ci sia qualcuno, nei servizi segreti e nell’esercito, che copre la latitanza dei due : « La politica, temendo che nel caso in cui Mladic venga preso, servizi segreti e militari possano provocare corti circuiti e che una parte dell’opinione pubblica possa insorgere, ci va con i piedi di piombo ».

L’Europa per il momento starà a guardare, osservatore attento e implacabile, anche se dovrà stare attenta a non cadere nei forti pregiudizi che esistono ancora oggi sulla Serbia, secondo Zoran Kosanic « spesso dovuti ad una difficoltà a spiegare la storia e i conflitti, che ha creato un archetipo negativo di Belgrado e dell’”aggressore serbo” ».

Per Matteo Tacconi c’è anche un altro problema da considerare. Non si tratta solo di pregiudizi contro la Serbia, ma anche della paura di costruire e allargare l’Europa : « Il punto è che l’UE, attualmente senza molte idee da spendere e sprovvista di uomini politici di spessore e carisma, ha smarrito la propensione all’allargamento e senza l’allargamento ai Balcani e il completamento dell’unificazione europea, rimarrà un’entità zoppa e indefinita. Dall’altro lato, ritengo che il segnale che il consiglio dei ministri dell’UE ha dato il 25 ottobre scorso indichi che il pregiudizio antiserbo è meno forte di una volta e quindi, malgrado l’Unione abbia il freno a mano tirato, si può nutrire un po’ di ottimismo ». Insomma, se son rose fioriranno, ma andiamoci cauti.

(Foto : flickr, DEMOKRATSKA STRANKA)


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Roberto est diplômé en Science de la Communication à l’Université de Bologne et en Journalisme à l’Université de Parme. Il vit en France depuis janvier 2009. Il a travaillé en tant que reporter audio et animateur d’émissions à la radio européenne basé à (...)

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